Comprehensive Agreement on Investment e Settori Tecnologici: quali prospettive per i servizi Cloud?

A dicembre 2020, dopo otto anni di negoziati, l’Unione Europea e la Cina hanno raggiunto un accordo in linea di principio sul cosiddetto Comprehensive Agreement on Investment (CAI), che si prospetta aprire nuove opportunità di investimento nei due mercati per le aziende appartenenti ai due blocchi. Anche se l’accordo è ancora in forma primordiale, alcune novità sono emerse, lasciando spazio a dubbi sull’effettiva liberalizzazione di alcuni servizi. Tra i settori coinvolti, sono presenti anche rami economici altamente tecnologici quali i servizi cloud.

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Brevemente, il cloud computing è la tecnologia che permette di archiviare i dati in rete, con la possibilità di accedervi da qualunque località con un dispositivo connesso a Internet. Sul settore cloud sono presenti meno indiscrezioni sulla stampa italiana e internazionale, anche se è possibile tracciare alcune potenziali prospettive. Per farlo, è necessario innanzitutto osservare la situazione e lo sviluppo degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) fra i due mercati in questione.

In primo luogo, è importante osservare che l’Unione Europea (UE) a 27 esporta verso la Cina più di quanto importi da questa (46,6 miliardi contro 30 miliardi nel 2018) in termini di servizi, al contrario di quanto accade negli scambi in beni materiali. Lo scarto tra commercio in servizi e beni materiali si nota anche nei rapporti trilaterali fra l’UE, gli USA e la Cina. Se nel 2020 la Cina ha superato gli USA come partner commerciale dell’UE in termini di beni materiali, gli scambi UE-USA sono ancora maggiori rispetto agli scambi UE-Cina grazie al commercio in servizi. Questo è fondamentale per scansare equivoci spesso diffusi tra i media negli ultimi mesi.

In termini quantitativi, gli IDE cinesi nell’UE a 27 seguono un trend al ribasso dal 2016, anno in cui si è raggiunto il picco più alto. La consultancy Baker&McKenzie e il think tank Mercator Institute for China Studies (Merics) evidenziano che, dopo un picco di 37,3 miliardi di IDE cinesi in Europa nel solo 2016, gli stessi sono costantemente calati negli anni successivi. Nel 2019 si sono registrati IDE cinesi in Europa per 11,7 miliardi, mentre nel 2020 – complice la pandemia da Covid-19 – questa quota è scesa sotto i 10 miliardi.

La decrescita di IDE cinesi verso l’Europa è dettata soprattutto dal calo di IDE provenienti da imprese di proprietà statale. Se nel 2017, primo anno di flessione dopo anni di crescita, si è in realtà registrato un picco verso l’altro di IDE da parte di imprese statali (20,8 miliardi di euro), questa cifra è scesa a 7,1 miliardi nel 2018 e a 1,2 miliardi nel 2019. Gli IDE privati, invece, sono calati da 24 miliardi nel 2016 a 8,3 miliardi l’anno successivo, salvo attestarsi attorno ai 10 miliardi di euro nel 2018 e 2019.

Scomponendo gli IDE per settori, emerge che, al contrario della narrativa comune, gli investimenti cinesi in progetti infrastrutturali in Europa sono calati nettamente. Dopo un picco nel 2017 (circa 13 miliardi di euro), la quota è scesa a circa 1 miliardo nel 2019 – ultimo anno i cui dati sono attualmente disponibili. L’unico settore a crescere è quello dei beni e servizi di consumo, che si attesta a 5,3 miliardi nel 2019.

Venendo invece al mercato del cloud, sebbene non sia possibile parlare di numeri potenziali, è bene tenere presente il contesto economico-politico in cui avranno luogo gli scambi UE-Cina. Innanzitutto, solo il 36% delle aziende UE ha utilizzato il cloud computing nel 2020. Tuttavia, questa percentuale è in netto rialzo rispetto al 24% del 2018. Ad oggi, l’Italia è al quarto posto come fruitore di servizi cloud tra i 27 paesi UE secondo Eurostat: con il 59% di aziende connesse a un servizio cloud, si afferma subito dietro a Finlandia, Svezia e Danimarca. Questi aspetti economici, si inseriscono nel quadro politico-regolatorio disegnato dalla Commissione Europea, che con la European Cloud Initiative dichiara di mirare a investire 6.7 miliardi di euro pubblici e privati nella creazione di un cloud europeo per lo scambio libero di dati all’interno del mercato unico e con il resto del globo.

È qui che entrano in gioco il Digital Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA). Le due proposte di regolamento, emanate dalla Commissione europea a fine 2020 e ora in fase di discussione e approvazione al Parlamento e al Consiglio dell’Unione Europea, mirano a creare regole e standard comuni di correttezza nella concorrenza all’interno del mercato comune a 27. In particolare, si mira a evitare la creazione di monopoli e quasi-monopoli da parte di ‘gatekeeper di fatto’ che possono usare la propria posizione dominante per impedire o facilitare l’accesso al mercato digitale per altri attori. Agli occhi dell’UE, questo è fondamentale in un mercato in cui lo scambio di beni e servizi è sempre più digitalizzato, ma i principali giganti di e-commerce sono stranieri.

Anche la European Cloud Initiative va letta congiuntamente ai due regolamenti. Con questa, l’UE mira a creare una rete di servizi cloud che favorisca il mercato comune e il flusso libero di dati nel territorio dell’Unione. Rafforzare il mercato interno serve anche a fronteggiare la competizione esterna in settori economici sempre più importanti e dipendenti dai big data. Del resto, il General Data Protection Regulation (GDPR) in vigore nel 2018 ha un compito molto simile: regolamentare il flusso e l’utilizzo dei dati personali anche su attori stranieri economicamente preponderanti e attivi nel mercato dell’Unione. Contemporaneamente, nel 2016 la Cina ha approvato la cosiddetta Cybersecurity Law, imponendo fra l’altro la conservazione dei dati personali di cittadini e cittadine cinesi in infrastrutture cloud basate in Cina.

Riassumendo, se da una parte le parole d’apertura attorno al CAI sul settore cloud lasciano presagire potenziali flussi di investimento in questo settore tra UE e Cina e un comune interesse nella loro promozione, resta vero che i quadri giuridici dei due paesi restano molto divergenti in materia di protezione dei dati. In sé, il quadro giuridico non pone particolari ostacoli nella misura in cui gli investitori europei in Cina saranno tenuti a seguire le regole locali e viceversa. Tuttavia, l’attenzione di entrambi i blocchi alla sovranità digitale potrebbe creare frizioni. Se è vero, ad esempio, che Huawei è tenuta a seguire le norme europee nel territorio dell’UE e nei suoi rapporti coi cittadini europei, resta comunque vero che molti paesi UE temono ricadute negative sulla sicurezza dei dati degli utenti, al punto di bandire Huawei dal mercato domestico delle reti 5G. La fattualità di questa minaccia è al di fuori dell’ambito di interesse di questo articolo, ma è importante tener presente che gli stessi timori e le stesse frizioni potrebbero ripresentarsi in un settore altamente dato-centrico quale il cloud computing.

Per concludere, l’accordo in linea di principio sul CAI fra UE e Cina, nonostante gli otto anni di negoziati alle spalle, resta aperto a potenziali dispute e potrebbe rendere risultati inferiori in termini di reciproca apertura rispetto a quelli desiderati o annunciati.

Riccardo Nanni,
Università di Bologna – Geopolitica.info