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Competizione per risorse energetiche: come gli attori africani interagiscono con le grandi potenze. Intervista a Duccio Maria Tenti (UNDP).

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La ricchezza di risorse naturali strategiche e i grandi margini di crescita economica attirano gli interessi internazionali. Sia attori africani che esterni al continente interagiscono con le grandi potenze che cercano di perseguire i proprio obiettivi geopolitici e geoeconomici. In termini di risorse energetiche e di terre rare la competizione è sempre più accesa. Discutiamo della questione con Duccio Maria Tenti policy specialist on energy and climate change presso UNDP (Rome).

  1. Il principio della responsabilità comune ma differenziata dell’UNFCCC ha guidato tutti gli Stati aderenti agli accordi di Parigi del 2015 ad adottare un sistema di partecipazione volontario alla lotta ai cambiamenti climatici. I Paesi africani stanno adottando i propri piani di sviluppo sostenibile e transizione verde per sottostare a dei National Determined Contributions previsti dagli accordi di Parigi. Tuttavia, alcune policies sono più ambiziose di altre, mentre gli obiettivi di crescita economica assieme alla rapida crescita demografica rendono difficile quello che molti studiosi e analisti definiscono l’energy leapfrogging del continente africano. Questo leapfrogging è effettivamente possibile? Quali sono gli ostacoli che accomunano le diverse realtà dell’Africa subsahariana?

Ti ringrazio per l’invito, e sono molto contento, appunto, di dare la mia disponibilità a questo genere di riflessione. Quando parliamo della transizione verde in Africa, secondo me, dobbiamo parlare appunto di due elementi che vanno un po’ di pari passo e che rappresentano anche la sfida principale. Da una parte abbiamo un approccio all’energia molto tradizionale, cioè un approccio all’energia che vede l’utilizzo massiccio di combustibili fossili. In altre parole ci sono molti stati che basano il loro sistema economico ed energetico sugli idrocarburi. Ciò rende molto difficile una transizione, proprio perché in alcuni contesti questo rappresenta una delle principali entrate per gli Stati.

Allo stesso tempo, questo elemento tradizionale dal punto di vista energetico è connesso alla questione legata all’utilizzo che vogliamo fare dell’energia che produciamo. Infatti, un conto è produrre energia per usi industriali, un conto è la produzione e la diffusione dell’energia per i privati cittadini, soprattutto quella destinata alle comunità rurali, poco servite da infrastrutture. Le forme di produzione energetica più tradizionali quali il gas, l’oil, sono particolarmente utilizzate per sostenere l’industrializzazione interna, anche se, poi, i dati ci dicono il contrario, perché la maggior parte di queste energie così prodotte raramente rimangono nel Paese. I grandi volumi prodotti non sempre rimangono dentro i contesti nazionali e, se rimangono, lo fanno proprio per favorire questo tipo di industrializzazione. Per questo è forte questo attaccamento in alcuni casi a forme di energia tradizionale. Gli Stati africani hanno il diritto di far affidamento a queste forme di energia e di scegliere il loro mix energetico forte.  L’argomento di dibattito è la definizione di un mix energetico capace di attrarre supporto in termini di aiuti allo sviluppo per un futuro pulito e sostenibile e un uso efficiente delle risorse.

Poi, parte della narrativa è invece un’Africa estremamente dinamica, estremamente proattiva nell’impiego di fonti rinnovabili. Soprattutto, per la produzione e l’accesso all’energia in delle situazioni specifiche. Ad esempio, dove si tratta di favorire, e questo è uno dei principali elementi di sviluppo in Africa nell’uso delle rinnovabili, l’accesso all’energia delle comunità rurali, e delle comunità che si trovano in aree meno servite da infrastrutture e servizi. In questi casi, soluzioni come le minigrid, quali mini generatori a propulsione di rinnovabile sono soluzioni che emergono in modo molto forte sulla scena, proprio perché sono le uniche capaci di poter fornire quella capacità energetica e quel l’accesso in determinate aree dell’Africa dove mancano reti elettriche o altre infrastrutture di trasporto dell’energia, e dove non c’è quel genere di connessione. Non c’è quel tipo di disponibilità di disponibilità di risorse e questo è solo un esempio, perché anche in tema, per esempio, di clean cooking si stanno facendo passi avanti dal punto di vista tecnologico, per favorire un utilizzo sostenibile pulito delle risorse nell’ambito della cottura e della lavorazione dei cibi.

In questo settore arrivano soluzioni di grande innovazione, dove in Europa fondamentalmente ancora non abbiamo sperimentato per delle caratteristiche socio demografiche diverse. Un altro tema fondamentale è il tema degli investimenti perché quando e se le tecnologie esistono c’è anche interesse economico. Ci sono nel continente tanti imprenditori, soprattutto africani, che si affacciano su un modello di business che risponde alle esigenze intrinseche dei paesi e dei contesti di riferimento. Per poter portare in Africa investimenti aperti, anche a fondo perduto, che possano poi permettere anche di ampliare la scalabilità dei progetti, ci sono due elementi complementari che i grandi attori internazionali considerano. Da una parte l’elemento regolatorio che rende comunque poco attraente alcuni contesti proprio per il business, che quindi si trova ad operare in un sistema di incertezza regolatoria, spesso legata anche a un sistema di incertezza politico. Dall’altra vi è il tema delle infrastrutture strategiche soprattutto nel momento in cui si parla di volume di produzione e scalabilità, queste sono molto importanti agli occhi degli investitori.

  1. Di fronte alla competizione, almeno economica, tra le grandi potenze – all’interno delle quali includerei Stati Uniti, Cina e, vista in termini economici l’UE – il settore delle rinnovabili in Africa sta alimentando una corsa alle risorse che potrebbe sfociare in altri settori? Ad esempio, quello della sicurezza?

È innegabile un nesso fra competizione per le risorse di qualunque tipo e sicurezza, perché, naturalmente, la competizione, quando avviene secondo dei meccanismi non per dei contesti così difficili e così solcati da profondi conflitti il fatto che possa scaturire un elemento di violenza è intrinseco nella competizione per le risorse e non direi soltanto delle risorse energetiche.

Penso anche alla risorsa idrica che in qualche modo legata all’elemento della produzione energetica e che sarà un tema fondamentale nel continente africano, rimane sicuramente un fattore di instabilità importante e si tratta un po di stabilire secondo me, innanzitutto, che la Cina è il principale esportatore di terre rare nel mondo e quindi detiene un vantaggio molto competitivo. L’Europa ha una grossa necessità di diversificazione, diversificazione di mercati energetici e diversificazione dell’approvvigionamento delle terre rare per la transizione energetica e, quindi, anche la diversificazione dei partner. Questo pone il contesto africano al centro di grandi interessi politici ed economici per tutto quello che riguarda i temi della transizione verde, ma anche per tutto quello che riguarda i temi dei semiconduttori e di tutto quello che riguarda anche il tema della transizione digitale.

Quindi, bisogna trovare un modo da un punto di vista diplomatico per garantire da una parte lo sviluppo di un settore di produzione in questi paesi e, allo stesso tempo, un’equa competizione nell’accesso che tenga conto dei criteri sociali ed ambientali nella produzione di queste risorse. Inoltre, non c’è soltanto il tema della competizione per l’accesso a queste risorse, anche il tema di come queste risorse vengono prodotte e di come queste risorse vengono estratte è fondamentale. Quindi, come questo processo abbia un impatto sia ambientale, sia sociale molto importante nei paesi di riferimento e qui, secondo me, dobbiamo guardare un po’ al multilateralismo che ci piaccia o meno. Perché saranno proprio le sue dinamiche che garantirà un certo tipo di se rispetteranno un certo tipo di equità nella gestione di queste risorse.  Su questo tema bisogna guardare a il multilateralismo, perché un approccio bilaterale a in queste situazioni che portano con sé problemi globali, date le connessioni con la transizione verde e digitale, non fa altro che inasprire un contesto già di per sé esasperato nelle relazioni internazionali da una profonda conflittualità. 

  1. Visto il ruolo cinese come fornitore di tecnologia e di componenti tecnologiche per le energie rinnovabili, può la posizione di Pechino essere messa in discussione dagli investimenti europei o da un eventuale rinnovato interesse americano per il continente africano, almeno in alcuni Paesi?

Penso che il peso di Pechino, il peso di Washington, il peso dell’Europa e il peso della Russia sono tutti elementi che caratterizzano il continente africano, ma che anche il peso di quest’ultimo caratterizza le interazioni di questi grandi attori internazionali nel Paese. Infatti mi sembra che l’Africa stia tornando al centro degli interessi internazionali soprattutto per due ragioni.

In generale, vedo due aree del mondo di grande conflitto, oltre all’Ucraina. Queste due sono l’Indopacifico e l’Africa. Per il contesto africano l’attenzione è alle stelle, nel senso che si vede in modo forte la presenza di tutti questi attori ognuno nel suo stile. Si tratta quindi una cooperazione, un rapporto bilaterale tra la Cina e i principali interlocutori africani attraverso fondamentalmente la costruzione e la gestione di infrastrutture strategiche. Poi abbiamo, un diverso dialogo dell’Europa, che ha ancora una fortissima penetrazione economica, poiché i rapporti commerciali tra Paesi europei e africani continuano a essere molto intensi anche per via dell’eredità coloniale. Quindi non bisogna secondo me sottostimare quello che è ancora un’influenza fortissima dell’Europa nel contesto africano attraverso diversi temi, per esempio dell’integrazione economica continentale, il commercio o gli standard ambientali. Per gli Stati Uniti, invece, l’Africa è un po’ un denominatore comune tra le amministrazioni democratiche e quelle repubblicane. Se vi è un progressivo disimpegno da determinati contesti, come quello della sicurezza, permane l’interesse per altri tipi di battaglie tecnologiche e geopolitiche, come quella tecnologica.

  1. Vedo questa narrativa del loro modo di essere presenti in Africa molto simile al tema del Global Gateway per l’UE, dove l’energia e le infrastrutture strategiche giocano un ruolo molto forte per i programmi di cooperazione, che sono poi legati ai principi del libero mercato e dell’integrazione regionale. Questo approccio fornisce in alcuni casi un’alternativa alla Cina, in altri casi meno. Perché, fondamentalmente, nonostante si inizi a vedere in Africa un principio di integrazione regionale prima anche continentale, la volontà politica dei singoli Stati di posizionarsi in determinate relazioni fa la differenza rispetto alla dimensione economica regionale. Di fronte a questo scenario come si pongono i Paesi africani, le grandi potenze, come definite sopra, tengono conto dell’agency africana? Soprattutto nei casi di Paesi con grande potenziale energetico rinnovabile (solare, idroelettrico fra tutti)?

Ci sono Paesi che si stanno caratterizzando per essere degli agenda setter nel dibattito politico africano e, primo fra tutti, penso al Kenya. Penso al Kenya che ospiterà a Nairobi il summit africano sul clima dal 4 al 6 settembre prossimi.  Penso anche al Senegal, che è un altro Paese, appunto, che soprattutto nella scena politica regionale e internazionale, si è imposto nella gestione strategica dei partenariati continentali e internazionali. Penso, invece, ad altri paesi che sono estremamente fragili e che quindi vedono una necessità sempre più forte di affidarti ad attori esterni che ne garantiscano la stabilità interna, o che gli permettano di ritagliarsi una capacità di influenza in altri contesti regionali fragili. Invece, l’integrazione continentale africana rappresenta obiettivo di lungo periodo e può rappresentare una sorta di camera di concerto per la messa in comune di progetti soprattutto sul tema regolatorio in ambito energetico e imporre agli attori non africani degli standard da seguire. Questo può essere esteso anche al tema del commercio internazionale. La dimensione regionale, invece,è indispensabile innanzitutto nella pacificazione dei conflitti, perché molti di questi sono, appunto, regionali. La dimensione regionale può, quindi, appianare dispute territoriali e facilitare la risoluzione pacifica dei conflitti di vario tipo. Non sono sicuro, invece, del ruolo che i raggruppamenti economici regionali potranno svolgere nell’appianamento delle differenze economiche.

Tuttavia, il tema della gestione multilaterale della sicurezza rimane di estrema importanza, soprattutto in alcuni contesti. Penso al Sahel, dove, secondo me, si stanno iniziando a sentire in modo molto intenso anche i principali effetti del cambiamento climatico e del nesso di questo con l’ambito della sicurezza. In queste situazioni un intervento di stabilizzazione è necessario, quanto difficile, poiché potrebbe avere un impatto  a sua volta destabilizzante in tali contesti soprattutto, con conseguenze che toccano da vicino anche il continente europeo.

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