Come smontare qualche banalità sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran

La morte di Qasem Soleimani ha sollevato in tutto il mondo un gran polverone. Si discute animatamente sia delle ragioni che hanno portato l’Amministrazione Trump a compiere tale scelta, che delle sue possibili conseguenze. In Italia assistiamo al solito dibattito polarizzante su una questione di politica internazionale che, probabilmente, potrebbe essere trattata in modo più produttivo. In particolare, se ci si sforzasse di comprendere gli obiettivi degli attori coinvolti e se si cercasse di formulare delle interpretazioni anche alla luce del punto di vista di Roma.

Come smontare qualche banalità  sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran - GEOPOLITICA.info

 

Al contrario, le tante reazioni emerse in queste ore scaturiscono principalmente dalla tendenza ossessiva dei nostri rappresentanti in Parlamento e osservatori politici a leggere gli eventi esterni come se fossero un riflesso dei nostri equilibri interni. Anche questa volta, infatti, si è parlato di Donald Trump e Qasem Solemaini, di Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei come se fossero i nostri agenti all’Avana. Davvero è necessario ricordare che si tratta dei massimi rappresentanti di Stati che si muovono all’interno di un ordine internazionale in crisi (tema da noi rimasto in un cono d’ombra del dibattito pubblico) e in cui la competizione si sta facendo sempre più spietata?

Dopo una rapida carrellata dei post su twitter, quindi, non si può non restare colpiti dalla quantità di commenti avanzati sull’uccisione del capo della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, come neanche se avessero ucciso per la seconda volta JFK o fosse venuto a mancare il Santo Padre. Meno stupore, invece, desta l’assertività con cui in tanti si sono lanciati nella solita altalena tra agiografia e demonizzazione di un personaggio che fino a due giorni fa era ignoto al 99% della popolazione mondiale. Oppure in quella, uguale e contraria, tra l’ormai scontata parodia di un presidente americano “pazzo” o, all’opposto, “salvatore” dei destini del mondo occidentale.

Così, citando i peccati ma non i peccatori, un esercizio stimolante è quello di tentare di smontare qualche banalità – alcune delle quali dettate da un approccio ideologico al problema – pubblicate sia da esperti che da neofiti:

«Soleimani era l’artefice della sconfitta dello Stato Islamico» (ovvero, «era il nemico del radicalismo islamico»): sicuramente il generale è stato uno degli artefici dell’estinzione dell’ISIS, o almeno della sua esperienza semi-statuale. Tuttavia, Soleimani non ha combattuto lo Stato Islamico per avversione al radicalismo islamico o, più in generale, alla politicizzazione dell’Islam. Molto più banalmente, essendo un uomo di Stato, operava in funzione dell’interesse nazionale iraniano in Medio Oriente. In tal prospettiva, interpretava l’ISIS come uno strumento nelle mani dei nemici di Teheran (a seconda dei momenti, la Turchia, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi) per minare il progetto della creazione della mezzaluna sciita e la stabilità di Stati filo-iraniani come l’Iraq e la Siria. Di sicuro, non figurava tra le intenzioni di Soleimani quella di contrastare l’idea di Stato teocratico, né tantomeno le interpretazioni oscurantiste della religione musulmana. Terreno su cui, la Repubblica Islamica dell’Iran è campione indiscusso dal 1979.

«Soleimani non era Osama bin-Laden»: sì chiaro e non era neanche Abu Bakr al-Baghdadi, né Madre Teresa di Calcutta, né tanto meno Diego Armando Maradona. Dalla prospettiva di Washington, quel che contava era che Soleimani ricopriva un ruolo simile a quello del fondatore di al-Qaeda per un duplice ordine di ragioni. Da un lato, oltre a essere lo stratega della lotta contro l’egemonia americana in Medio Oriente, per sua stessa scelta ne era divenuto anche l’uomo simbolo (sommava, quindi, le capacità di bin-Laden a quelle di Ayman al-Zawahiri). Dall’altro lato, la sua morte e quella del califfo al-Baghdadi agevolano la Casa Bianca nel parlare di una riduzione degli impegni in Medio Oriente, ritenuta cruciale nell’anno delle presidenziali. Dopo l’eliminazione di questi due nemici giurati dell’America e dei suoi sodali, infatti, Washington può sostenere che il grosso del lavoro nella lotta al terrorismo sia stato fatto ed evitare l’accusa di “abbandono” da parte dei partner mediorientali.

«Soleimani era un assassino, responsabile della morte di migliaia di persone»: forse è vero, ma non tutti gli assassini fanno la sua stessa fine. E questo anche quando (molto spesso) gli Stati Uniti sono nelle condizioni di fargliela fare. Quello che sembra assurdo è che i commentatori italiani che sostengono la scelta di Trump utilizzino la stessa narrazione a cui il presidente fa comprensibilmente ricorso per il suo pubblico interno. Nessun presidente americano ha mai parlato degli Stati Uniti come di una potenza “egemone” e, quindi, la decisione di uccidere Soleimani non può essere spiegata con la riaffermazione del primato americano in Medio Oriente o da altri ragionamenti di ordine strategico. Sin dalla fine della Guerra fredda, peraltro, gli americani sono diventati sempre più insofferenti agli impegni internazionali del Paese. Nel 2016 Trump, pur facendo ricorso a una grammatica molto diversa da quella dei suoi predecessori, aveva fatto una promessa simile a quelle di Clinton, Bush e Obama nella loro prima campagna elettorale: più spesa all’interno dei confini americani, più tagli sugli impegni esterni. Pertanto, l’unico modo che ha Trump per legittimare gravi scelte internazionali, che profilano all’orizzonte l’investimento di nuove risorse, è quello di appellarsi al sentimento patriottico dei suoi concittadini. Più delle tasse, infatti, questi ultimi non tollerano solo la possibilità che siano messe a repentaglio le vite o lo stile di vita degli americani.

«La morte del generale è una data spartiacque»: senza voler scomodare la saggezza del Qoelet, che in un passaggio illuminante ricorda come nello scorrere dei secoli «nulla di nuovo accade sotto il sole», sarà sufficiente ricordare che le date spartiacque si contano sul palmo di una mano negli ultimi 250 anni. Per sommi capi: 14/07/1789; 28/06/1914; 07/12/1941; 09/11/1989; 11/09/2001. Tra queste non figurano gli omicidi di uomini che – ben più di Soleimani – hanno segnato il loro tempo, tra cui Gandhi, JFK o Ernesto Che Guevara. Solo l’attentato di Sarajevo è in qualche modo legato alla dipartita di un singolo individuo. La portata delle conseguenze dell’omicidio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, tuttavia, non dipese né dalle sue doti di strategico-politiche, né dalla sua importanza per gli equilibri interni dell’Impero Austro-Ungarico. Al contrario, innescò una reazione a catena (il cosiddetto effetto chainganging) dovuta esclusivamente alla natura rigida del sistema di alleanze tra le grandi potenze che si era venuto a formare nel trentennio precedente.

«Attacco ordinato mentre Trump si prepara ad affrontare il processo di impeachment al Senato» (ovvero, «la ricerca del nemico esterno»): Non potevano mancare, ovviamente, i commenti in stile complottista. Secondo questi ultimi, un presidente americano per evitare una condanna – che non subirà mai visti i numeri dei repubblicani al Senato – sarebbe così spregiudicato da mettere a repentaglio la vita di migliaia di americani e caricare di ulteriori oneri le casse – già di per sé bucate – dello Stato. Il tutto nella patria del sistema dei checks and balances. O, forse, Trump è così eccentrico da voler passare alla storia come l’unico presidente sottoposto a doppia procedura di impeachment? Peraltro, sembra strano che un personaggio sempre attento agli umori dei suoi concittadini non avrebbe fatto i conti con i sondaggi. Come riporta un articolo di Foreign Policy pubblicato in questi giorni, la stragrande maggioranza degli americani non è d’accordo ad alzare il livello di tensione con l’Iran (a riprova che sono gli americani per primi a voler limitare gli impegni del Paese all’estero). Altro sarebbe stato sostenere che Trump ha ben presente il modello negativo di Jimmy Carter, la cui pessima gestione della crisi degli ostaggi a Teheran contribuì in maniera determinante alla sua mancata rielezione. Sebbene non è successo nulla di simile a Baghdad, l’attuale inquilino della Casa Bianca sa di non potersi permettere di subire umiliazioni in campo internazionale se non vuole vedere offuscata la sua immagine di uomo vincente. Pertanto, con l’uccisione di Soleimani ha lanciato un segnale deciso sul fatto che alcune linee rosse non possono essere oltrepassate. O, forse, sarebbe meglio dire “linee verdi”, visto che l’assedio all’ambasciata americana di Baghdad era avvenuto – sotto la supervisione del generale iraniano – proprio nell’inaccessibile Green Zone della capitale irachena.

«A Washington è l’ora dei falchi»: optare per l’uso dello strumento militare non significa essere dei falchi. Soprattutto, non si può parlare della vittoria dei “falchi” quando non è stato fatto ricorso allo strumento militare in via preventiva o come prima forma di reazione a un attacco subito. Si ricordi che l’opzione militare è giunta solo dopo una lunga sequenza di azioni ostili nei confronti degli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati, che facevano presagire la possibile maturazione di eventi ancora più gravi. Volgendo lo sguardo solo a quanto avvenuto negli ultimi sei mesi, basti ricordare: l’aggressione alle petroliere nel Golfo dell’Oman (13-14/06/2019); l’abbattimento di un drone americano sullo stretto di Hormuz (20/06/2019); l’attacco ai pozzi petroliferi sauditi (14-17/09/2019); l’invasione della Zona Verde di Baghdad e l’assedio all’ambasciata americana (31/12/2019-01/01/2020).

«L’impostore [Trump, nda] fa per obbligo la cosa giusta»: impostore o no che sia – qui non si vuole fornire un giudizio di valore sull’operato di Trump – va ricordato che – a dispetto di quanto molti credono – istituzionalmente la figura del presidente americano non è la versione contemporanea di un satrapo dell’Evo Antico. Il presidente deve concertare le sue decisioni con gli altri membri del Gabinetto, imposta le linee guida della sua politica estera e di difesa in documenti ufficiali e pubblici (National Security Strategy, National Defense Strategy, ecc…), e deve ottenere dal Congresso (nel caso di Trump, con una Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica) le risorse necessarie a implementare le sue scelte. Il tutto in un Paese che, come ricordato qualche riga prima, è la culla del sistema dei pesi e contrappesi. La politica estera americana, peraltro, tende a essere sostanzialmente stabile nonostante il turnover alla Casa Bianca. I principali fattori che determinano un mutamento profondo nella sua condotta sono di ordine esterno e, in quanto tali, avulsi dalle fortune dei singoli partiti o candidati. L’opzione del retrenchment sugli impegni internazionali del Paese, di cui spesso viene accusato Trump, era stata già compiuta da Barack Obama. Entrambi, infatti, si sono confrontati con un ambiente internazionale molto simile e, allo stesso tempo, molto diverso da quello affrontato da Clinton e Bush. I fallimenti riportati in Afghanistan e Iraq, la crisi economica del 2007-2008 e l’emergere di potenze revisioniste (Cina e Russia) hanno posto gli ultimi due presidenti di fronte al dilemma su come preservare il momento unipolare a fronte di una diminuzione delle risorse disponibili. La risposta condivisa è stata quella di rinunciare alla scelta del deep engagement compiuta da Clinton e Bush (ricordate l’idea dell’America come “nazione indispensabile”?) per evitare lo spauracchio della “sovra-estensione imperiale”. Al contrario, Obama e Trump hanno adottato la linea del selective engagement, ispirato la postura degli Stati Uniti al principio del leading from behind e individuato nell’Indo-Pacifico la regione da cui dipendono gli interessi vitali degli Stati Uniti (l’unica dove vale davvero la pena spendere i dollari dei taxpayer americani).

«Siamo sull’orlo della Terza guerra mondiale» (ovvero, «il mondo ora ha paura»): non poteva mancare lo scenario catastrofista, che però non tiene conto di una serie di dinamiche ricorrenti nelle relazioni internazionali. L’uccisione di Soleimani non innesca un’escalation (che era in atto come visto poco prima), ma punta ad arrestarla. In presenza di un ordine egemonico è l’assenza dell’esercizio del potere dello Stato più forte a incentivare le sfide che mettono a repentaglio la stabilità internazionale (ricordate quando Obama non punì il regime di Assad che aveva varcato la linea rossa dell’utilizzo delle armi chimiche contro la popolazione civile nel 2013?). Al contrario, il ricorso alla forza da parte degli Stati Uniti nei confronti di un personaggio tanto in vista del regime iraniano, costituisce un disincentivo a future reazioni iraniane per almeno tre ragioni. La prima è che Teheran non ha la capacità di colpire figure altrettanto in vista dell’establishment politico e militare americano e se optasse per rappresaglie su obiettivi “soft” ne subirebbe una delegittimazione su scala globale. La seconda ragione è che, anche quando ne avesse la capacità, sarebbe la volontà a difettargli. Non bisogna dimenticare che la morte di Soleimani rappresenta un disincentivo per tutti gli altri decisori apicali del regime degli ayatollah. A dispetto di quanto evidentemente pensano molti osservatori, gli iraniani alla loro pelle ci tengono e nel compiere nuove scelte terranno ben presente la sorte toccata al generale. La terza ragione è che l’Iran non è inserito in un sistema di alleanze così saldo e forte da permettersi di fronteggiare una nuova reazione americana, né da far precipitare il mondo in un nuovo conflitto globale. Cina e Russia, le uniche due potenze che in qualche modo potrebbero sfidare militarmente gli Stati Uniti, non rischierebbero mai di restare coinvolte in una guerra “maggiore” perché un soldato è stato ucciso (evento che – purtroppo – rientra nella sfera delle possibilità di chi fa questo mestiere). Inoltre, Mosca coltiva un rapporto pragmatico con Teheran, a cui è unita dalla condivisione di uno stesso rivale – Washington – in alcuni contesti strategici. Parafrasando Trump sui Curdi e la Normandia, dalla prospettiva del Cremlino «le Guardie rivoluzionarie non hanno difeso Stalingrado nel 1942-1943», anche perché storicamente i due Paesi su molti temi hanno interessi contrastanti. Allo stesso modo, Pechino non è interessata a chi detiene il primato sul Medio Oriente. Molto più prosaicamente, vuole una regione stabile da cui importare quelle risorse energetiche – a prezzi altrettanto stabili e possibilmente contenuti – imprescindibili per la sua ascesa internazionale.