Come NON scrivere su Taiwan in vista delle elezioni 2020

La prima parte di un vademecum su COME NON SCRIVERE SU TAIWAN. Nei prossimi giorni prima e durate le elezioni presidenziali alcuni giornalisti affronteranno la delicata situazione politica, identitaria, culturale ed etnica di Taiwan con il consueto approccio a metà tra il “sentito detto”, “wikipedia”, “google search” e sintesi da blasonati quotidiani d’oltreoceano. Ho pensato di scrivere degli “spiegoni” per contrastare alcuni luoghi comuni che spesso ricorrono ogni qual volta che si scrive di Taiwan.

Come NON scrivere su Taiwan in vista delle elezioni 2020 - GEOPOLITICA.info

– “Isola contesa”: L’idea rimanda ad altri scenari, come ad esempio le Senkaku Islands o le Diaoyu Islands, le Paracel Islands,  le Spratly Islands o le Natuna Islands, solo per citare alcune isole contese nella regione. La situazione di Taiwan è ovviamente differente. Senza entrare in elaborate spiegazioni, tre elementi possono essere definiti come costitutivi per lo Stato: Popolo, Territorio, Sovranità. Il primo elemento viene affrontato nel punto “popolazione etnicamente cinese”, mentre la capacità taiwanese di difendere i propri confini è ovvia e non necessita di alcuna spiegazione. Per sovranità il discorso diventerebbe ancora più lungo e complesso, in particolare in questi momenti in cui il termine è diventato così popolare nei media e nella politica. “Sovranità” può essere definita, nella dimensione interna, un potere che rappresenta l’ultima istanza di decisione. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono esercitati in maniera totalmente indipendente, rispetto a influenze da agenti esteri, a Taipei. In aggiunta, il governo taiwanese batte la propria moneta – riconosciuta in tutti gli stati stranieri e regolarmente accettata nelle transazioni economiche internazionali -, ha il pieno controllo dei propri confini, elegge i propri rappresentanti e ha relazioni internazionali con gli altri stati. Quest’ultimo caso è ovviamente peculiare. Ad oggi, Taiwan ha rapporti ufficiali solo con 15 stati. La maggior parte degli altri stati hanno dei rapporti solidi e stretti, ma non ufficiali. Ossia ci sono delle ambasciate de facto che ricoprono le funzioni sia consolari sia diplomatiche usualmente connesse alle ambasciate. Tuttavia il passaporto taiwanese è universalmente riconosciuto, ben 149 paesi garantiscono l’ingresso senza bisogno di visto per i cittadini taiwanese. Giusto per fare un esempio, il primo paese nella classifica per ingressi senza visto è il Giappone con 190, mentre i cittadini cinesi hanno accesso senza bisogno di visto ad appena 71 paesi. Taiwan si classifica al ventinovesimo posto nel mondo, e al settimo in Asia, nella classifica Henley Passport Index dei passaporti più desiderabili. Elementi che sembrano marginali di fronte alle complesse dinamiche geopolitiche delle Cross Strait Relation, ma che sicuramente non vanno d’accordo con la definizione dello Zingarelli per conteso “che è oggetto di rivendicazione”. Sembra che la comunità internazionale ad oggi riconosca pienamente e sotto molti punti di vista la sovranità di Taiwan.

– “Partito pro indipendenza”: Riferirsi al DPP come a un partito che supporta o sostiene l’indipendenza di TW non è corretto. Le posizioni indipendentiste sono assolutamente minoritarie all’interno della società taiwanese e praticamente inesistenti all’interno del DPP.  Solitamente i sondaggi stimano una percentuale compresa tra il 5 e il 10 per cento della popolazione favorevole all’indipendenza. Le dinamiche di questi sondaggi e la formulazione delle domande sono ovviamente una discriminante molto forte ed è difficile dare una stima metodologicamente esatta. Lo stesso concetto di “indipendenza” riferito alla cornice taiwanese necessiterebbe una estesa teorizzazione. L’incredibile compromesso semantico che sostiene le relazioni tra Repubblica Popolare cinese, Stati Uniti e Taiwan attraverso la One China Policy, One China Principle, Taiwan Relations act e mille altri comunicati e leggi, che ognuna delle parti ha minuziosamente analizzato e interpretato in maniera ovviamente diametralmente opposta, l’indipendenza taiwanese viene sempre omessa. Lo Shanghai Communiqué del 1972 afferma: “The United States acknowledges that Chinese on either side of the Taiwan Strait maintain there is but one China and that Taiwan is a part of China. The United States does not challenge that position“. Quindi l’indipendenza di Taiwan sembra assolutamente inaccettabile per gli Stati Uniti che restano il principale ed indispensabile difensore degli interessi taiwanesi. Un partner non solo economico ma soprattutto strategico, senza l’appoggio di Washington la condizione di Taiwan sarebbe molto diversa ed è impensabile supporre azioni taiwanesi in contrasto con la volontà della Casa Bianca.

– “Provincia ribelle”/ “Isola ribelle”: evidentemente una definizione molto poco imparziale, più o meno la stessa usata dal Partito Comunista cinese: “provincia separatista di Taiwan”. Al di là della personale interpretazione delle relazioni sino-taiwanesi, è a tutti gli effetti una dichiarazione di intenti. Tra l’altro anche nei comunicati ufficiali di Pechino la denominazione appare sempre meno. Per cui usare l’utilizzo della definizione citata potrebbe essere interpretata come uno di quei casi in cui lo scrivente si mostra “più realista del re”.

-“L’isola auto-governata”: Come sopra, se Taiwan emette moneta, ha piena sovranità sopra il proprio territorio, ha rapporti internazionali (pur se peculiari e ridotti rispetto alla maggior parte delle altre entità statuali) ovviamente è auto-governata. Si tratta di una definizione ridondante che sottolinea l’eccezionalità dell’autogoverno.

-“Con una mossa che ha fatto infuriare Pechino”: Molte cose che avvengono a Taiwan contrariano in qualche modo la leadership di Pechino, a partire dall’esercitare libere elezioni. Nelle relazioni internazionali le azioni di uno stato spesso provocano reazioni negli stati vicini o nei diretti competitor, strategici, economici o altro. Raramente leggiamo espressioni simili in articoli dedicati alle relazioni bilaterali tra gli stati. L’impressione è che il quadro generale spesso è riconducibile a una visione paternalistica: “la potente Cina che tollera pazientemente le intemperanze di una provincia ribelle, aspettando il momento in cui le cose ritornino al loro stato naturale”. I politici taiwanesi di vario segno negli ultimi decenni hanno invece deliberatamente evitato ogni mossa che potesse generare una frizione con Pechino. Gli sporadici riferimenti a tendenze indipendentistiche sono perlopiù legate a esigenze elettorali e non hanno mai trovato una vera e propria continuità nelle istituzioni di Taipei.

– “La leader di Taiwan”: Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una definizione non corretta e chiaramente imparziale. Tsai Ing-wen è stata eletta presidente della Republic of China (ROC) circa quattro anni fa e le elezioni imminenti decreteranno il nuovo presidente. Le elezioni sono riconosciute a livello internazionale e le consuete limitazioni che i singoli paesi adottano nella proiezione diplomatica nei confronti di Taiwan non diminuiscono o modificano la carica frutto di libere consultazioni elettorali. Le definizione “Ms. Tsai”, “Signora Tsai” o “leader del DPP” sono ancora più marcate e seguono le definizione adottate dal Partito Comunista cinese nelle rare occasioni in cui nomina Tsai Ing-wen. Nessuno si sognerebbe di chiamare la Merkel signora Merkel o il presidente francese signor Macron, né riferirsi alla carica all’intento del proprio partito per nominare il premier di un paese.

– “Popolazione etnicamente cinese”: Questa è una definizione comunemente accettata, spesso usata da giornalisti e commentatori. Le esigenze dell’informazione tuttavia non permettono un’approfondimento su un tema che resta controverso. La composizione etnica della popolazione taiwanese è al 95 per cento riferibile all’etnia Han, con l’eccezione delle popolazione indigene e altri immigrati da paesi della regione. Il composito mosaico etnico di Taiwan necessiterebbe analisi più approfondite. I due principali gruppi etnici (Hakka e Hoklo) arrivarono nell’isola di Formosa durante gli ultimi decenni della dinastia Ming (1368-1644) e durante la dinastia Qing (1644-1912) con una intensità maggiore nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Nell’ottocento le limitazioni imperiali per impedire le migrazioni verso Taiwan aumentarono notevolmente e i flussi diminuirono. Gli Hakka e gli Hoklo sono oggi parte integrante dell’etnia Han, una comunità immaginata per usare la nota definizione di Benedict Anderson nella descrizione dei processi di creazione dell’identità nazionale. Al momento dell’arrivo nell’isola di Formosa nessuno degli emigranti parlava il mandarino, bensì parlavano l’Hakka e due distinte, e non intellegibili tra loro, versioni dell’Hokkianese gli Hoklo. La loro percezione di appartenenza al Celeste Impero dovrebbe essere trattata da persone che lavorano nel campo da decenni. Tuttavia possiamo dire la maggior parte degli storici concordano sulla scarsa comprensione da parte di quegli emigrati della loro appartenenza alla grande nazione cinese e dei loro limitati rapporti con la cultura della Cina imperiale. Il processo di riconfigurazione identitaria fu avviato in Cina alla fine del diciottesimo secolo e in particolare nei primi decenni del diciannovesimo secolo quando i due gruppi etnici si trovavano già da tempo a Formosa. Quindi la costruzione del concetto di etnia Han, a cui sono riferibili la stragrande maggioranza della popolazione taiwanese, è avvenuto quando tutti gli attuali abitanti dell’isola avevano lasciato la Cina. L’appartenenza etnica è innanzitutto un processo culturale, quindi si può obiettare che quel processo non fosse neanche iniziato quando gli emigrati Hakka e Hokkianesi giunsero a Formosa. Non si tratta di un’affermazione semplice, altri esperti potrebbe approfondire in maniera migliore del sottoscritto comunque qualche dubbio ogni qual volta si cita l’etnia Han in riferimento alla popolazione di Taiwan è quantomeno accettabile. Con l’arrivo dei giapponesi il processo di conversione culturale degli abitanti dell’isola vira precipitosamente verso Tokyo. Al termine della lunga occupazione coloniale la stragrande maggioranza della popolazione parlava giapponese e più di tre quarti dei taiwanesi era nata sotto il governo giapponese. Le élite taiwanese dell’epoca si erano formate interamente nelle università giapponesi. All’arrivo dei mainlanders dalla Cina, un esercito provenienti da tutte le regioni della Cina arrivò nell’isola, sfiancato da decenni di guerra civile e determinato a riconquistare la terra in cui erano nati. Una occupazione temporanea che si trasformò in una vera a propria occupazione coloniale, con un processo di sinizzazione della lingua e della cultura da parte di una minoranza della popolazione (circa il 25 per cento) sui restanti abitanti. Un sommario estremamente coinciso e necessariamente incompleto per descrivere il complesso mosaico identitario taiwanese. Tuttavia sufficiente a imporre una sorta di prudenza di fronte all’affermazione “alla fine i taiwanesi sono tutti cinesi”.

– “Guomindang”  o “Kuomintang”?: La translitterazione del KMT in pinyin è Guomindang mentre quella in Wade-Giles è Koumintang. Per la stragrande maggioranza dei vocaboli a livello internazionale si usa il pinyin ma in questo caso viene comunemente usata la translitterazione in uso a TW. Quindi Koumintang da cui la sigla KMT.

– “Taibei” o “Taipei”?: Taipei è ormai unanimemente utilizzato, la translitterazione con il pinyin sarebbe Taibei mentre quella con il Wade-Giles (il sistema prevalentemente utilizzato a TW in maniera fino a qualche anno fa) sarebbe T’aipei. Etimologia a parte ormai tutti scrivono Taipei, visto che lo stesso governo da tempo usa esclusivamente questa traslitterazione.