Moneta e politica nei rapporti italo-tedeschi. Il caso dei clearing agreements e del Patto d’Acciaio

Il legame tra politica monetaria, commercio internazionale e alleanze militari è una delle poche costanti note agli studiosi di Geoeconomia. Ad esempio, è un dato consolidato che l’esistenza di affinità politico-militari favorisca anche la cooperazione su questioni monetarie e commerciali. In particolare, perché i legami economici sarebbero visti con meno preoccupazioni dal punto di vista della sicurezza, quando non addirittura come utili alla causa comune in quanto rafforzano le capacità produttive, e quindi l’industria bellica, degli attori coinvolti.

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Questa suggestione, tuttavia, va bilanciata con un’altra regolarità nota da tempo ai teorici delle Relazioni Internazionali: il fatto che essere alleati non significhi affatto avere cieca fiducia l’uno verso l’altro. I membri di un’alleanza infatti restano innanzitutto attori razionali, che puntano a ricavare il massimo dai propri partner minimizzando per sé i rischi e i costi della cooperazione militare. Nella riflessione teorica, ad esempio, uno stato che tema di non venire assistito dai propri alleati in un momento di bisogno aumenterà il proprio contributo all’alleanza nella speranza di guadagnare la fedeltà degli altri membri (c.d. dilemma dell’abbandono). Dall’altro lato, il dilemma dell’intrappolamento suggerisce che ogni qualvolta un paese rischia di essere trascinato in imprese militari a lui sgradite tenterà, al contrario, di defilarsi il più possibile dai propri impegni nell’alleanza. Uno dei casi da manuale di intrappolamento tra alleati è il Patto d’Acciaio italo-germanico del maggio 1939, a cui l’Italia aderì con l’intenzione di non partecipare ad una guerra su larga scala per altri tre o quatto anni, mentre la Germania disegnò l’alleanza allo scopo di trascinare l’alleato in guerra non appena lo avesse ritenuto opportuno.

Meno noto, tuttavia, è il fatto che il contesto di rapprochment tra i due paesi prevedesse anche un corollario nelle relazioni commerciali e finanziarie bilaterali. Tra l’Italia e la Germania vigeva infatti sin dai primi mesi del 1938 un c.d. ‘accordo di clearing’, strumento attraverso il quale la Reichsbank gestiva in maniera asimmetrica il commercio tedesco con i paesi dell’Europa centrale e orientale. La clearing union, in italiano camera di compensazione, è una tipologia di gestione del sistema internazionale dei pagamenti che regola i saldi di parte corrente tra paesi senza generare movimenti reali di valuta sui mercati, ma istituendo dei rapporti puramente contabili di debito e credito tra banche centrali. Sebbene sia forte la tentazione del parallelo con l’attuale situazione di asimmetria nell’Eurozona, va notato che la posizione tedesca era allora radicalmente diversa da quella attuale. In quanto paese in pieno riarmo militare, infatti, già alla fine del 1938 il Reich aveva totalizzato oltre 140 milioni di lire di deficit commerciale verso la l’Italia. Una posizione guidata dal boom delle importazioni di prodotti agricoli e tessili necessari alla gestione di un’economia di guerra. Tra i protagonisti di allora, è in particolare il Ministro per gli Scambi e le Valute del governo di Roma, Felice Guarneri, a provvedere nelle sue memorie ad una ricostruzione del legame tra questa forma di collaborazione economica e l’intrappolamento italiano nel Patto d’Acciaio. L’aspetto interessante di questa vicenda è che il dilemma dell’intrappolamento non solo si replica nell’ambito monetario quanto in quello militare − con l’Italia ‘intrappolata’ in un sistema iniquo pensato per abbattere i costi del riarmo tedesco – ma trova conferma delle sue previsioni allorché il paese più riluttante, come tra poco si dirà, tentò con ogni mezzo di svincolarsi dalla presa del proprio alleato sulla sua politica estera.

Secondo quanto riportato dal ministro, l’accordo prevedeva che l’Italia sfruttasse i saldi positivi accumulati con l’export per importare carbone, legname, ferro, acciaio e altri prodotti fondamentali per le esigenze del proprio apparato militare. Nella pratica, tuttavia, il governo tedesco limitò sistematicamente l’esportazione di tali beni, strategicamente essenziali, mentre in spregio alle regole dell’accordo rivendeva parte dei prodotti importati dall’Italia sui mercati internazionali, in cambio di oro e altre valute pregiate. In questo contesto, e con la prospettiva di un ancor più stretto legame sotto i vessilli del Patto d’Acciaio, la reazione italiana fu coerente con le previsioni del dilemma: limitare il potere negoziale dell’alleato per non dare modo alla leadership tedesca, attraverso il ricatto di non restituire gli ingenti crediti vantati dallo stato italiano, di trascinare il paese in guerra contro la sua volontà.

Tre furono i passaggi, nel campo della cooperazione monetaria con Berlino, attraverso cui il governo italiano cercò di divincolarsi dalla morsa di un sistema asimmetrico. In primis, alla fine del 1938 il ministero di Guarneri avviò i primi colloqui per chiedere una temporanea ripresa dei pagamenti in valuta forte – oro, dollari o sterline. Nonostante lo scarso successo nell’immediato, il tentativo italiano fu recepito a Berlino, segnalando la seccatura del governo Mussolini per la gestione iniqua del sistema dei clearings. Come conseguenza, il ministro dell’economia tedesco Funk visitò Roma nel gennaio ’39, fornendo al governo italiano l’assist per una seconda mossa diplomatica. Le proposte di Funk in quel contesto ruotavano attorno alla costruzione di una nuova ‘zona del reichsmark’ in cui l’Italia avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione agricola e alimentare, mentre l’intera industria pesante e manifatturiera si sarebbero dovute concentrare in Germania. Guarneri, che prevedibilmente si colloca nelle sue memorie − scritte dopo la guerra − tra le fila dei fascisti ‘scettici’ sull’alleanza italo-tedesca, rivendica di aver duramente rigettato la proposta Funk. E con queste parole: «l’Italia intende mantenere la completa libertà nella sfera monetaria, né è disposta ad accettare ogni sorta di vincolo alle sue iniziative riguardo la produzione industriale». Questa volta la Germania sembrò accusare il colpo, sbloccando 3 milioni di tonnellate di carbone e acciaio per l’esportazione in Italia. Tuttavia, questa breve inversione di tendenza durò solo fino alla firma del Patto d’Acciaio. La Germania, infatti, trasse dal nuovo trattato ulteriore slancio per accelerare la ricostruzione delle proprie forze armate. La dinamica del riarmo tedesco fece crollare nuovamente le esportazioni di materie prime, con lo sbilancio commerciale tra i due paesi che si attestava a 350 milioni di lire nel marzo 1939 e superava i 750 milioni all’inizio dell’estate.

Di fronte a queste cifre, il ‘camerata’ Guarneri sfoderò una terza e definitiva mossa. Dopo avere ottenuto l’assenso de Duce, il primo luglio del 1939 il Ministero Scambi e Valute sospese unilateralmente la convertibilità tra lire e marchi all’interno della camera di compensazione. Il commercio tra i due paesi continuò a rilento grazie alla garanzia delle banche tedesche sui rischi di cambio, ma venne infine bloccato del tutto, unilateralmente, pochi giorni prima dell’incidente di Gleiwitz. Guarneri descrive la reazione del governo tedesco come «tanto veemente che pareva si fosse trattato di un atto di guerra». Eppure, il dispiegamento della ‘opzione nucleare’ dell’allora ministro delle valute riuscì a ridurre a 150 milioni di lire il livello di asset italiani parcheggiati presso la Reichsbank. La manovra liberò così i tradables italiani dalla gabbia del clearing, permettendone la vendita sui mercati internazionali in cambio di valuta pregiata, e soprattutto attenuò il ricatto di Berlino garantendo al governo Italiano lo spazio negoziale per un anno di non belligeranza.