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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaClausewitz ai tempi di Gaza

Clausewitz ai tempi di Gaza

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A quasi tre settimane dall’attacco di Hamas Israele deve ancora rivelare la sua strategia di risoluzione della crisi, mentre il rischio di escalation regionale minaccia ulteriormente i precari equilibri globali. Di fronte a una scelta politica, prima che operativa, il governo di Tel Aviv dispone di diverse opzioni, ma quale decisione prendere? Uno sguardo ai termini strategici del conflitto può aiutare a comprendere meglio l’evoluzione di uno scenario tutt’altro che statico e che avrà profonde ripercussioni sugli equilibri regionali.

Israele si trova a un bivio, sospesa tra la decisione di invadere la Striscia di Gaza e il timore delle conseguenze di un simile atto. Le incursioni in profondità nel territorio israeliano compiute il 7 ottobre dal movimento Hamas e dal Jihad islamico, risultate in oltre 1400 vittime civili e militari, hanno scosso profondamente lo Stato ebraico. Israele, Stato-fortezza ben noto per disporre di uno dei migliori apparati di intelligence al mondo, non è riuscito ad anticipare le mosse dell’avversario e ha visto prese di sorpresa le proprie forze armate, anch’esse tenute (a merito) in alta considerazione. Al termine delle incursioni, Hamas si è nuovamente ritirato nella Striscia di Gaza, portando con sé circa due centinaia di ostaggi il cui numero esatto resta però ancora imprecisato. Mentre il lancio di razzi dalla Striscia metteva alla prova il sistema di difesa aerea Iron Dome, le forze aeree israeliane hanno iniziato a condurre attacchi aerei sul territorio. Tuttavia sebbene il potere aereo sia decisivo sul campo di battaglia, nel caso di operazioni in territori vasti e con la presenza di conglomerati urbani, solo un intervento terrestre può permettere il controllo dell’area. Nel corso delle giornate successive è stata annunciata la preparazione di una campagna di terra con l’obiettivo di neutralizzare le capacità militari di Hamas. Nel frattempo, si può lecitamente supporre che siano stati condotti dialoghi e tentativi di mediazione tra le parti, con particolare riguardo alla questione degli ostaggi. In questa compagine di prigionieri sono presenti, in proporzioni non meglio specificate, sia civili che militari. È possibile che Hamas punti a scambiare questi ultimi per il rilascio di prigionieri palestinesi detenuti in Israele.
Sono passate quasi tre settimane dall’annuncio della mobilitazione verso la Striscia e l’avvio dell’operazione rimane ancora sospeso. È indubbio che le forze armate adesso siano pronte. Israele dispone di circa 170.000 militari in servizio attivo e oltre 450.000 riservisti (su una popolazione di poco inferiore ai 9 milioni di abitanti), scorte di munizioni e mezzi avanzati. L’infrastruttura di trasporto nel Paese, specialmente se coadiuvata da un’attenta pianificazione logistica, permette di mobilitare forze sufficienti in tempi ridotti e di circondare la Striscia da ogni lato. La dispersione di forze iniziale si sta colmando rapidamente e all’occorrenza l’alto numero di riservisti può ingrossare le fila delle unità regolari.


Tuttavia, quanto ha senso invadere la Striscia di Gaza? Il ricorso allo strumento militare, contemplato dal diritto internazionale come mezzo di autodifesa nel limite del principio di proporzionalità, si è senz’altro reso necessario a causa di un attacco armato in forze contro lo Stato israeliano. Questo ha permesso di riprendere le aree colpite da Hamas e di schermare il territorio con i sistemi di difesa aerea, ma ora c’è il rischio che lo stesso strumento militare sia utilizzato a sproposito. Nel suo Vom Krieg, Clausewitz afferma che “la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi“. La massima contiene il nucleo della filosofia della guerra del generale prussiano. Secondo Clausewitz la guerra è la prosecuzione della politica nel senso che deve sempre rispondere a un obiettivo politico, se non risponde ad alcun chiaro obiettivo ma solo all’istinto di agire il conflitto si apre a scenari imprevedibili e altamente instabili sul lungo termine. Il primato clausewitziano della politica sulla guerra costituisce un caposaldo del pensiero strategico ed evidenzia le opportunità e rischi derivanti dalla decisione di impiegare lo strumento militare. Laddove vi sia assenza di una strategia politica di ampia portata e con un respiro di lungo termine, il solo impiego della forza armata in ottica di ritorsione rischia di aggravare le prospettive future di stabilizzazione. È questo l’avvertimento dato da Joe Biden durante la sua visita in Israele: non fate i nostri stessi errori. L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 si è trascinata per vent’anni, risultando in numerose morti civili e militari e in una rocambolesca fuga dal campo che ha riportato la situazione indietro di due decadi, riportando al potere il regime talebano abbattuto dall’operazione Enduring Freedom. Passarono solo due mesi dall’attentato alle Torri Gemelle all’inizio dell’invasione dell’Afghanistan, che però si trovava a migliaia di miglie dal territorio americano e richiedeva tempi più dilatati per trasportare e schierare le forze. Le operazioni in Afghanistan inizialmente non avevano un chiaro obiettivo operativo definitivo, noto anche come end state, se non quello di detronizzare il regime talebano per privare Al-Qaeda del suo supporto operativo. In seguito alla neutralizzazione dell’apparato militare e statale del regime talebano, le operazioni si sono protratte in una occupazione ad libitum del territorio, nel tentativo di costruire uno Stato costituzionale di matrice occidentale che però, viziato da gravi mancanze strategiche, è risultato nell’abbandono del territorio dopo oltre vent’anni di sforzi umani e materiali. Al contrario nel 1991, durante la prima Guerra del Golfo, l’offensiva contro l’Iraq di Saddam Hussein che aveva occupato il Kuwait rispondeva a un chiaro end state: liberare il territorio occupato e restaurare la sovranità del Kuwait. A tal fine l’Iraq venne colpito sia in territorio nazionale, centri di comando, installazioni difensive e piste di decollo, sia a Kuwait City per scalzare le truppe occupanti. Liberato il Kuwait e firmato il trattato di pace mediato dalla coalizione internazionale, le truppe hanno lasciato l’area e le relazioni tra i due Paesi sono proseguite per via diplomatica. 

Avere un chiaro obiettivo permette di delineare i limiti di un intervento militare laddove esso sia reso necessario dagli eventi, ma ad oggi l’end state di Israele non risulta ancora chiaro. L’obiettivo dichiarato è quello di neutralizzare le capacità militari di Hamas, ma la strategia e, in particolare, le regole di ingaggio rimangono nebulose per un’operazione che avrebbe luogo nella zona più densamente abitata nel mondo, con oltre due milioni di civili stipati in un’area di 365 chilometri quadrati. Non è inoltre chiaro se la presunta invasione della Striscia debba risultare in una operazione in punta di fioretto, con incursioni alla “mordi e fuggi”, oppure in ulteriori occupazioni di territorio palestinese. A questo livello di complessità, prettamente tattico, va aggiunto il livello di analisi di teatro del quadrante mediorientale, con gli Stati arabi sospesi tra il supporto alla causa palestinese e l’instaurazione di rapporti pacifici con Israele. Nel clima di sospensione regionale si giocano gli equilibri con attori come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran e sul piano strategico internazionale le raccomandazioni degli Stati Uniti, principale alleato dello Stato ebraico, lasciano intendere che Washington non sia interessata ad avallare l’eruzione di ulteriori conflitti regionali per focalizzare invece l’attenzione su Taiwan e l’Ucraina. Un’invasione terrestre di Gaza comporterebbe senz’altro un alto costo in termine di vite civili e militari da entrambi i lati, potrebbe compromettere fatalmente il fragile equilibrio che andava delineandosi sullo scacchiere regionale e non incontrerebbe il plauso degli Stati Uniti e di larga parte della comunità internazionale. Il rischio di lanciare un’operazione militare terrestre in un’area così popolata senza chiari obiettivi politici è quello di scadere nella pratica della rappresaglia, oltre a una serie di ripercussioni materiali sul piano dei rapporti internazionali. Tuttavia proprio la storia dell’Occidente ha dimostrato che, sull’onda di un forte trauma emotivo nazionale e con un governo incline all’interventismo, un Paese può rispondere istintivamente ignorando le conseguenze più ampie. La scelta è tra una risposta istintiva e una distruttiva, ventilata dalle frange più estreme della maggioranza di governo, oppure un approccio diverso, minuziosamente pianificato e guidato da chiari obiettivi di breve, medio e lungo termine per la risoluzione della crisi. La lezione di Clausewitz, ancora attuale dopo quasi due secoli, insegna che la guerra fine a sé stessa risulta non solo in tragici errori ma, in via definitiva, nel fallimento di un intero sistema politico, incapace di imporre il proprio primato sulla guerra stessa. La scelta che Israele compirà sarà cruciale per lo sviluppo dello scenario e gli esiti di quanto sarà fatto avranno ripercussioni politiche, umanitarie, diplomatiche e securitarie di lungo periodo. 

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