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Civili armati contro il terrorismo: il caso delle milizie volontarie del Burkina Faso

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Nel gennaio di quest’anno, il Parlamento di Ouagadougou ha approvato una legge che prevede la creazione di milizie volontarie composte da civili, a cui lo Stato si è impegnato a fornire armi e addestramento. L’iniziativa vuole essere una risposta alle attività sempre più intense condotte nel territorio burkinabé dai gruppi islamisti operanti nella regione del Sahel.

La nuova legge sui “Volontari per la difesa della patria” nasce con l’idea di supportare il lavoro delle forze di sicurezza regolari attraverso la previsione, a livello locale, di squadre di civili armati, per cercare di arginare la sempre più preoccupante situazione di insicurezza che, secondo i dati forniti dall’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel Paese ha già causato oltre 1.000.000 di sfollati interni, circa un ventesimo della popolazione.

I gruppi di autodifesa non costituiscono una novità per l’Africa occidentale, né all’interno del Burkina Faso. Di particolare fama in territorio burkinabè sono ad esempio i gruppi Koglweogo (in lingua Mossi “i guardiani della foresta”), nati al fine di contrastare la criminalità e il banditismo nelle aree rurali, che contano tra le proprie fila decine di migliaia di membri. Matrice tradizionale hanno invece le confraternite di cacciatori Dozo, diffuse anche in Mali e nella Costa d’Avorio settentrionale.

Sebbene la nuova legge preveda un “test di moralità” da sottoporre ai nuovi volontari, si può rilevare che l’attribuzione di una funzione, tanto delicata quanto pericolosa, come la gestione della sicurezza al di fuori del controllo statale si è già rivelata in passato un’esperienza fallimentare per il Burkina Faso. Sovente infatti le milizie di autodifesa già esistenti, invece di garantire la tutela dei cittadini, si sono rese responsabili di pesanti abusi nei confronti di civili, provocando di contraccolpo gravi episodi di violenza settaria. Ad esserne colpite sono state in primo luogo le comunità fulani, accusate, in certi casi fondatamente, di essere vicine ai gruppi terroristi.

Come nel resto della regione Saheliana, in Burkina Faso la componente etnica ha infatti giocato un ruolo determinante nella polarizzazione della violenza. Anche qui la forza dei gruppi jihadisti sta nell’aver saputo approfittare del malcontento covato da alcune particolari comunità, spesso legato a rivalità per l’accesso alle risorse, traendone un fondamentale guadagno in termini di supporto e capacità di reclutamento.

Gli attacchi di matrice islamista radicale nel Paese sono iniziati alla fine del 2015, per intensificarsi nelle regioni orientali a partire dal 2018. Il territorio del Burkina Faso è una delle aree di azione di Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM – Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani), nato dalla fusione di alcuni gruppi legati ad Al-Qaeda, inclusi Ansar Dine e Al-Qaeda nel Magreb islamico. Altro rilevante attore che qui si trova ad operare da ormai alcuni anni è lo Stato Islamico del grande Sahara (ISGS). Di origine locale è invece il gruppo Ansaroul Islam, fondato alla fine del 2016 dal predicatore fulani Ibrahim Malam Dicko.

Il Burkina Faso è uno dei cinque membri della Coalizione G5 Sahel, forza militare congiunta che opera nell’area saheliana con finalità di anti-terrorismo. Eppure, la creazione di queste nuove milizie lascia intendere che lo Stato fatica a fornire, attraverso le sue forze regolari, una soluzione adeguata alla crescente minaccia dei gruppi jihadisti che hanno fatto del territorio nazionale uno dei loro maggiori scenari di combattimento.

Nel frattempo, nei mesi passati si è potuto osservare che numerosi sono stati gli attacchi terroristici rivolti contro i centri in cui hanno sede i nuovi gruppi di volontari, che, male equipaggiati ed impreparati, più che costituire uno strumento di difesa hanno fatto da polo di attrazione di nuova violenza. Quella che è stata pensata come una soluzione, potrebbe finire per rivelarsi, al contrario, un ulteriore fattore di tensione in un Paese gravato da importanti fratture intercomunitarie, con inevitabili ricadute per il già tormentato processo di stabilizzazione dell’intera regione.

Martina Matarrelli,
Geopolitica.info

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