Cina e Russia: una proiezione degli interessi congiunti dei due Paesi in Artico

Con i suoi quattro milioni di abitanti, temperature rigide e una carenza diffusa di infrastrutture, la regione artica è considerata da molti una regione isolata e ostile. A causa dell’aumento delle temperature globali i suoi ghiacci marini stanno aprendo una nuova rotta navigabile, la più breve tra l’Europa e l’Asia.  Passata alla cronaca per le rivendicazioni di sovranità russe nel Mar Glaciale Artico, si ritiene che la regione ospiti il 30% delle riserve inesplorate di gas, il 13% di quelle petrolifere. Motivazioni economiche sufficienti per indurre la Cina ad instaurare con Mosca relazioni bilaterali all’insegna di una stabile cooperazione.

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Lo scorso Novembre in un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinua, Vladimir Remyga, Presidente del Consiglio di Coordinamento per la Cooperazione con le associazioni imprenditoriali dell’Asia al Congresso Internazionale degli industriali e degli imprenditori (ICIE) svoltosi a Mosca, ha dichiarato che “L’intenzione di creare un partenariato economico eurasiatico e di coniugarlo con l’Iniziativa Belt and Road (BRI) si sta delineando come un evento globale che condurrà ad cambiamento radicale dell’ordine mondiale esistente”.

Come sappiamo la BRI proposta dal Presiedente cinese Xi Jinping nel 2013, può essere considerata come uno dei progetti di “proiezione politica nazionale” più ambiziosi di quest’epoca. L’iniziativa è stata oggetto fino ad oggi di numerose analisi e studi per delinearne la portata geografica ed economica. Le ragioni strategiche della BRI risiedono nelle enormi risorse e capacità produttive di alcuni settori industriali cinesi (acciaio, alluminio, cemento) e dalla possibilità di allocare tali capacità produttive verso i mercati europeo, russo e centro-asiatico attraverso una riorganizzazione strutturale delle principali vie di comunicazione tra la Cina e il resto del mondo.

La BRI opera su due direttrici, quella terrestre la Silk Road Economic Belt e quella marittima, la Maritime Silk Road. Se tutto o quasi è stato detto sulle rotte via terra che attraverseranno l’Asia Minore e il Medio Oriente e via mare dal Mar Cinese meridionale al Pacifico al Mediterraneo, ancora poco si sa dei progetti cinesi che interessano la regione artica. In un documento diffuso a giugno 2017, dal titolo “Vision for Maritime Cooperation under the Belt and Road Initiative, redatto congiuntamente dal China’s National Development and Reform Commission (CNDRC) e dallo State Oceanic Administration (SOA), il Governo cinese ha dichiarato l’inserimento di una rotta artica la Silk Road Ice (SRI) nei piani di sviluppo della BRI, riferendosi al “Mar Glaciale Artico come ad una delle rotte marittime del XXI Secolo, come parte del Blue Engine – in cinese lanse yiiìnqing, il motore blu della BRI.”

Nel 2017, lungo la Northern Sea Route (NSR) il tratto del North East Passage (NEP) che è sotto la diretta amministrazione del Governo russo e che la scorsa estate si è reso navigabile per la prima volta senza l’ausilio di navi rompighiaccio (N.d.r. ci si riferisce qui al caso della Christophe de Margerie, nave battente bandiera cipriota che il 17 Agosto 2017 ha computo in soli 19 giorni il viaggio dalla Norvegia alla Corea del Sud, con un carico di gas liquefatto attraversando al NSR – in soli sei giorni – senza l’intervento di una nave rompighiaccio) sono transitate una dozzina di navi cinesi della China’s Ocean Shipping Company (COSCO) dall’Europa all’Asia inaugurando una nuova era della navigazione marittima commerciale. “Si calcola che il carico complessivo trasportato dalla Cina via mare lungo la NRS nel 2017 sia pari a circa 9.6 milioni di tonnellate”, ha dichiarato il capo della Northern Sea Route Administration all’Agenzia russa Tass Nikolai Mokno. “Un incremento del 36% rispetto al 2016 quando i traffici si attestavano sui 7,5 milioni di tonnellate”. A pesare sono certamente le spedizioni da e per il porto di Sabetta, dove la COSCO sta realizzando assieme al colosso russo Novatek uno dei progetti di estrazione di gas naturale più ambiziosi visti sinora, lo Yamal LGN Megaproject. L’impianto sarà destinato a rifornire di gas i mercati dell’est asiatico di Cina, Giappone e Corea del Sud. Per il finanziamento del progetto il Silk Road Fud ha garantito prestiti per un totale di 12 miliari di dollari. Quando l’impianto Yamal entrerà a regime, i traffici sulla rotta raddoppieranno, secondo quanto dichiarato dal Ministro russo dei Trasporti, la maggior parte di questo carico saranno idrocarburi, gas e petrolio, per un carico che potrebbero raggiungere i 65 milioni di tonnellate. Ma l’alleanza economica russo-cinese non si ferma qui, secondo Ekaterina Klimenko, ricercatrice dello Stockhoolm International Institute (ISPRI), la cooperazione fra i due Paesi interessa anche altri progetti di estrazione offshore in Artico, nel Mare di Kara e nel Mare di Okhotsk. Segni questi di come nei prossimi 5-10 anni la Cina potrebbe diventare uno dei maggiori soci in affari per la Russia, specialmente se le sanzioni imposte da Usa e Europa dovessero persistere.

La Russia è, a oggi, il primo partner ufficiale della BRI nella costruzione congiunta della Silk Road Ice. Riprendendo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio di Coordinamento per la Cooperazione con l’Asia Vladimir Remyga: “la Silk Road Ice ha ricevuto un impulso significativo dall’adozione di un nuovo programma russo per lo sviluppo della zona artica fino al 2025, con un finanziamento di oltre 16 miliardi di rubli (274 milioni di dollari)”. Un passo importante verso la cooperazione tra i due Paesi si era instaurato già nel 2015 in occasione di una visita ufficiale a Mosca del Presidente cinese Xi Jinping, con la firma dei due capi di Stato di un accordo di armonizzazione tra l’Eurasian Economic Union (EEU) e la Belt and Road Initiative, considerata in un primo momento da Vladimir Putin come progetto antagonista in una area geografica di tradizionale influenza sovietica. Dopo essersi accordate sul lancio di una serie di progetti infrastrutturali, le due potenze mirano a soddisfare i propri interessi strategici: per Pechino assicurarsi l’approvvigionamento energetico dell’Asia Centrale e sviluppare nuove rotte commerciali verso l’Europa, per Mosca la cooperazione per la creazione di reti di comunicazione e trasporto nelle aree oggi più remote e inaccessibili del Paese.