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Cina e Russia: accordi e strategie nel “Grande Gioco” per l’heartland centroasiatico

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Il ritiro americano dall’Afghanistan, anticipato rispetto alla data prefissata per l’11 settembre 2021, è stato accompagnato dall’avanzata dei talebani su Kabul e dallo sfaldamento dell’esercito regolare, suscitando incertezze nelle cancellerie internazionali circa le possibili ripercussioni sugli equilibri strategici dell’Asia centrale. In un ventennio di presenza militare in loco, gli Stati Uniti non sono riusciti a portare a termine il processo di state building, rimasto allo stato embrionale anche a causa delle faide etniche e religiose. A oltre un anno dal ritiro americano, l’Afghanistan è isolato a livello internazionale, gli asset della banca centrale afghana conservati all’estero sono stati congelati e il flusso di aiuti umanitari occidentali è pressoché interrotto. Per scongiurare scenari destabilizzanti destinati a ripercuotersi sui rispettivi confini, Pechino e Mosca hanno mantenuto aperti dei canali di dialogo ufficiosi con i vertici talebani, che hanno recentemente permesso alla Cina di passare all’incasso siglando un accordo per l’estrazione di petrolio.

Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan dopo vent’anni di presenza in loco ha impresso una brusca accelerazione ai conflitti interni al Paese, mai sopiti nonostante il tentativo di state building intrapreso dagli USA e dalla NATO all’indomani dell’11 settembre 2001. Lo sfaldamento della compagine governativa sotto la pressione dei talebani, insediatisi nuovamente al governo del Paese, ha riportato in auge nel dibattito pubblico quel “Grande Gioco” che, nel corso dell’ottocento, ha visto contrapporsi le grandi potenze imperiali. Nel tentativo di controllare il territorio afghano, considerato l’anello di congiunzione tra il Rimland del sud est asiatico e l’Heartland euroasiatico, in accordo con quanto sostenuto nella teoria mackinderiana delle relazioni internazionali, l’Impero Britannico ingaggiò una contrapposizione politica e diplomatica con l’Impero russo che si protrasse per tutto il Diciannovesimo secolo. Per impedire l’espansione russa in uno spazio che avrebbe consentito ai russi di minacciare la sicurezza dei loro territori in India, i britannici intervennero nelle dinamiche interne agli emirati dell’Afghanistan, rimanendo coinvolti nelle cosiddette guerre anglo-afghane.

Rimasto nell’oblio a seguito dell’accordo anglo-russo per l’Asia firmato nel 1907, il termine “Grande Gioco” è rientrato nel discorso pubblico durante i primi anni Duemila, quando la massiccia presenza americana in Afghanistan e i fallimentari tentativi di state building hanno riportato il concetto in auge nel dibattito pubblico. In concomitanza con l’annuncio del ritiro statunitense, la Russia e la Cina hanno continuato a tenere aperti i canali di dialogo con i talebani, evitando tuttavia il coinvolgimento nel pantano afghano con interventi diretti implicanti costi eccessivi in termini politici ed economici. Stabilità e interessi economici appaiono dunque le parole d’ordine per Pechino, che sin dall’incontro istituzionale tenutosi a Tianjin alla fine di luglio 2021 alla presenza dell’allora ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha interloquito con esponenti di spicco dei talebani. Ponendosi quale interlocutore neutrale, la Cina intende infatti tutelare la sicurezza del “ramo pakistano” della Via della Seta e al contempo scongiurare infiltrazioni terroriste all’interno dei propri confini, poiché il territorio afghano è contiguo alla regione cinese dello Xinjiang abitata dalla minoranza musulmana degli uiguri, oggetto di repressione da parte del governo cinese.

A quasi un anno e mezzo dal ritiro statunitense, i vertici talebani hanno annunciato la firma del primo accordo internazionale in materia di energia, che autorizza la compagnia cinese Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co. (CAPEIC) ad estrarre il petrolio presente nel nord del Paese nel bacino dell’Amu Darya. Si tratta di un’intesa la cui durata prevista è di 25 anni e che, se concretizzata, vedrebbe la parte afghana partecipare al partenariato con una quota del 20%, aumentabile nel tempo fino al 75%, mentre la parte cinese si impegnerebbe ad estrarre gli idrocarburi e a costruire altresì una raffineria ad hoc nel Paese fornendo opportunità di lavoro alla manodopera locale. A fronte di tale intesa orientata al futuro, il dialogo tra la Russia e i talebani appare invece incentrato su questioni e necessità contingenti, visto che nel settembre 2022 Mosca ha siglato un accordo per fornire petrolio e grano a Kabul in cambio di prodotti agricoli. In qualità di leader dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), la Russia possiede sulla carta tutti gli strumenti atti a scongiurare che l’instabilità afgana minacci la sua presenza strategica in Asia centrale, ma la rete di alleanze economiche che la Cina sta instaurando con gli Stati ex sovietici fa intuire un potenziale mutamento degli assetti odierni. L’adesione di tali Paesi ai progetti legati alla “Via della Seta”, visti come un modo per allentare, almeno sul piano economico, la storica dipendenza da Mosca, mostra come Pechino sia ormai un attore geopolitico pronto a controbilanciare la storica influenza russa sull’heartland centroasiatico.

L’accordo venticinquennale siglato tra CAIPEC e i vertici afghani sembrerebbe confermare tale prospettiva, tuttavia, è improbabile che le iniziativa cinese non tenga in conto l’instabilità interna al Paese, che potrebbe impedire l’attuazione pratica dell’accordo così come accaduto con l’analoga intesa firmata dal precedente governo afghano con la China National Petroleum Corporation (CNPC). Le dinamiche geopolitiche innescatesi in Asia centrale dopo il ritiro statunitense dall’Afghanistan e il timore degli ex Stati satellite per le ingerenze russe, amplificato dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, sembrano destinati ad avere ripercussioni sulla storica egemonia di Mosca nella regione. Gli Stati centroasiatici hanno infatti iniziato a guardare verso la Cina, percepita come un partner meramente economico che non interferisce nelle vicende interne ai Paesi amici. Nonostante i proclami ufficiali che ribadiscono l’amicizia senza limiti, e nonostante il sostegno di entrambe le parti a un nuovo ordine mondiale multipolare, le prime crepe nei rapporti tra Russia e Cina rischiano di materializzarsi già nel medio periodo, in quanto i due Stati mirano ad esercitare la propria proiezione strategica sul medesimo spazio geopolitico. In tale contesto, l’apparente disinteresse di Washington per l’Asia centrale potrebbe celare la volontà della Casa Bianca di mettere in atto un contenimento al minimo costo, alimentando la competizione russo – cinese in modo tale da scongiurare la presenza di un egemone nell’heartland euroasiatico.

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