La Cina che Renzi scoprirà

A metà maggio, il sempre assai corposo numero domenicale del Financial Times si è fatto notare per una singolarità: non c’era nessun articolo dedicato alla Cina, ad un’impresa cinese, ad una personalità cinese. La Cina era insomma semplicemente assente dal panorama delle notizie e dei commenti.

La Cina che Renzi scoprirà - Geopolitica.info

Eppure era stato lo stesso quotidiano finanziario, il giornale di più alta qualità al mondo, nonché il più attendibile, a far sapere un paio di settimane prima una notizia-bomba: e cioè che, contrariamente alle previsioni che davano il “sorpasso” prevedibile solo tra qualche anno, già nel 2014 l’economia cinese sarebbe diventata la prima economia mondiale. In valore assoluto, naturalmente, perché – se si guarda agli indicatori pro-capite, gli Stati Uniti – che hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, rimangono di gran lunga il paese leader dell’economia mondiale.

E questo per non parlare degli aspetti non economici che concorrono a fare dell’America il cosiddetto “paese egemone” anche in questa prima fase del ventunesimo secolo, cioè alla forza militare e a quella culturale: nel primo di questi campi, la supremazia americana, pur declinando rapidamente (soprattutto per la scarsa voglia degli Americani di combattere nuove guerre) rimane comunque indiscussa, mente nel secondo – il campo del cosiddetto soft power – l’America occupa tutti gli spazi, in maniera addirittura schiacciante.

La più grande economia mondiale

La supremazia militare e culturale degli Stati Uniti non costituisce pero una notizia, così come non è una notizia un cane che morde un uomo. Quel che accade in Cina – almeno in questa fase storica – costituisce invece notizia, proprio come un uomo che morde un cane. Ed è perciò naturale che il lettore della grande stampa internazionale sia rimasto sorpreso di non trovare nessun articolo o informazione relativa alla Cina su quel numero domenicale del FinancialTimes. Così come rimane insoddisfatto quando cerca su Amazon (che sia .uk o .com) nuovi libri dedicati a questo argomento.

Eppure questo strano silenzio non è privo di significati. I nuovi libri scarseggiano rispetto a qualche anno fa perché i tempi della loro produzione e distribuzione sono ormai troppo lenti rispetto ai ritmi ai quali cambia la situazione politico-economica del colosso asiatico.  E comunque perderebbero subito di attualità. Mentre i media che non hanno questi vincoli temporali possono certo darci informazioni a getto continuo, ma sono sempre più in difficoltà quando si tratta di commentare gli avvenimenti e di orientare imprenditori e politici occidentali su come collocarsi rispetto alla concorrenza cinese, e a come essere presenti su quel mercato

Dove vada la Cina, e se – e quanto a lungo – possa continuare nelle sue forme e ai ritmi attuali il suo tumultuoso processo di sviluppo è un interrogativo cui tuttavia non è possibile rinunciare a dare una risposta. Perché altrimenti bisognerebbe rinunciare ad avere un’idea di dove va il mondo, della cui vicenda la Cina è ormai diventata, se non il protagonista, uno degli attori principali. Lo si è ben visto ad un recente dibattito tenuto alla London School of Economics, dove – alla domanda “Will China dominate the XXI century?” – tutti gli intervenuti hanno risposto negativamente, solo per poi addentrarsi in analisi delle possibilità e dei problemi della Cina da cui finiva per risultare chiaramente quanto grande sarebbe stato l’impatto della dinamica interna di quel paese sulla dinamica del sistema globale.

Risultava insomma evidente che, se la Cina nel corso di questo secolo difficilmente potrà assumere il ruolo egemone che hanno avuto gli Stati Uniti nel secolo scorso e la Gran Bretagna in quello ancora precedente, i suoi problemi non potranno che generare problemi, di seno sia eguale che opposto, ma comunque analoghi, in tutto il resto del pianeta, o, se si preferisce, che gli scossoni provocati dal suo ormai compiuto risveglio scuoteranno e faranno tremare il mondo intero.

A dare una risposta all’interrogativo su dove vada la Cina ci ha provato di recente il Fondo Monetario Internazionale, con un documento dal tono pessimistico, pieno di critiche e perplessità sul prossimo futuro di quella che è ormai la principale potenza economica del mondo.

Il governo cinese ha respinto queste conclusioni ed ha criticato la metodologia dello studio. Forse non poteva fare differentemente, per ragioni politiche e di prestigio. Ma anche ad un osservatore esterno e neutrale appare chiaro che una certa dose di prudenza sia necessaria quando si prendono in considerazione i problemi e le difficoltà che la Cina dovrà affrontare nel prossimo futuro. Prevedere l’avvenire della Cina e del suo sistema economico in permanente trasformazione è stato già  più volte tentato negli anni passati da parte di questo o di altri organismi internazionali, ed  è possibile vedere che non sempre queste previsioni negative si sono rivelate esatte.

Da questi tentativi, però, riusciti o meno che essi siano, c’é sempre qualcosa da imparare. E farsi un’idea dell’attuale momento economico in Cina è tanto più importante in quanto, nel prossimo mese di giugno 2014 – in pratica subito dopo le elezioni europee – è previsto un viaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, viaggio da cui dovrebbe uscire una strategia di medio periodo nei rapporti del nostro paese con l’economia che più rapidamente è cresciuta negli ultimi tre decenni; strategia che – vale la pena di dirlo – è sempre mancata.

Una caratteristica comune a tutti questi studi – compresi quelli pessimisti – è stato l’orizzonte temporale di riferimento, di solito un paio di decenni, e soprattutto il dare per scontato che le tendenze del passato potessero continuare più o meno indisturbate prima che si manifestassero problemi abbastanza seri da obbligare le autorità cinesi a cambiar strada. Alla luce degli eventi più recenti verificatisi sulla scena mondiale – eventi economici, più che politici e militari – questo assunto, però, non sembra più realistico. L’orizzonte temporale della dinamica economica e politica della Cina, cioé il lasso di tempo che può essere considerato prevedibile è diventato molto più breve.

Molti interrogativi continuano infatti a porsi sulla linea la Cina finirà per seguire sotto il Presidente Xi. Cosicché, per tracciare anche la prima bozza di una “Agenda Renzi per la Cina”, (e quindi per valutare la possibilità che la Cina diventi un partner più importante per il mondo italiano degli affari) bisognerà prendere in considerazione tre questioni cui non è molto semplice dare risposta.

La strategia cinese dopo la crisi del 2008

La prima domanda è se il futuro prevedibile della Cina assomiglierà al suo recente passato. Cioè se è possibile e probabile che i suoi dirigenti perseverino nelle politiche economiche degli ultimi otto anni.

Si tratta di una domanda importante, perché a seconda della risposta che le si darò, positiva o negativa, dipende la conclusione che si potrò trarre ad un altro interrogativo, assolutamente cruciale se di deve tracciare un “piano Renzi”, o meglio un “piano Italia” per i rapporti commerciali con il grande paese asiatico. Dalla politica di sviluppo seguita dalla Cina, e dalla conseguente evoluzione dei rapporti con il resto del mondo, dipenderà infatti la complementarità o meno del sistema produttivo italiano con quello cinese, e i rapporti commerciali saranno più facili o più difficili.

A partire dalla crisi del 2005-2008, lo “sviluppo trascinato dalle esportazioni” ha incontrato, nella Cina comunista, problemi assai seri.  Ciò è stato dovuto al crollo della domanda estera per molti prodotti cinesi, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Europa. E, come reazione alla conseguente chiusura di decine di migliaia di piccole fabbriche, le autorità cinesi – per riassorbire la disoccupazione – hanno dato avvio ad una enorme ed immediata attività di costruzione di opere pubbliche.

Questa politica ha funzionato in maniera eccellente. Da una situazione di paralisi economica nell’ultimo trimestre del 2008, si è avuto nel 2009 un tasso di crescita del 10,7%, con conseguenti rischi di inflazione, e quindi deliberatamente riportato al 7,2 % nel 2013. Il sistema socio-economico cinese ha così dimostrato di consentire alle autorità di ottenere praticamente quello che vogliono in materia di crescita, in particolare tassi di crescita che fanno sognare qualsiasi paese occidentale, Germania compresa.

Questa fase in cui la caduta del mercato internazionale è compensata da consumi interni – a carattere principalmente pubblico – e da fortissimi investimenti di capitale non poteva però durare indefinitamente, anche perché ha portato ad un fortissimo indebitamento delle autorità locali e ad una rapida caduta della produttività del capitale. In altri termini, investire ad ogni costo per fare occupazione, ha portato a sprechi colossali, ad esempio la costruzione di uno stadio per il calcio da 70 mila posti in una città in cui non esiste neanche la squadra. Mentre il fatto che la spesa fosse pubblica ha enormemente favorito la corruzione. Di questo fenomeno negativo, le conseguenze più gravi sono forse quelle che ha subito la rete di treni super-rapidi, una “Cura di Ferro” comparabile a quella con la quale l’Italia, dopo il Risorgimento, venne unificata di fatto. Tracciata sin dal 1925 dallo stesso Chiang Kai-shek, la sua realizzazione ha indubbiamente cambiato la faccia del paese, ma su taluni tratti i treni non possono correre alla massima velocità prevista, per la cattiva qualità di alcuni materiali fraudolentemente usati. Né la successiva destituzione e condanna del Ministro delle Ferrovie ha potuto cambiare la situazione.

Il paese è dunque uscito dalla crisi con una dotazione infrastrutturale enormemente migliorata, il che consentirà nei prossimi anni una più grande produttività nel settore manifatturiero, ed anche una più grande competitività, non tanto come conseguenza della riduzione dei costi interni di trasporto dei beni, quanto per l’apertura di zone del paese difficili da penetrare dal punto di vista commerciale, e le cui risorse umane erano in precedenza difficilmente utilizzabili per la produzione industriale, se non attraverso l’emigrazione interna. Ma la corruzione molto cresciuta in questa fase sopravvive a questa fase, e resta un problema per gli operatori economici esteri. Così come resta, per il settore manifatturiero cinese, il problema della capacità di assorbimento dei suoi prodotti da parte del mercato mondiale, che ha raggiunto limiti oltre i quali sembra sempre più difficile andare, senza che appaiano conseguenze negative per l’ordine internazionale, e possibili reazioni protezionistiche.

La risposta alla prima domanda è sostanzialmente negativa. Un’ulteriore fase di sviluppo fondata sulla spesa pubblica nel settore infrastrutturale, sembra a questo punto poco verosimile, dato che sono emersi i problemi della decrescente produttività del capitale, man mano che si passava da infrastrutture veramente indispensabili ad altre meno essenziali, e in cui è in pieno corso una ondata di lotta alla grande corruzione che aveva accompagnato il primato della spesa pubblica. Resta ovviamente, un’altra possibilità: quella che la spesa pubblica prosegua nel settore militare: settore nel quale le esportazioni italiane no sono assenti. E non è questa una possibilità da escludere a priori, dato il peggioramento assai rapido dei rapporti tra la Cina e i suoi vicini asiatici.

Il consumi interni cinesi

Il secondo interrogativo verte sulla questione se la Cina, non potendo continuare sulla via seguita negli ultimi sei o sette anni. intraprenderà o meno la via dell’incentivazione dei consumi interni. Da ogni parte, specialmente dagli Stati Uniti, spuntano “esperti” apparentemente amici, o almeno disinteressati, che con dito ammonitore esortano le autorità di Pechino a favorire l’aumento dei consumi delle famiglie.

E’ questo un campo in cui l’Italia potrebbe avere uno spazio non trascurabile, essendosi già affermata la nostra immagine nel settore dei prodotti di lusso; immagine che potrebbe rapidamente estendersi anche relativamente a prodotti adatti alla classe media in formazione, in particolare in campo alimentare.

Il governo cinese, però, sembra poco propenso ad egire con efficacia in materia di consumi privati, la cui crescita richiederebbe non solo e non tanto aumenti di salario, quanto la garanzia di servizi previdenziali abbastanza affidabili da indurre i Cinesi a risparmiare meno ferocemente di quanto facciano oggi, per paura degli imprevisti. Analogamente, il Governo ci sente poco sul versante delle richieste di una rivalutazione dello Yuan, che renderebbe più competitivi i prodotti importati e meno competitive le esportazioni, riducendo così i problemi creati dall’enorme surplus commerciale.

A questa seconda domanda, quella relativa ai consumi interni, non si può rispondere se non si fa un’ipotesi su come evolveranno gli investimenti cinesi all’estero. La Cina ha enormi riserve valutarie, e sino ad ora le ha investite principalmente nella produzione in altri paesi delle materie prime di cui non può fare a meno e di cui è strutturalmente importatrice, in molti paesi dell’Africa e dell’America Latina. Oppure per l’acquisizione di imprese in paesi ad alto livello tecnologico, come la Svezia, per ovvi interessi a elevare sempre di più la qualità e il valore delle proprie produzioni. L’Italia non è ben collocata sotto questo profilo. Anzi gli investimenti cinesi in Italia sembrano indirizzarsi a quei settori, come il vino, in cui il nostro paese già esporta verso la Cina, anche se a prezzi bassissimi. L’acquisto da parte di investitori cinesi di aziende produttrici in Italia apre prospettive positive, ma non esaltanti.

La risposta alla seconda domanda è quindi piuttosto negativa. Per intraprendere una politica di crescita trascinata non più dalle esportazioni, com’era prima della crisi, ma dai consumi interni il gruppo dirigente cinese dovrebbe fare scelte politicamente difficili, e dolorose per la verae propria “casta” partitico-burocratica che si è venuta a creare in questa società che Mao aveva tentato di rendere “senza classi”. E in questo il nuovo Presidente cinese Xi ed il nuovo ed il Premier italiano Matteo Renzi si trovano in una posizione comparabile, entrambi confrontati alla sfida di “rottamare” e profondamente rinnovare gran parte della struttura del sistema politico.

Sembra dunque di poter escludere l’ipotesi che la Cina  possa continuare senza vere variazioni con le politiche degli ultimi anni, ma sembra anche assai difficile che possa attuare la vera e propria rivoluzione che sarebbe necessario compiere per seguire la via suggerita dal mondo esterno, quello di favorire una crescita dei consumi da parte delle famiglie cinesi. Non senza qualche fondamento, peraltro, i Cinesi ritengono che questi consigli non siano completamente disinteressati, e ricordano gli effetti catastrofici delle politiche di privatizzazione suggerite da alcuni economisti americani alla Russia al tempo di Yeltzin.

Le sfide di fronte alla Cina

Per farsi un’idea di come probabilmente la Cina si presenterà nel panorama economico mondiale, si dovrà cercare di rispondere alla terza domanda: che cosa è che i dirigenti cinesi non possono assolutamente evitare di fare se non vogliono perdere il potere? Si deve ricorrere ad una analisi delle pressioni cui le sue autorità sono sottoposte all’interno come all’esterno dei confini, e delle fragilità che potrebbero portare ad una rottura col passato.

Cosicché balza subito agli occhi come queste pressioni siamo fortissime, e come esse siano legate ai costi non visibili del rapido sviluppo del passato.  Costi tanto alti da rendere necessaria una vera e propria riconsiderazione dagli indicatori economici in base ai quali è stata sinora valutata la crescita ed quantificato il valore di quanto ottenuto.

E’ chiaro a tutti – basta passare qualche giorno a Pechino per rendersene conto – che uno dei costi non visibili della crescita passata è stato pagato in campo ambientale; campo in cui i problemi sono così drammatici da consentire di dire che nei prossimi anni (ma già nei prossimi mesi) tutta la politica cinese, e in primo luogo la politica economica ne sarà condizionata.

Ogni tentativo di previsione su come sarà e cosa potrà fare la Cina nel prossimo futuro deve necessariamente partire da una analisi della situazione ambientale.

La prima, e la più evidente, crisi ambientale della Cina è quello della pessima qualità dell’aria. Pur nella difficoltà di ottenere dati affidabili, la combinazione delle informazioni ufficiali con le informazioni dei media e soprattutto e con la rilevazioni quotidiane dall’Ambasciata e dai Consolati americani, fanno apparire un quadro spaventoso. E fanno capire perché i depuratori d’aria, spesso di fabbricazione giapponese, siano diventati il più importante elettrodomestico, e perché negli incontri della Pechino-bene quelli che prima confrontavano le performances delle proprie automobili, oggi parlino soprattutto di maschere tipo “Guerre stellari” che proteggono infinitamente meglio delle mascherine di stoffa di cui si debbono accontentare i più poveri, oppure di depuratori d’aria per appartamento, e dei problemi causati dal fatto che quelli spediti da amici o parenti residenti o in viaggio all’estero spesso non risultino a norma rispetto al sistema cinese di distribuzione elettrica.

Quanto all’acqua, secondo i dati ufficiali, di cui è impossibile dire quanto siamo tendenti a sminuire il problema, la qualità di ben il 60% delle risorse idriche del paese – che sono assai scarse già per ragioni naturali – è da qualificarsi “cattiva” o “estremamente cattiva”. E sono numerosissimi i casi come quello di Lanzhou, nella Cina nord-occidentale, dove la autorità hanno di recente dovuto ammettere che sostanze oleose provenienti da un impianto petrolchimico avevano da anni infiltrato la locale sorgente idrica, lasciando tuttavia intatta l’inquietdine dovuta alla soppressione delle informazioni in material di inquinamento, e alla certezza dell’opinione pubblica che infiniti casi come quello di Hanzhou vengano tenuti segreti. E’ pratica comune, in Cina, far bollire l’acqua venti minuti prima di berla, e di andare in giro – o al lavoro – portando con se un thermos o una bottiglia d’acqua “sicura”. Che poi sicura non è, in quanto la bollitura può uccidere i germi e distruggere alcuni degli inquinanti organici, ma non tutte le sostanze chimiche e men che mai i metalli pesanti che sono gli inquinanti più diffusi.

Ancora più allarmante la situazione relativa ai prodotti alimentari. E’ noto anche in Occidente che, negli anni scorsi, ci sono stati in Cina casi di avvelenamento di massa dovuti all’uso – deliberato e finalizzato ad accrescere i profitti da parte dell’industria alimentare – di sostanze pericolose o rivelatesi tossiche. Ciò ha scatenato un panico che non ragione di acquietarsi, con una conseguente la corsa al prodotto estero, da parte di chi può permetterselo, e lo sviluppo del contrabbando da Hong Kong, in particolare degli alimenti per bambini.

Ma neanche maggiori controlli su questo settore possono bastare, perchè molti prodotti alimentari freschi e “naturali” sono di fatto avvelenati a causa della contaminazione del suolo. Sempre secondo i dati ufficiali, un quinto del suolo della Cina è inquinato. Ma la popolazione sospetta che la realtà sia più grave, anche perché  capi e capetti del partito dispongono, come avveniva peraltro in tutti i paesi comunisti, di un sistema riservato di approvvigionamento in prodotti alimentari e di prima necessità.

Tutto ciò non costituisce una novità, e la popolazione lo ha sempre saputo. Ciò che è  nuovo è invece la non-accttazione, ed il fatto che lo stesso miglioramento delle condizioni economiche ha creato degli strati sociali non più disposti ad accettarlo senza almeno tentare di protestare. Le stesse autorità cinesi ammettono infatti che il degrado ambientale è diventato la prima causa di irrequietezza popolare e di dissenso aperto. Le manifestazioni di piazza per queste ragioni sono frequntissime, anche se illecite, E spesso le autorità vi si debbono piegare, anche se ciò significa rivedere progetti di grande importanza stategica, come l’impianto di ricondizionamento dell’Uranio che nel 2013, di fronte alle proteste popolari, rese possibili dall’uso di Internet, ha divuto essere annullato.

Questi fenomeni politici, legati alla crisi ambientale, spiegano in parte perché negli ultimi tempi siano aumentate le restrizioni e i controlli sull’uso della rete, il cui ruolo rimane peraltro importantissimo nelle trasformazioni in atto in Cina, e nel garantire la partecipazione della popolazione alla campagna anti-corrunzione lanciata dalla Presidenza Xi.

Insomma, le conseguenze sociali della crescita verificatasi nell’ultimo trentennio in Cina sono ormai tali da rendere inevitabili riforme politiche importanti, e in una direzione che già si può intravedere. Sono le urgenze politico-sociali, più che la scelta di un modello di sviluppo economico a dare un’indicazione di quale sia la via che la Cina avrebbe interesse a seguire nei prossimi anni: una via assai simile a quella sulla quale Matteo Renzi cerca di avviare anche l’Italia, una via di svecchiamento, di risposta ad esigenze sentite dal pubblico ma ignorate o falsificare dai media, di abbattimento dei privilegi castali che consentono a burocrazie incrostate al potere di appropriarsi di una fetta assurdamente sproporzionata della ricchezza prodotta. E, se interpretata in maniera creative dagli imprenditori, questa somiglianza di frangente politico può essere anche la base di una situazione degli scambi tra Italia e Cina, meno sbilanciata a nostro sfavore di quanto essa oggi non sia.