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Un raggio laser nel mare: la Cina mostra i muscoli di fronte alla politica estera di Manila.

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Si riaccendono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Filippine, dopo che un vascello cinese ha operato alcune azioni di disturbo nei confronti di un vascello della Guardia Costiera Filippina. Questo ennesimo incidente nel mare è di rilievo sia per l’utilizzo da parte cinese di un dispositivo laser di tipo militare, sia perché accaduto in un contesto di rinnovata rafforzamento parte del governo Filippino dei rapporti con gli Stati Uniti e loro alleati. 

L’incidente nel Mare

La notizia dell’incidente, resa nota soltanto nel tardo lunedì 13 febbraio, riporta come lo scorso 6 febbraio, un vascello della Guardia Costiera Cinese 5205 abbia puntato un dispositivo emittente un potente fascio di luce laser contro la nave Malapascua della Guardia Costiera Filippina, al fine di allontanare quest’ultimo da acque considerate Zona Economica Esclusiva cinese. Trattasi dell’ennesimo incidente verificatosi nel Mar Cinese Meridionale, precisamente al largo di un isolotto dell’arcipelago delle Spratly Islands, chiamato Second Thomas Shoal. Com’è noto, le dispute territoriali tra Cina e Filippine per il controllo degli isolotti sul Mare e la sequela di dispute e tensioni che da anni interessano i due Paesi è la più grande sfida in politica estera che l’arcipelago si presta ad affrontare. Tuttavia, l’incidente dello scorso 6 febbraio e le conseguenti reazioni presentano degli elementi di novità che vale la pena sottolineare: innanzitutto, l’utilizzo di una tecnologia nuova da parte cinese, in secondo luogo la reazione vigorosa della nuova amministrazione a guida Marcos Jr., e in ultimo il contesto internazionale che potrebbe aver causato tale reazione cinese. 

Ancora nella “zona grigia” dopo tutti questi anni? Il cannone laser

Una delle caratteristiche senza dubbio più preoccupanti e forse un po’ spettacolari di questo incidente, è stato l’utilizzo di un’arma emittente un raggio laser da parte del vascello cinese, oltre che più comuni manovre pericolose e emissione di radio interferenze. Il raggio emesso da tale dispositivo sarebbe stato di potenza tale da causare temporanea cecità nell’equipaggio della Guardia Costiera Filippina, e i media dell’arcipelago si sono affrettati ad usare l’appellativo “militare” per definire sia la natura del dispositivo usato, sia dell’attacco. Ciò sarebbe di estrema rilevanza nel caso le Filippine volessero qualificare l’episodio come un’aggressione armata, innescando contestualmente l’obbligo di aiuto ed intervento militare degli Stati Uniti per effetto del Mutual Defense Treaty del 1951, trattato di alleanza ancora in vigore tra i due Paesi. Scenario che tuttavia è altamente improbabile, vista sia la natura episodica dell’accaduto, sia la carenza di informazioni disponibili riguardo la natura dell’arma utilizzata e l’effettivo potenziale offensivo. Più che a fini di aggressione, infatti, raggi laser di questo tipo sono già stati utilizzati dalla Marina cinese a danno di un velivolo australiano, circa un anno fa. In definitiva, tuttavia, le “tinte di grigio” in cui la Cina si muove nell’operare azioni di disturbo nel Mar Cinese Meridionale, con questo incidente pur non necessariamente ancora con connotati di aggressione in senso proprio, stanno scivolando in tonalità sempre più scure. 

La reazione di Manila

Dopo anni in cui le Filippine e l’amministrazione Duterte avevano abituato analisti nazionali ed internazionali a piroette e lessico anche colorito, da picchi di esaltazione delle relazioni Sino-Filippine, a momenti di profonda frustrazione del presidente a seguito degli ennesimi incidenti accaduti nel Mare, l’amministrazione guidata da Marcos Jr. si è mossa in modo decisamente più coerente ed organico. In primo luogo, e di estrema rilevanza rispetto a quanto visto nell’amministrazione precedente, nella protesta ufficiale avanzata dal Dipartimento degli Affari Esteri filippino, si faccia menzione del fatto che la Cina abbia agito in violazione delle norme della Convenzione ONU sul diritto del mare, e in particolare si invita la Cina a conformarsi alla Sentenza Arbitrale del 2016, secondo cui la zona in cui si è svolto l’incidente (e significative porzioni del mare conteso) sarebbero Zona Economica Esclusiva Filippina. È rilevante sottolineare questo aspetto in quanto tale Arbitrato, una delle poche carte che Manila si può giocare per fondare una risposta coordinata alle azioni cinesi, dopo anni in cui non è stato preso in considerazione nella gestione dei rapporti tra i due Paesi, torna ad essere il perno della posizione di Manila riguardo questa spinosa e pericolosa situazione. Non da ultimo, il Presidente Ferdinand Marcos Jr. ha convocato l’ambasciatore cinese a Manila al fine di esprimere preoccupazione e rammarico per l’accaduto, specie in considerazione di quanto espresso nel suo viaggio a Pechino dello scorso gennaio, in cui Marcos Jr. e il presidente Xi avevano manifestato la volontà di dirimere tali controversie preferendo l’utilizzo di canali diplomatici e dialogo. Sicuramente, dunque, l’attuale amministrazione ha abbandonato una posizione oscillante ed incerta nei confronti della Cina, reagendo a tali azioni intimidatorie senza cercare concessioni che, come accaduto in passato, si sono rivelate controproducenti e non risolutive. 

L’incidente come “colpo di avvertimento” di Pechino

Sia l’incidente che la reazione complessivamente vigorosa di Manila sono probabilmente frutto delle ultime mosse dell’amministrazione Marcos in politica estera. Non a caso, da fine gennaio 2023 le Filippine hanno espresso la volontà di espandere la cooperazione militare con gli Stati Uniti, garantendo l’accesso a personale militare americano a nuove basi nel proprio territorio. Non solo, l’incidente si è verificato qualche giorno prima della visita ufficiale del Presidente Filippino a Tokyo, incontrando il premier giapponese Fumio Kishida, visita in cui le delegazioni dei due paesi hanno esplorato la possibilità di rafforzare la cooperazione militare ed arrivare alla sigla di un Visiting Forces Agreement, che garantirebbe la partecipazione delle Forze Armate giapponesi ad esercitazioni militari congiunte con le Forze Armate filippine, in territorio Filippino. Non solo, in un’intervista il Presidente ha dichiarato di aver esplorato l’idea di un accordo di sicurezza tripartito tra Filippine, Giappone e Stati Uniti. 

Non è chiaro se Pechino fosse al corrente di tali intenzioni nello specifico, quel che è certo è come l’ultimo incidente si sia verificato in un particolare momento di slancio in politica estera da parte di Manila. La risposta ufficiale di Pechino alle proteste filippine è stata, com’è ovvio, limitata nel ribadire la sovranità cinese nell’area contestata e pertanto legittimare la reazione del proprio vascello.  Alla luce di tale contesto è però difficile negare a priori una correlazione tra le mosse di Manila e la reazione della Cina, che temendo di ritrovarsi accerchiata sempre più in una costituenda architettura securitaria regionale a guida americana, potrebbe aver optato per un’azione di intimidazione ed esibizione di forza proporzionata al nuovo vigore filippino in materia di sicurezza e difesa. 

Conclusione

Date le recenti mosse in politica estera delle Filippine, era ipotizzabile una reazione cinese di questo tipo. Sicuramente l’utilizzo di dispositivi tecnologici avanzati da parte della Guardia Costiera e Marina cinese è un fatto noto a Manila e ad altri attori regionali, e al momento attuale non è tale da giustificare reazioni sproporzionate. Tuttavia, occorre notare come il lavoro svolto dall’amministrazione Marcos nel rafforzare la cooperazione militare con l’alleato storico, gli Stati Uniti, e il rafforzamento di legami securitari con altri paesi della regione stia portando qualche frutto. Infatti, grazie probabilmente ad alcune rassicurazioni arrivate da alleati e possibili partner, Manila dimostra ora di poter rispondere più vigorosamente a tali incidenti, incrementando anche un minimo la propria capacità di far valere decisioni di diritto internazionale a suo favore, come il citato arbitrato, anche nei confronti di una superpotenza come quella cinese. Non solo, una risposta diplomatica ma comunque ferma e non compiacente rispetto a quanto accaduto potrebbe rafforzare la percezione di un’amministrazione affidabile nella sua linea di politica estera, e accelerare lo sviluppo degli annunciati programmi e accordi di sicurezza. 

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