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La Cina e i tre giorni di esercitazioni militari intorno Taiwan: Pechino mostra i muscoli

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Nel weekend della seconda settimana di aprile la Repubblica Popolare Cinese ha lanciato una serie di esercitazioni militari intorno Taiwan. Tali eventi hanno sollevato preoccupazioni in tutta la comunità internazionale, che considera la minaccia di un attacco cinese all’isola sempre più imminente.

In termini politici-amministrativi l’isola è completamente separata dalla Cina dal 1949. Tuttavia, Pechino la considera parte integrante del suo territorio non riconoscendone l’indipendenza. Le rivendicazioni sulla sovranità su Taiwan si sono ulteriormente intensificate con l’arrivo al potere di Xi Jinping, il quale non ha mai nascosto il suo desiderio di completare la riunificazione cinese entro il 2049.

Nonostante l’uso della forza non sia mai stato escluso, la minaccia di azioni militari sembrava da anni scongiurata. Non è infatti la prima volta che la Cina conduce esercitazioni militari in prossimità dell’isola. Da anni ormai la Repubblica Popolare Cinese persegue una serie di azioni a bassa intensità con l’obiettivo di testare i limiti accettabili per Stati Uniti e Taiwan su possibili cambiamenti dello status quo. Tuttavia, le recenti simulazioni militari sono senza precedenti per scala ed intensità: oltre 70 aerei militari cinesi e 9 navi hanno attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan simulando un accerchiamento dell’isola a tutto tondo

Qual è la percezione di Taiwan nei confronti della minaccia militare cinese?

La risposta di Taipei alle esercitazioni militari di Pechino è stata caratterizzata da un atteggiamento “calmo, razionale e serio” con l’obiettivo di “non intensificare i conflitti, né causare controversie“. Di fatti, mentre la comunità internazionale sta valutando con ansia come le ultime esercitazioni della seconda potenza militare al mondo potrebbe influenzare la sicurezza nella regione, molti a Taiwan rimangono calmi. Diversi sondaggi suggeriscono che gran parte dei taiwanesi sono relativamente sereni e quasi indifferenti di fronte a quello che molti considerano un livello di minaccia crescente. Per alcuni questa calma deriva da decenni di esperienza vissuta sotto la minaccia di Pechino. Non essendo infatti la prima volta che Taipei assiste a simili esercitazioni, molti considerano queste ultime niente di più che l’ennesima prova di forza della Cina. Altri osservatori ritengono invece sia dovuta al fatto che l’attuale “crisi” nello Stretto di Taiwan sia leggermente differente e meno preoccupante di quelle del secolo scorso. 

Quali fattori hanno spinto la Cina a intraprendere tali azioni?

Le simulazioni sono state la conseguenza diretta della visita della presidente taiwanese Tsai Ing-Wen negli Stati Uniti. Con queste Pechino ha voluto mettere in guardia attori esterni dall’interferire nella questione. La diplomatica cinese e portavoce dell’Ufficio Affari di Taiwan, Zhu Fenglian, ha infatti riferito che tali azioni rappresenterebbero “un serio monito contro la collusione e la provocazione delle forze separatiste indipendentiste di Taiwan e delle forze esterne” e “un’azione necessaria per difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. Il rispetto dell’integrità territoriale è un punto caro alla politica estera cinese, tanto che Pechino l’aveva inserito al primo punto del “Position paper” sulla guerra in Ucraina pubblicato nel febbraio di quest’anno. 

Qual è la particolarità di queste ultime esercitazioni?

Queste esercitazioni si distinguono dalle precedenti per il diverso contesto, sia internazionale che interno alla Cina, in cui sono state messe in atto. Sicuramente un ruolo fondamentale è stato giocato dalla carente legittimazione interna del Partito Comunista Cinese, in parte dovuta anche alle fallimentari politiche “Zero Covid”. In altre parole, queste simulazioni potrebbero rappresentare un diversivo per spostare l’attenzione della popolazione cinese dai problemi interni a questioni esterne, legittimando allo stesso tempo l’aumento del budget della difesa, soprattutto a fronte delle condizioni disastrose in cui vive parte della popolazione cinese. Per quanto riguarda il contesto internazionale, sebbene la questione ucraina non coinvolga direttamente Pechino, sembra possa creare vantaggi strategici per quest’ultima. In questo contesto infatti Xi Jinping continua a mantenere una posizione ambigua in merito al conflitto russo-ucraino. 

Da una parte, Pechino ha provato a svolgere un ruolo di mediatore, affermandosi come attore neutrale e invitando le parti a sedersi al tavolo delle negoziazioni per mettere fine al conflitto. Dall’altra, il Segretario del Partito non solo non ha riconosciuto l’aggressione russa ma ha anche più volte incontrato il Presidente Putin. Questo fronte è dovuto certamente alla comune volontà dei due leader di opporsi agli Stati Uniti e a quella che la Cina definisce “Egemonia Statunitense”. Ma quest’avvicinamento, rafforzato non a caso poco prima dell’aggressione russa, potrebbe essere anche il risultato di una strategia per portare gli Stati Uniti a impegnarsi su due fronti. Nonostante questo sia lo scenario meno probabile, gli incontri tra i due leader hanno creato ancora più dubbi sulla presunta neutralità della Cina e, indirettamente, sulle sue intenzioni nei confronti della questione taiwanese.

La Cina approfitta della situazione per fare i suoi calcoli 

Intanto la Repubblica Popolare sembra approfittare della situazione per osservare l’atteggiamento delle potenze occidentali. Da una parte, se le fallimentari manovre russe e il suo isolamento diplomatico ed economico sono indicativi, Pechino potrebbe riconsiderare l’opzione militare con Taiwan. Dall’altra, se l’Europa continuasse a dare l’impressione di non essere disposta a intervenire in questioni che non la riguardano direttamente, come quella dell’Ucraina, la Cina considererebbe in modo favorevole una riunificazione violenta con l’Isola. Tuttavia, è importante riconoscere che da parte di Washington l’eventualità di un impegno militare a favore di Taipei non è mai stata esclusa. D’altro canto, per gli Stati Uniti, Taiwan rappresenta un punto strategico decisamente più importante dell’Ucraina. Difatti, nonostante i rapporti tra Washington e Taipei non siano regolati da un trattato di alleanza che stabilisca un impegno automatico a difesa di Taipei in caso di attacco, gli Stati Uniti rappresentano il più grande alleato di Taiwan. In tal senso, Xi Jingping è consapevole che qualsiasi azione contro Taipei potrebbe avere come effetto una reazione decisamente diversa da parte statunitense.

Inoltre, la questione ucraina si collega alle crescenti tensioni su Taiwan per la loro comune capacità di creare attriti all’interno del fronte occidentale. Tali divisioni indicherebbero che Bruxelles non è sempre ben disposta a seguire Washington in ogni suo passo. In questo contesto si inserisce infatti la visita del presidente francese Emanuel Macron a inizio aprile, a Pechino e Guangzhou, in cui ha incontrato Xi Jinping. In quest’occasione l’inquilino dell’Eliseo ha tenuto a evidenziare l’importanza di mantenere la stabilità nella regione dello Stretto di Taiwan, fonte di grande preoccupazione per l’intera comunità internazionale, che dipende fortemente dai traffici che transitano nella regione. Al termine della visita il presidente francese ha inoltre sottolineato la necessità per l’Europa di distaccarsi da Washington sulla questione Taiwan e di evitare farsi trascinare in “crisi che non sono nostre”. 

Nonostante nessuno ritenga plausibile un intervento militare europeo, queste parole hanno comunque effetti diplomatici rilevanti. Per questo motivo la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha tenuto a ribadire, nell’ambito dell’ultimo incontro con il suo omologo cinese, Qin Gang, che la posizione dell’Unione Europea nei confronti della questione taiwanese non è cambiata e che un’eventuale “riunificazione di Taiwan alla Cina con la forza non è accettabile per l’Europa.” 

Per quale motivo l’Europa dovrebbe interessarsi a una questione che sembra così lontana sulla cartina?

A differenza di quanto dichiarato da Macron, la crisi riguarda anche per l’Europa. Difatti, Taipei è responsabile del 60% della produzione mondiale di semiconduttori, indispensabile per la creazione dei microchip presenti in tutti i dispositivi elettronici come smartphone ed elettrodomestici. L’impatto economico a livello mondiale di un eventuale conflitto sarebbe quindi enorme. Inoltre, se Pechino dovesse prendere il controllo delle infrastrutture economiche taiwanesi, più della metà dell’economia globale dipenderebbe fortemente dalla superpotenza cinese, che in questo modo controllerebbe la più grande area di mercato del mondo, con una scala senza pari. In un tale scenario la Cina potrebbe addirittura soppiantare gli Stati Uniti come prima potenza al mondo. A questo si aggiungerebbe la partnership strategica con la Russia, alterando in modo definitivo lo scenario geopolitico attuale. 

Seppur la questione taiwanese non riguardi direttamente la stabilità territoriale dell’Europa o degli Stati Uniti, considerando la variabile economica e di equilibrio geopolitico, le considerazioni strategiche sarebbero totalmente diverse.

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