Cina, Coronavirus e Taiwan: illecito internazionale o affari interni?

Il recente caso Coronavirus, scoppiato nel dicembre 2019 a Wuhan, nella provincia cinese di Hubei, e diffusasi in seguito negli altri paesi, ha richiamato all’attenzione una questione non dimenticata, ma senz’altro caduta in secondo piano, ovvero l’assenza della Repubblica di Cina (Taiwan) all’OMS. Una questione su cui si è tanto dibattuto in passato e che aveva trovato un compromesso rivelatosi presto non duraturo. Col ritorno di una situazione d’emergenza concreta, ci troviamo ora in presenza di un atto che andrebbe interpretato come un grave illecito internazionale da parte di uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, o una legittima gestione degli affari interni allo Stato cinese?

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Nel 1946 l’allora Repubblica di Cina fu tra i primi Stati firmatari della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo la sua espulsione dalle Nazioni Unite avvenuta nel 1971 però, non ne fece più parte a causa del riconoscimento al suo posto della Repubblica Popolare Cinese (Cina). L’esperienza dell’epidemia di SARS, arrivata sull’isola nel 2003, aveva portato a riflettere sulle gravi conseguenze dell’esclusione dal sistema sanitario internazionale di uno Stato, seppur contestato. Dal 2009 al 2016 infatti, grazie a un accordo raggiunto con la Cina, Taiwan ha partecipato alle Assemblee dell’OMS in veste di membro osservatore. Ma a partire dal 2017, in occorrenza della 70° Assemblea, non fu più invitata dietro pressione di Pechino e al cambiamento della linea adottata fino a quel momento dal governo di Taipei riguardo la “One China Policy”. 

La Cina considera tuttora l’isola di Taiwan non come uno Stato indipendente, ma come una sua “provincia ribelle”, nonostante non ricada nei fatti sotto la sua sovranità. In quanto tale, sarebbe stato dovere del governo centrale cinese informare le autorità locali di Taiwan che, non avendo più il seggio dell’OMS, dipendevano ora dai cugini d’oltremare. Come sappiamo, ciò non avvenne in termini sufficientemente tempestivi per evitare i successivi contagi. Se da un lato il governo di Pechino dichiara che Taiwan è parte di un’unica Cina, dall’altra è perfettamente cosciente che nella realtà essa rappresenti uno Stato a parte a tutti gli effetti, con proprie alleanze anche avverse alla Cina Popolare, in primis gli Stati Uniti, a cui perciò non può assolutamente condividere informazioni sensibili. Questo spiega anche il ritardo e l’esitazione con cui è stato dato l’allarme dell’epidemia di COVID-19, per paura di una fuga di notizie per mano di Taipei, su cui Pechino ripone poca fiducia. Nonostante le continue rivendicazioni, la Cina non dispone di un potere diretto di censura dei media taiwanesi, rendendo difficile, se non impossibile, contenere la pubblicazione dei numeri reali dei suoi malati una volta resi noti. Non sarebbe azzardato pensare che la decisione della Cina di non avvertire Taiwan in tempo e di negare la sua presenza all’OMS, vada vista nell’ottica di un preciso disegno politico per spingere l’isola ad accettare l’idea di una prossima riunificazione con la madrepatria. Facendo leva sul sentimento di paura ed incertezza dei cittadini taiwanesi, suscitando quindi malcontento verso i loro rappresentanti, il governo cinese può esercitare una maggiore pressione diplomatica, mostrando i benefici dell’unione e della condivisione delle informazioni con Pechino, e i costi invece della loro reclamata libertà. 

Fortunatamente, disponendo di alleati membri dell’OMS, Taiwan è riuscita ad essere avvisata e a organizzarsi per combattere l’emergenza sanitaria, malgrado l’impedimento iniziale. Alla luce di quest’ultimi sviluppi, la Cina non ha potuto far altro che collaborare anch’essa al meglio delle sue possibilità, come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio. Sennonché, non hanno tardato ad arrivare le accuse di malamministrazione rivolte al gigante asiatico, e in risposta, l’intervento di Stati terzi è stato ritenuto dalle autorità cinesi come un’ingerenza negli affari interni del paese, verso cui però ha mostrato scarsa considerazione fino ad allora. La Cina continentale ha il fondato timore che la divulgazione delle condizioni della terraferma all’isola ribelle possa screditare il suo operato, ma allo stesso tempo, non permette a Taiwan di occuparsi autonomamente della faccenda in quanto ciò la allontanerebbe dalle sue mire d’influenza, minando inoltre la pretesa di sovranità esclusiva sul territorio. Sarebbe dunque banale rimarcare la difficile posizione in cui si trovano i dirigenti del Partito Comunista Cinese. In effetti, un’ammissione dell’incapacità di Pechino nel gestire la situazione potrebbe essere usato come la perfetta arma di propaganda politica da Taipei per sottolineare l’illegittimità del governo comunista e rafforzare la posizione della nazione insulare come la vera rappresentante della Cina. Se tale atteggiamento si rivelerà in seguito intenzionale e non il risultato di una mancanza accidentale, ci potremmo trovare di fronte a una possibile violazione del diritto universale alla salute per logiche di mero interesse politico. 

A discapito delle diverse critiche ricevute, il modello autoritario cinese è riuscito in poco tempo ad attrezzarsi per affrontare la pandemia, per mezzo di rigide misure restrittive e la notevole capacità di movimentare ingenti risorse nazionali, impensabili per altri sistemi politici vigenti. Non solo, avendo già acquisito dimestichezza con le procedure d’urgenza da attuare in questi casi, la Cina può permettersi di offrire supporto materiale medico e la preziosa conoscenza dei suoi esperti per aiutare i paesi in crisi che sono stati colti impreparati. Facendo ciò, la leadership cinese ha saputo volgere abilmente a suo favore una circostanza che appariva più che pessima, mostrando viceversa tutta la benevolenza della potenza asiatica che l’ha portata a guadagnare consenso intorno al mondo. Non sembrano esagerati allora i titoli delle testate giornalistiche, dove si annuncia che la Cina ha vinto il Coronavirus e che ora è il padrone del mondo. A differenza del rivale americano, la dirigenza di Pechino ha sempre negato formalmente di voler esportare negli altri paesi il sistema politico-economico cinese per rispetto della loro sovranità statale. Al contempo, la prassi degli ultimi anni, con l’emergere della nuova Cina, ci mostra uno spostamento dei valori a livello mondiale verso il tema della sicurezza collettiva, a perdita delle libertà individuali non più ritenute sufficienti come una volta. Una libertà che la repubblica insulare si ostina a difendere per ribattere il suo autogoverno. Tant’è vero che il modello taiwanese nella gestione del Coronavirus rifiuta la soluzione del lockdown, intrapreso persino da alcuni paesi europei, e evidenzia ancora una volta l’importanza del mantenimento dei diritti democratici anche in contesti di insicurezza globale. Dal suo lato, Taiwan non si è lasciata sfuggire l’occasione per manifestare il suo disappunto alla comunità internazionale e per rinnovare la sua volontà all’autodeterminazione, attaccato dalla stampa cinese come tentativo di sfruttare questa infelice situazione per tentare una separazione non consensuale da Pechino, il quale non permetterà mai che ciò avvenga. 

Comprensibilmente, un’eventuale risposta alla domanda iniziale non può essere squisitamente giuridica e priva di connotazioni politiche di parte. In conclusione, ci troviamo davanti a un’opportunità per riflettere su una nuova concezione più inclusiva dei diritti umani, che superi i limiti posti dall’ordinamento giuridico internazionale attuale.