Cina, prove generali di cooperazione regionale

A pochi giorni dal riesumato colloquio trilaterale, originariamente pensato con cadenza annuale, tra Giappone, Repubblica di Corea e Repubblica Popolare Cinese, la situazione geopolitica nella regione appare a dir poco complessa. Le dispute territoriali con Vietnam, Filippine e Giappone, alimentate dall’istituzione del sistema cinese di identificazione aerea nel maggio 2013, hanno ulteriormente avvicinato la maggior parte delle forze regionali agli Stati Uniti, nel frattempo pienamente impegnati nel ribilanciamento strategico che prende il nome di “pivot to Asia”, visto a Pechino come un effettivo contenimento.

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Nonostante la formazione di una coalizione apertamente anti-cinese fra gli attori regionali non appaia al momento uno scenario possibile, a causa soprattutto dell’importanza economica che il dragone ricopre, la montante ostilità nell’area pare aver preoccupato la dirigenza cinese, che di conseguenza sembra stia studiando delle mosse nell’ottica di un cambiamento. Questa tesi è rafforzata dalle parole di Yan Xuetong, uno dei più importanti esperti cinesi di politica estera, attualmente preside dell’Istituto delle Relazioni Internazionali moderne alla Tsinghua University di Pechino. Stando al professore, è per la Cina giunto il momento di selezionare le proprie priorità, se dare cioè più peso al rapporto con il vicinato, oppure a quello con gli Stati Uniti. Non rappresentando tuttavia questi ultimi dei vicini in senso territoriale, secondo Yan Xuetong sarebbe ragionevole porre come prioritario il rapporto con i paesi limitrofi, poiché una crescita del ruolo globale della Cina richiede prima di tutto delle condizioni favorevoli in ambito regionale. Ciò assume una piega ancora più realistica se si considera che la maggiore accusa mossa da Pechino agli Stati Uniti è quella di operare un contenimento basato soprattutto sui rapporti militari e politici con alcuni degli attori ad essa più ostili, come Giappone, Vietnam e Filippine, ma anche con quelli più bilanciati nelle proprie amicizie, come la Corea del Sud.

In tale ottica, assume un’importanza strategica il recente ingresso di quest’ultima nella neonata Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB). Seppure Pechino continui a negare che la banca abbia un ruolo “geopolitico”, è evidente che l’ingresso di numerose forze regionali, tra cui le Filippine, il Vietnam, e quello della Corea del Sud stessa, assumano un certo peso politico. Washington ne è ben consapevole, avendo sino all’ultimo operato pressioni affinché i propri alleati non vi entrassero. Anche il Giappone è stato invitato, seppure al momento abbia rifiutato, criticando l’istituzione della banca e accodandosi agli Stati Uniti. Il Sol Levante rischia tuttavia in questo modo un isolamento pressoché totale, visto l’ingresso come membri fondatori persino di alcuni tra i più fermi alleati di Washington.

Quello con la Corea rimane tuttavia un rapporto ambiguo. Una relazione storicamente altalenante, ma contrassegnata ultimamente da significativi progressi, tanto da far sostenere allo stesso Yan Xuetong che tra la Cina e la Repubblica di Corea al momento i rapporti risultino migliori rispetto a quelli con la Corea Popolare. Un’affermazione certamente forte, ma non infondata, se si considera che dall’insediamento del nuovo leader in Corea del Nord, Kim Jong-Un, tra i due paesi non vi è stata alcuna visita formale. Al contrario, non sono mancate le critiche e il ribadimento, da parte di Pechino, della contrarietà alla proliferazione nucleare nella penisola, posizione espressa tra l’altro all’unisono dai tre membri durante il colloquio trilaterale. Una mano tesa dunque, rafforzata dalla visita a Seul del presidente Xi Jinping nell’estate 2014 (e i sei incontri complessivi tra Xi e Park), anteponendo dunque il vicino del sud allo storico alleato del nord. Il governo di Seul appare dunque tirato per due maniche: da una parte la crescente dipendenza economica dalla Cina e l’ingresso  nell’AIIB, annunciato dopo un breve tergiversare e nonostante le pressioni da Washington, e dall’altra l’alleanza con gli Stati Uniti. Una situazione resa ancor più complessa dalla recente richiesta da parte di quest’ultimi di installare il sistema di difesa d’area terminale ad alta quota (THAAD), in grado di colpire missili balistici a medio e corto raggio, che verrebbe disposto per fronteggiare la minaccia nord coreana, stando alla versione ufficiale. La notizia ha ovviamente scaldato gli animi del governo Cinese, le cui preoccupazioni sono state tuttavia snobbate dal governo coreano. L’accettazione dell’ingresso nella banca, scelta guidata dall’interesse nazionale, come ufficialmente annunciato, non esclude l’installazione del sistema antimissile, ancora in discussione. Quest’ultima decisione, qualora presa in senso positivo, comprometterebbe seriamente il rapporto con Pechino.

Discorso diverso invece per quanto riguarda il Giappone, con il quale il rapporto politico è più caratterizzato dai bassi che dagli alti, seppur dalla stretta di mano all’APEC di Pechino in poi i toni sembrino essersi smorzati. In realtà, anche quella con Tokyo è una relazione piuttosto ambigua, essendo l’isola divisa tra una dipendenza militare e strategica dagli Stati Uniti e da una economica dalla Cina, una situazione che si ripete per la maggior parte degli attori regionali. Recentemente l’agenzia di stampa ufficiale del governo cinese, Xinhua, ha pubblicato sul proprio sito numerose opinioni che paiono avere l’intento di spingere il Giappone verso l’ingresso nell’AIIB. In uno di questi articoli, l’ex ambasciatore giapponese in Cina, Makoto Taniguchi, ha definito “terribilmente stupida” l’idea di rifiutare l’invito. Attualmente la scelta non è ufficialmente in riconsiderazione, anche se non sono da escludere colpi di scena. Anche per quanto riguarda l’eterno tema caldo delle sofferenze della seconda guerra mondiale, che in questo caso unisce Corea e Cina nelle ricorrenti critiche al Giappone, la Cina pare aver allungato una mano, invitando il primo ministro giapponese Shinzo Abe a partecipare alla parata per l’anniversario dei 70 anni dalla seconda guerra mondiale, solo qualora il primo ministro si mostrasse “sinceramente pentito”. In realtà, le scuse formali alla Cina furono già rivolte dall’Imperatore in persona durante l’era di Deng Xiaoping, un periodo in cui il rapporto con il Giappone tornò a quella che si diceva una storica relazione, interrotta da un secolo buio. Successivamente i toni tornarono a rialzarsi con l’avvento di Shinzo Abe, la sua visita al Santuario Yasukuni e l’acquisizione delle isole Senkaku/Diaoyu da parte dello Stato giapponese, considerato un atto illegale da parte della Cina.

Nel quadro complessivo, l’annuale incontro trilaterale riesumato il 21 marzo scorso, dopo l’interruzione di due anni, è sicuramente un segnale che va a rafforzare l’intenzione da parte cinese di smorzare i toni e rafforzare il proprio ruolo nell’area. In tale ottica, Pechino dovrà lavorare soprattutto sul timore dei propri vicini: la dipendenza di questi attori sul piano economico è indiscutibile, ma la sfiducia e la paura di un’eventuale imperialismo cinese è dominante e diffusa. Ruolo determinante sarà comunque quello degli Stati Uniti, che continuano a godere di ottimi rapporti con la maggior parte degli attori della regione. In questo senso l’istituzione della banca potrebbe avere un ruolo fondamentale, rosicchiando l’influenza di Washington, avendo già iniziato ad operare in tal senso. La Cina potrebbe così uscire da una potenziale situazione di accerchiamento, che se perpetuata e rafforzata potrebbe tagliare le gambe alla propria crescente forza politica.