La China Arctic Policy accende i riflettori sull’Artico

Con l’uscita della China Arctic Policy, la Cina conferma in via ufficiale il suo interesse per l’Artico definendo i principi su cui intende basare la sua partecipazione agli affari polari. Senza più dubbi la Polar Silk Road entra a far parte della Belt and Road Initiative ampliando il progetto definito da molti come il più ambizioso piano di sviluppo economico del XXI Secolo e illuminando il coinvolgimento della Cina nella regione.

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Il coinvolgimento della Cina in Artico non è una novità. Dal 1994 svolge attività di ricerca scientifica in Artico con la sua nave rompighiaccio “Xue Long” (Snow Dragon) come piattaforma e si prepara a costruirne una seconda la “Xue Long 2” entro il 2019 come riportato dalla Agenzia di stampa China Daily. Dal 2004 è attiva la stazione del fiume Giallo artico a Ny Alesund in Norvegia, nell’arcipelago di Spitsbergen, più noto come Svalbard. Usando la sua nave da ricerca e le sue stazioni come piattaforme, la Cina ha gradualmente stabilito un sistema di osservazione scientifica che copre il mare, il ghiaccio, l’atmosfera, il sistema biologico e geologico dell’Artico. Con lo scopo di cooperare per comprendere meglio i meccanismi alla base dei cambiamenti climatici e prepararsi a potenziali cambiamenti in futuro, il Chinese National Arctic and Antarctic Data Center ha fornito dati per oltre 100 progetti internazionali a più di 10 paesi. Questo impegno nella ricerca è valso alla Cina dal 2013 lo status di paese osservatore al Consiglio Artico, il più alto forum intergovernativo per la cooperazione fra gli Stati artici, comunità indigene e organizzazioni non governative (nello stesso anno anche India, Giappone, Corea del Sud e Singapore acquisiscono questo status) uniti nel comune intento di preservare l’ecosistema artico, le popolazioni locali, le risorse e lo sviluppo sostenibile della regione.

Principi guida riportati nel Libro Bianco per l’Artico pubblicato lo scorso 26 gennaio sul sito dell’Agenzia di stampa cinese Xinua. Nel Paper l’impegno cinese al Polo si definisce a partire da una logica cooperativa, si focalizza su protezione ambientale e ricerca scientifica, azioni necessarie per sostenere lo sviluppo di in un ecosistema fragile come quello artico che sta subendo rapidi cambiamenti a causa del riscaldamento climatico globale. Ma anche sugli aspetti di governance economica in cui la Cina ha dimostrato di voler attivamente prendere parte nell’ambito della propria giurisdizione agendo, come si legge nel Documento “nel rispetto della sovranità degli Stati artici e in conformità al diritto del mare sancito dalla Convenzione dell’Onu UNCLOS e alle varie convenzioni, trattati sul cambiamento climatico e norme pertinenti dell’Organizzazione Marittima Internazionale”.

Nella corsa all’accaparramento delle risorse artiche innescata dal cambiamento climatico va tenuto conto di alcune proiezioni che suggeriscono tra gli scenari possibili dovuti allo scioglimento dei ghiacci l’aumento di estensione delle ZEE zone economiche esclusive degli Arctic Five, cioè degli Stati artici costieri: Groenlandia (Danimarca), Canada, Russia, Stati Uniti e Norvegia e la possibilità di uno sviluppo dei traffici marini lungo nuove rotte di navigazione tra Europa e Asia (NorthWest Passage e Northern Sea Route o NorthEast Passage) riducendo i tempi del 40%. (Ottobre 2017, Report “Nato and Security in the Arctic”)

L’uso commerciale delle rotte artiche sembra però ancora ostacolato dagli alti costi delle infrastrutture, dalle dificoltà di effettuare operazioni SAR e dalla incapacità di attraversamento dei mari durante l’inverno a causa del ghiaccio spesso soprattutto nella regione tra Canada e Groenlandia.

Eppure l’interesse cinese spinge allettato dalle opportunità economiche offerte dalla regione. Lo stesso vice premier cinese Wang Yang lo aveva espresso in un discorso programmatico al Quarto Forum Artico Internazionale tenutosi nella città russa di Arkhangelsk a marzo scorso, riferendosi alla volontà e la capacità della Cina di svolgere un ruolo maggiore nello sviluppo e nella cooperazione artica. Migliora e intesse relazioni con la Russia, orientata dalla possibilità di beneficiare delle enormi risorse energetiche, investendo ingenti somme per delineare quella che sarà a tutti gli effetti una nuova via della seta artica.

Se l’Artico diventasse una nuova regione energetica e fonte di approvvigionamento grazie al disgelo (sappiamo bene le quantità stimate di idrocarburi che contiene), sarebbe a tutti gli effetti un’alternativa molto più stabile rispetto al Medio Oriente o all’Africa e godrebbe di vie di trasporto più sicure di quelle che attraversano oggi lo stretto di Malacca, per esempio. L’Artico potrebbe essere una scelta migliore per l’approvvigionamento energetico della Cina.

Fino ad oggi le operazioni di ricerca compiute con la nave “Xue Long” sono state otto, l’ultima, risale allo scorso agosto, quando la rompighiaccio cinese è stata la prima nave ad attraversare le acque centrali dell’Oceano Artico. Non si sa quale ricerca specifica la nave stesse facendo nel Mare di Norvegia con un equipaggio di 96 membri compresi i gruppi di ricercatori artici e oceanografici. Secondo la mappa pubblicata da CGTN la nave ha attraversato ad est il Polo Nord in 14 giorni, percorrendo le acque centrali dell’artico evitando il passaggio lungo Northern Sea Route (NSR).  Prove di questo tipo possono significare solo una cosa: che il rompighiaccio polare cinese potrebbe essere in grado di viaggiare lungo la rotta di navigazione nord-occidentale attraverso l’Artico che ad oggi ha più ghiaccio della rotta nord-est, e che la Cina come sempre è pronta ad anticipare le mosse dei suoi concorrenti.