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TematicheCina e Indo-PacificoPechino, l’Afghanistan e la ritirata statunitense

Pechino, l’Afghanistan e la ritirata statunitense

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La ritirata di Washington dal pantano afghano sembrerebbe aprire inediti spiragli di espansione dell’influenza cinese. Il vuoto lasciato da Washington si presterebbe secondo molti ad essere colmato facilmente dalla potenza cinese in ascesa. Se da un punto di vista immateriale, in effetti, Pechino potrà beneficiare del fallimento americano, sul piano più concreto le opportunità potrebbero non essere così scontate.

Benefici immateriali della ritirata americana

È innegabile che la ritirata dall’Afghanistan rappresenti un duro colpo per la capacità di Washington di “vincere cuori e menti”. La mistificazione per cui state-building e democratizzazione non fossero nell’agenda americana difficilmente regge l’urto dei quasi venti anni trascorsi tra narrazioni, discorsi, summit che avevano fatto prospettare un futuro di sviluppo e democrazia per il settimo paese più povero al mondo.

Per Pechino questa disfatta retorica di Washington è di inestimabile valore. Sostenitrice dal 1949 delle “vie nazionali” alla democrazia – che spesso, ma non sempre, di democratico hanno ben poco – la RPC ha potuto rinfocolare il proprio messaggio di opposizione alla visione universalista della democrazia liberale americana. Che non si pensi che l’obiettivo di questa guerra cinese di parole sia, però, l’Occidente perché è principalmente il mondo dei Paesi in via di sviluppo che Pechino ha in mente. Nell’incontro di fine luglio con il vice-capo dei Talebani Abdul Ghani Baradar, il Consigliere di Stato e Ministro degli affari esteri Wang Yi ha, pertanto, sottolineato “il fallimento della politica degli Stati Uniti in Afghanistan” conclusosi con la “ritirata frettolosa” e si è scagliato contro le “interferenze straniere” che hanno bloccato lo sviluppo del paese.

Benefici materiali della ritirata americana

Per quanto riguarda i benefici materiali, il terreno si fa più accidentato per la RPC.

Dal punto di vista economico, sebbene i Talebani si siano affrettati a dichiarare che investimenti cinesi saranno benvenuti nella ricostruzione del paese, lo Zhongnanhai ha ben chiaro che investire in infrastrutture nel paese ha implicazioni da ponderare accuratamente. Ed è proprio quello che conclude Mei Xinyu, economista in forze presso il Ministero del Commercio cinese, il quale sottolinea come la RPC possa “rifornire il mercato afghano con beni di consumo quotidiani nel breve termine” ma “progetti con investimenti in capitale fisso, in particolare quelli di larga scala, dovranno procedere lentamente”. Non si è spento, poi, il ricordo del tragico evento del giugno 2004 quando 11 lavoratori cinesi furono uccisi all’alba da miliziani armati che intendevano boicottare l’avanzamento di un progetto autostradale finanziato dalla Banca mondiale e realizzato da una compagnia cinese vicino Kunduz. Similmente, a luglio 2021 nel nord-ovest del Pakistan – a poco più di 100 chilometri dal confine afghano – un attentato ad opera della costola pakistana dei Talebani ha ucciso 9 cittadini cinesi impegnati nella costruzione di una diga, progetto sotto l’egida di nuovo della Banca mondiale. Funzionari della RPC hanno, quindi, sospeso il progetto idroelettrico nonché alcuni incontri in seno alla Belt and Road Initiative. Ciò non vuol dire che la Cina non abbia mire in Afghanistan come dimostra il progetto autostradale lungo il Corridoio di Wakhan, ma piuttosto che un coinvolgimento economico più diretto in Afghanistan sottintenderebbe una presenza maggiore di personale cinese esposto ai numerosi rischi del caso.

Ed è proprio la sicurezza locale e regionale il cruccio cinese. Per questo Wang Yi non ha risparmiato attacchi contro “l’irresponsabile ritirata americana” dall’oramai ex Repubblica islamica. Come nota Andrew Small – analista ed esperto di relazioni sino-pakistane e di Afghanistan – Pechino ha sempre letto la situazione nel paese dei Pashtun attraverso il prisma della “minaccia” e raramente attraverso quello della “opportunità”. Da ovest, infatti, arriverebbero sostegno e soldi al Movimento Islamico del Turkestan Orientale (MITO), sigla sotto la quale si riunirebbero i gruppi terroristici separatisti dello Xinjiang cinese. Per assicurarsi l’isolamento della minoranza uigura in armi, Pechino ha mostrato disponibilità a collaborare con i Talebani che a loro volta hanno assicurato che non forniranno aiuto ad alcuna forza ostile alla Cina. Il tempo saggerà la veridicità dell’impegno preso e l’affidabilità della leadership talebana. Intanto, però, risuonano chiare le parole di Liu Zongyi (Shanghai Institute for International Studies) che avverte: “La Cina non dovrebbe affrettarsi ad investire in Afghanistan”. Secondo Liu, infatti, la minaccia terroristica – MITO e non – unita all’incertezza sul futuro ideologico e politico dell’Afghanistan dovrebbe richiamare Pechino alla prudenza.

Più in generale, infatti, è importante sottolineare che la RPC non è convinta che i Talebani siano gli attori che determineranno il futuro del paese. I Talebani sono infatti un organismo eterogeneo in cui convivono fazioni che controllano porzioni di territorio in Afghanistan e che non è scontato riescano a convivere nel nuovo Emirato. Per questo i cinesi stanno mantenendo una diplomazia parallela con molti degli altri soggetti influenti nel territorio afghano così da assicurarsi un piano B nel caso in cui i Talebani non sopportino il logoramento del potere.

Ancor più importante, l’Afghanistan non ha cessato di essere crocevia di molte reti terroristiche globali. Un recente report delle Nazioni unite conferma il saldo legame che persiste, nonostante i venti anni di presenza americana e internazionale sul terreno, tra gli “studenti coranici” e Al-Qaeda. Nel report si legge che “una significativa parte della leadership di AQ risiede nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan e che legami ideologici, familiari, economici collegano ancora i due gruppi. Lo Stato Islamico mantiene anche un piede all’interno del territorio afghano nonostante sembri non avere lo stesso affiatamento con il gruppo di Baradar. Pechino non può permettersi di integrare nella propria sfera di influenza un Afghanistan porto sicuro per migliaia di terroristi perché a quel punto l’eventuale coinvolgimento diplomatico, politico, economico, militare e/o paramilitare non varrebbe la candela. La RPC ha infatti impostato una soglia molto bassa di impegno internazionale che le permetta di sganciarsi rapidamente dalle partnership e dalle relazioni bilaterali. In questo senso, la Cina è conscia delle avversità che il “cimitero degli imperi” afghano presenta allo straniero e starà ben attenta ad evitare inutili coinvolgimenti.

Questi fattori spingono a pensare che la Cina sarà cauta nel ponderare costi e benefici di una maggiore penetrazione politica ed economica nel nuovo/vecchio Emirato islamico dell’Afghanistan. Per non parlare di un’espansione della sua sfera d’influenza oltre l’Hindu Kush che richiederebbe non un semplice esborso di denaro ma assistenza, coordinamento, allineamento e presenza sul territorio.

Lorenzo Termine,
Sapienza Università di Roma – Centro Studi Geopolitica.info

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