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Dopo la Petroleum Politics la Chip Policy: il caso di Taiwan in Europa

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Taiwan vanta un primato tecnologico mondiale non indifferente: una buona parte di aziende che operano nel settore dei semiconduttori (materiali essenziali per la produzione di microchip, fondamentali per il funzionamento di tutti i dispositivi che usiamo nella quotidianità) si trova nella Repubblica di Cina. Industrie che vantano un livello di expertise pressoché irraggiungibile per gli altri Paesi, permettendo a Taipei di giocare una carta importante e che sta permettendo di creare nuovi legami economici con Paesi precedentemente estranei a Taiwan.

Taiwan è un fronte caldo delle relazioni internazionali. A renderlo un fronte caldo non sono solo le pretese territoriali che Pechino avanza da decenni su Formosa ma anche il monopolio dell’industria hi-tech della Repubblica di Cina di un settore fondamentale nel mondo come quello dei semiconduttori. I semiconduttori, elementi essenziali per la produzione dei microchip presenti in ogni macchinario di uso quotidiano, industriale o militare, sono al centro di una corsa mondiale per la loro acquisizione.

L’importanza dei semiconduttori è stata riconosciuta dalla Commissione Europea ha proposto a febbraio 2022 il cosiddetto “EU Chips Act”, che dovrebbe eliminare le restrizioni più severe in Europa e attirare la produzione di aziende leader nel settore, tra cui figurano l’americana Intel e la taiwanese TMSC.

L’importanza di questa risorsa è per la Repubblica di Cina di fondamentale importanza per far valere il proprio peso sul punto di vista diplomatico e delle relazioni internazionali.

Se infatti è vero che i cosiddetti “alleati diplomatici” che riconoscono formalmente e giuridicamente la Repubblica di Cina sono Paesi in via di sviluppo dove Taiwan offre un ruolo di aiuto allo sviluppo, in Europa Taiwan sta sfruttando la sua esperienza nel campo dei semiconduttori per allargare la propria rete economica.

Particolare è il caso della Lituania, piccolo Paese baltico che verso la fine del 2021 ha subito le ire di Pechino per aver concesso l’apertura di un’ambasciata de-facto di Taipei nella capitale Vilnius. Pechino ha fatto seguire a questa decisione il ritiro dell’ambasciatore cinese dalla Lituania e l’espulsione di quello lituano dalla Cina, imponendo poi un embargo dei prodotti lituani (soprattutto carne, grano e alcolici) sul proprio mercato, ufficialmente per ragioni sanitarie e si è assistito ad un avvicinamento dal punto di vista commerciale tra Taipei e Vilnius. E uno dei principali asset citati da Taipei come strategico per la stretta dei rapporti commerciali è proprio quello dei semiconduttori.

Per Taiwan è infatti proprio il settore dei semiconduttori ad essere quello più importante da usare come leva per i rapporti commerciali e diplomatici informali nel mondo e il terreno europeo è dove si può giocare la partita più importante per due motivi.

In primo luogo, il Vecchio Continente è decisamente indietro nel settore della produzione dei microchip, sia per quanto riguarda la presenza di industrie “indigene” che per quanto riguarda la presenza di stabilimenti stranieri. La quota europea di microchip prodotti in Europa è del 9% di quelli mondiali contro il 65% di Taiwan (quota che sale al 90% se si contano quelli ad alta tecnologia)

Il secondo fattore invece è di natura più indiretta ma non per questa meno importante. L’industria dei semiconduttori di Pechino è in crescita ma Cina ed Eurozona sono, stando alla Commissione, sono partner e “rivali sistemici” e c’è chi in Europa guarda con preoccupazione la deriva sempre più autoritaria cinese. La decisione di inaugurare l’EU Chips Act è almeno un valido indicatore che l’Unione mira a rendersi il più possibile indipendente dai settori strategici da Paesi potenzialmente rischiosi. In tal senso la corsa all’approvvigionamento da altri Paesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina potrebbe rivelarsi un campanello d’allarme per l’Unione.

Nel caso della Lituania, Taiwan ha messo sul piatto investimenti futuri per 200 milioni di dollari per rendere lo Stato Baltico una punta di diamante della futura produzione europea e si tratta di una win-win situation per entrambe le parti. La Lituania ottiene un massiccio investimento e si qualifica come Stato economicamente ed industrialmente strategico e Taiwan ottiene rapporti commerciali di qualità con un investimento economico tutto sommato minimo: infatti il prossimo giga-impianto del colosso taiwanese Taiwan Semiconductor Manifacturing Company (TSMC), che aprirà nel 2024 in Arizona, ad esempio, avrà da solo un costo di ben 12 miliardi di dollari. E si tratta di uno stabilimento di importanza quasi secondaria, dove verranno prodotti solo i semiconduttori da 5 nanometri, mentre nello stabilimento di Tainan, a sud di Taiwan, già si deve cominciare la produzione di massa di quelli più piccoli e all’ultimo grido da 3 nanometri.

Per Taiwan è quindi un’occasione per combattere un’altra minaccia che viene da Pechino, meno evidente di quella militare ma altrettanto insidiosa: l’isolamento diplomatico. Come ricordato dal Ministro degli Esteri Joseph Wu a margine della conclusione del ventesimo congresso del Partito Comunista Cinese, sono otto i Paesi che dal 2016 hanno tolto il proprio riconoscimento a Taiwan, ultimo dei quali è stato il Nicaragua a fine 2021. Per il Ministro degli Esteri potrebbe essere dietro l’angolo una vera e propria offensiva diplomatica per indebolire diplomaticamente Taiwan e in tale ottica l’uso strategico della propria leadership tecnologica in Paesi europei come dichiarato dai produttori di Taiwan potrebbe essere fondamentale per creare legami economici tali da dissuadere eventuali mosse militari cinesi contro Taipei.

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