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Chernobyl, il nucleare e il futuro dell’energia europea. Intervista all’Ing. Mancini

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Le notizie riguardanti una temporanea presa di controllo dell’area circostante la centrale nucleare di Chernobyl da parte delle truppe russe hanno suscitato un generale allarme circa il possibile aumento delle emissioni. Per capire quale sia la situazione reale sul campo, ma più in generale per comprendere quali conseguenze si concretizzeranno nel settore dell’energia nucleare sia dal punto di vista ucraino che a livello mondiale, abbiamo intervista l’Ing. Carlo Mancini.

Durante la sua attività professionale l’Ing. Carlo Mancini ha ricoperto numerosi incarichi dirigenziali presso l’Enea, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) dove ha anche guidato la direzione centrale per le relazioni internazionali. Con riferimento a Chernobyl, ha presieduto il gruppo internazionale di esperti (International Advisory Group) che ha assistito la “Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo” (BERS) nella gestione dei programmi finanziati dalla comunità internazionale per la messa in sicurezza della centrale nucleare dopo il catastrofico incidente. Al riguardo è stato insignito del premio “Order of Merit” concesso con decreto del Presidente della Repubblica dell’Ucraina.

Ing. Mancini, anzitutto la ringraziamo per la disponibilità. Dopo più di un mese da quando le autorità ucraine avevano dichiarato di aver perso i contatti con la centrale nucleare di Chernobyl, passata sotto il controllo dei militari russi, nella settimana dopo Pasqua lo Snriu (State Nuclear Regulatory Inspectorate of Ukraine) ha confermato di aver ripristinato le comunicazioni dirette con la centrale. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha potuto, dunque, ristabilire i normali contatti diretti, necessari per il monitoraggio delle emissioni in eccesso. Trova che il mese in cui la centrale non ha potuto essere raggiunta dagli esperti internazionali ed ucraini abbia potuto creare delle condizioni pericolose per il futuro? O la preoccupazione legata ad emissioni in eccesso, mai condivisa appieno dall’Aiea, è frutto di mancanza di informazioni affidabili? Dobbiamo aspettarci un rischio contaminazione maggiore per il futuro o le strutture di contenimento continuano a funzionare efficacemente?

Dopo che le truppe russe si sono ritirate dalla cosiddetta “Exclusion Zone”, la zona altamente contaminata che circonda la centrale nucleare di Chernobyl (un’area circolare con un raggio di circa 30Km), la situazione sembra essere tornata a una certa normalità.

Il 25 febbraio, a seguito di segnalazioni di accresciuta radioattività ambientale rilevata nel sito di Chernobyl, lo “State Nuclear Regulatory Inspectorate of Ukraine” (SNRIU) ha dichiarato che il rialzo potrebbe essere stato causato dai veicoli militari pesanti delle truppe russe che hanno sollevato il terreno ancora gravemente contaminato. Le letture riportate da SNRIU – fino a 9,46 microSievert all’ora –rimangono comunque entro il range operativo misurato nella Exclusion Zone da quando questa è stata istituita, e non comportano pericolo per la popolazione. Finora la “European Radiological Data Exchange Platform” (EURDEP) non ha rilevato alcun aumento del tasso di dose ambientale nei paesi europei.

In questi giorni, il Direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, si è recato a Chernobyl alla guida della prima missione di assistenza dell’Agenzia, formata da esperti in materia di sicurezza e salvaguardie. Il team è previsto che fornisca apparecchiature per il mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza nel sito, che conduca valutazioni radiologiche ambientali, e ripristini i sistemi di monitoraggio delle salvaguardie per il controllo del materiale nucleare. L’assistenza fornita dall’AIEA sarà coordinata fra i paesi partecipanti attraverso il meccanismo della “Response and Assistance Network” (RANET) dell’Agenzia. Dalle informazioni rese sinora disponibili, non risulta che durante la permanenza delle truppe russe a Chernobyl, siano stati arrecati danni alle strutture degli impianti realizzati con il finanziamento della comunità internazionale per la messa in sicurezza della centrale nucleare di Chernobyl. Ciò vale in particolare per il “New Safe Confinement”, un grande Shelter posto a copertura del reattore nucleare No 4 che ha subito l’incidente. A seguito della missione di assistenza dell’AIEA sarà possibile raccogliere informazioni più dettagliate, e speriamo rassicuranti, sullo stato degli impianti a Chernobyl.

A prescindere dagli esiti futuri della crisi in Ucraina, quanto Kiev punterà sul nucleare nel suo mix energetico? I 15 reattori sul territorio ucraino hanno generato finora circa la metà dell’energia elettrica del Paese: continuerà ad essere così o, per quanto difficile da prevedere, la transizione energetica modificherà il sistema energetico ucraino – si pensi, ad esempio, al progetto di investimento per la transizione energetica che la Germania intendeva attivare per compensare la diminuzione delle entrate per il transito del gas russo nel caso Nord Stream 2 fosse stato attivato.

Credo che l’Ucraina continuerà a fare affidamento sulla fonte nucleare per la produzione di energia elettrica anche dopo il superamento dell’attuale stato di crisi, come del resto è avvenuto in passato dopo il tragico incidente di Chernobyl.

Nel contesto di un’arena internazionale sempre meno cooperativa, più competitiva e meno incline allo scambio di informazioni libero e disinteressato, trova che, in caso di un altro evento simile a Chernobyl o Fukushima, il rischio di disastro ambientale sarebbe più esteso e meno gestibile, considerando la possibilità che certe informazioni potrebbero venire nascoste o manipolate per interessi nazionali?

Fra i paesi dotati di centrali nucleari ve ne sono di più e meno trasparenti, ma la rete di sorveglianza posta in atto sotto l’egida della AIEA dovrebbe assicurare un adeguato controllo sulla gestione degli impianti nucleari a livello internazionale anche in futuro.

Crede che le notizie su Chernobyl che, di nuovo, dopo trentasei anni hanno fatto il giro del mondo avranno un’influenza determinante sull’opinione pubblica riguardo all’utilizzo del nucleare nel mix energetico? Ad inizio anno, l’Atto Delegato della Commissione Europea sulla Tassonomia europea aveva inserito l’energia nucleare nell’elenco delle attività verso cui gli investimenti possono essere definiti verdi e in linea con gli obiettivi climatici UE. Ci sarà un cambio di rotta o la strada è tracciata?

Le recenti notizie su Chernobyl, e più in generale sulla situazione del nucleare in Ucraina, mostrano che un paese dotato di centrali nucleari corre maggiori rischi nel caso di un conflitto armato, ma – se come tutti ci auguriamo non vi saranno gravi incidenti fino alla fine della belligeranza in corso – mostrano anche che tale vulnerabilità non si traduce necessariamente in azioni volutamente distruttive. Il voto a maggioranza espresso dalla Commissione europea di considerare sostenibili dal punto di vista ambientale, e nella direzione della transizione energetica, gas e nucleare, seppur “a determinate condizioni”, dovrà ora essere esaminato dal Consiglio e dal Parlamento europeo e, se confermato, entrerà in vigore dal 1° gennaio del 2023. Secondo me la strada è tracciata.

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