Che significato hanno gli scontri tra Armenia e Azerbaigian

Nelle scorse settimane si sono verificati scontri tra Armenia e Azerbaijan. Le ostilità hanno subito destato forte attenzione internazionale, considerando che si tratta del confronto militare più grave dalla guerra dei quattro giorni del 2016. Tuttavia, gli scontri del 14 luglio presentano caratteristiche insolite rispetto ai precedenti, che potrebbero essere cruciali per impedire un’escalation di violenza.

Che significato hanno gli scontri tra Armenia e Azerbaigian - Geopolitica.info

Gli eventi

Scontri al confine sono scoppiati tra Armenia e Azerbaigian da martedì 14 luglio. Le ostilità sono avvenute nella provincia armena di Tavush e nel distretto azero Tovuz. Il bilancio delle vittime è di undici membri dell’esercito azero, tra cui il general maggiore Polad Gashimov e un civile, mentre sul fronte armeno sono rimasti uccisi quattro soldati.

Le parti si sono accusate reciprocamente di aver violato il cessate il fuoco e di aver provocato l’escalation di scontri. Le autorità armene, tramite il portavoce del ministero della difesa Shushan Stepanyan hanno denunciato l’uso di droni da parte azera per attaccare la città armena di Berd, puntando alle infrastrutture civili. Inoltre, Erevan ha accusato Baku di aver collocato l’artiglieria presso il villaggio azero di Dondar Gushchu, a circa 10 km dal confine, così da usare i civili come scudi umani. Al contrario, l’Azerbaigian nega ogni accusa, sostenendo in cambio che le tensioni si sono inasprite a seguito di un tentato attacco alle forse azere schierate sul confine compiuto dall’Armenia il 12 luglio. Baku ha quindi dichiarato di aver abbattuto un drone armeno e distrutto un sistema d’arma e il suo equipaggio. L’Armenia ha inoltre accusato l’Azerbaigian di aver messo in atto cyber-attacchi ai danni dei siti governativi: tuttavia, non è giunta nessuna risposta da Baku su questo elemento. Minacce di escalation sono arrivate da entrambe le parti il 16 luglio: l’Azerbaigian riferendo di voler attaccare una centrale nucleare armena in risposta alla minaccia armena di colpire un serbatoio idrico strategico per l’Azerbaigian.

Le possibili cause e le anomalie degli scontri

Limitati e continui scontri sul confine tra i due Stati si susseguono da circa due decenni, a seguito della guerra congelata del Nagorno Karabakh. In questo caso la causa delle violenze non è stata identificata ma secondo gli analisti del Carnegie Moscow Center potrebbe essere solo di carattere domestico e nazionalista invece che strategico-militare o geopolitico. Infatti, l’azione militare potrebbe essere utilizzata come tentativo riuscito di uscire dalla situazione di stallo che da anni caratterizza i rapporti tra Armenia e Azerbaigian. Il recente confronto militare è stato il più serio dopo la “guerra dei quattro giorni” del 2016. Tuttavia, non bisogna cadere in erronee comparazioni con il conflitto di quattro anni fa; infatti, le recenti ostilità riguardano solo una circoscritta porzione di territorio e un uso limitato dell’artiglieria. Gli scontri del 2016 invece riguardarono tutta l’area di confine tra l’Azerbaigian e il Nagorno-Karabakh, provocando più di 200 vittime. Negli scontri di metà luglio sono stati degli elementi inusuali rispetto alle precedenti violazioni del cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian. Primo, gli scontri armati che si sono susseguiti negli scorsi decenni hanno coinvolto l’uso di mitragliatrici e tiratori scelti e tra le vittime, maggiormente soldati di basso grado e raramente civili. Questa volta, invece le parti sono ricorse all’uso di carri armati, droni e artiglieria pesante. Secondo, appare inusuale che un generale maggiore rimanga ucciso il terzo giorno di sconti. Terzo, è anomalo il fatto che le ostilità si siano verificate lontano dal territorio del Nagorno-Karabakh ma al confine tra Armenia e Azerbaigian.

Le relazioni internazionali

Russia, Stati Uniti, Unione Europea e Turchia hanno subito espresso le loro posizioni in merito agli scontri.

Mosca ha forti legami con l’Armenia di tipo economico, militare e strategico ma esercita un certo grado di influenza anche sull’Azerbaijan. Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha parlato con entrambe le parti e invitandole a non destabilizzare ulteriormente la stabilità della regione, impegnandosi in un cessate il fuoco.  Inoltre, la Russia si è detta pronta a fornire assistenza e mediare per garantire la sicurezza regionale. Tuttavia, la Russia è pronta a sostenere l’Armenia, avendo una base militare nel territorio di Erevan, come potenziale deterrente contro la Turchia e la Nato. Inoltre, Russia e Armenia sono parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) che comporta vincoli di difesa reciproca un caso si attacco ad uno degli stati membri. Allo stesso modo, la Turchia ha annunciato il proprio supporto militare all’Azerbaijan, con cui ha firmato un trattato di difesa reciproca contro future aggressioni armene. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno condannato l’escalation di violenze, chiedendo di evitare ogni possibilità di escalation del conflitto. Tuttavia, la risposta tardiva degli alti livelli dell’amministrazione statunitense ha evidenziato come, ormai, il Caucaso non sia più tra le aree di principale interesse per Washington. Da ultimo il gruppo di Minsk dell’OSCE (Russia, Stati Uniti e Francia) che dall’inizio del conflitto del Nagorno Karabakh cerca di mediare la pace, ha invitato a cessare le violenze.

Il rischio di un’escalation: tra dinamiche interne e fattori strategici      

L’escalation delle violenze sembra però evitata per varie ragioni.

Da una parte, gli scontri possono essere considerati anche come uno strumento di politica interna. Infatti, l’escalation      è avvenuta una settimana dopo che il presidente azero Aliyev ha espresso il suo malcontento per i negoziati con l’Armenia. Inoltre, alcuni analisti hanno osservato come le violenze siano state uno strumento utile ad entrambi i governi per distrarre le rispettive popolazioni dai problemi di politica interna, come la crisi economica e la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria del Covid-19.

La pandemia di coronavirus ha interessato maggiormente l’Armenia con 35.000 casi registrati, il più alto tasso pro capite tra i paesi post-sovietici, che ha portato a numerose critiche all’amministrazione di Nikol Pashiniyan. Gli effetti del Covid sull’economia non mancheranno, ad incominciare delle rimesse che molto probabilmente diminuiranno significativamente ma che rappresentano il 13% del Pil armeno. Il crollo dei prezzi del petrolio ha invece colpito duramente l’Azerbaigian, a ciò seguirà, molto probabilmente, un aumento della disoccupazione e la riduzione del sostegno finanziario alle zone di confine. Il focus dell’opinione pubblica si è quindi spostato in un’ottica molto più belligerante, tanto che a Baku, capitale azera, il 14 luglio si sono tenute manifestazioni in sostegno dell’esercito che hanno visto la partecipazione di circa 30.000 persone. La sentita partecipazione a questo evento è però anche espressione del malcontento della società azera per la stagnazione economica e l’insicurezza sociale che caratterizzano la piccola repubblica caucasica.


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna della Russia?

Scopri il nostro Corso online “La Russia di Putin”!


Dall’altra, la presenza di elementi strategici blocca una possibile escalation. Un’eventuale      guerra infatti non sarebbe conveniente per tre principali ragioni. Primo, la zona interessata è molto popolata: una guerra in quei luoghi significherebbe moltissime perdite civili; secondo, la presenza di infrastrutture strategiche come l’oleodotto Baku–Tbilisi–Ceyhan (BTC),      attraverso il quale, nel 2020, l’Azerbaijan ha esportato circa l’80% del petrolio prodotto, e il gasdotto South Caucasus (SCP); terzo, la zona di frontiera coinvolgerebbe anche le potenze regionali come Russia e Turchia, intensificando la portata del conflitto.

Non ci si aspetta quindi un’escalation delle violenze né una guerra imminente. Tuttavia, gli incontri bilaterali degli ultimi anni avevano fatto pensare ad una riapertura al dialogo fra le parti. Gli scontri del 14 luglio hanno mostrato invece che la strada verso la pace tra Armenia e Azerbaigian è ancora più lunga e faticosa di quanto ci si aspetti.