Chataev, l’uomo dietro gli attentati in Turchia: cosa ci insegna la sua biografia

Subito dopo ogni attentato chi si occupa di terrorismo e sicurezza internazionale comincia a raccogliere informazioni su gli autori, i procuratori, modus operandi, connessioni logistico-ideologiche del gruppo operativo etc. Nel caso degli attentati di Istanbul pre-golpe è estremamente interessante ai fini analitici concentrarsi sul background di Akhmed Chataev che (al momento in cui si scrive) sarebbe ufficiosamente l’organizzatore degli degli ultimi attentati in Turchia.

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Chataev è nato in Cecenia nel Luglio 1980 (giorno incerto). Vittima civile della prima guerra cecena (le informazioni raccolte dicono che avrebbe perso un braccio fino al gomito), secondo le autorità russe, l’uomo era collegato a personaggi di primo livello (come lo stesso Umarov) degli Emirati Caucasici (i gruppi combattenti del nord del Caucaso). Per un tempo prolungato Chataev avrebbe portato avanti le funzioni di reclutatore e procuratore finanziario per gli stessi Emirati.

La carriera criminale di Chataev è lunga e costante. Nel 2003 è ricercato in Russia dalle autorità locali con l’accusa di terrorismo. Nello stesso anno, sostenendo di essere stato torturato, riesce ad ottenere la condizione di rifugiato in Austria. Nel 2008 viene arrestato in compagnia di altri ceceni a Tellebor, in Svezia, sotto varie accuse di reato. Tra queste spicca quella di possesso illegale di armi.

Nel 2010 Chataev si trova in Ucraina dove viene tenuto sotto osservazione dalle autorità nazionali  che dubitano dell’autenticità dei suoi documenti. Secondo Yuri Luzenco, ex ministro degli interni e pubblica accusa in Ucraina, le intercettazioni correlate a Chataev contengono informazioni che connetterebbero l’uomo a diversi crimini tra cui alcuni omicidi.

A questo punto le cose si fanno interessanti. Dopo essere stato arrestato in Ucraina a Chataev viene ritirato lo status di rifugiato. I giudici austriaci però si rifiutano di rispedire l’uomo in Russia dal momento che lo status di rifugiato era stato ottenuto sulla base di grave rischio all’integrità personale.  Invece Chataev viene “scaricato” in Georgia, un paese amico all’Unione. La scelta non poteva essere più disgraziata.

In Georgia l’uomo collabora in maniera costante sia con la malavita locale (Vora v zakone) che con i gruppi islamici del Nord. É giusto puntualizzare, prima di procedere oltre, che la Georgia, a nord, confina con la Cecenia e il Daghestan, entrambi centri della guerriglia islamica nord caucasica. Per lungo tempo il territorio nazionale georgiano è stato usato come santuario dai guerriglieri. Recentemente, la CIA ha lanciato l’allarme che i territori del Pankisi fossero utilizzato come campi d’addestramento per i combattenti dell’ISIS.

Nel 2011 Chataev viene ancora arrestato in Bulgaria e ancora una volta non viene rimpatriato in Russia. Nella gola del Lolota in Georgia, al confine con il Dahestan, il terrorista viene coinvolto in uno scontro a fuoco tra le forze georgiane e gli estremisti islamici. Nel 2012 viene arrestato di nuovo in Georgia. Gli inquirenti lo trovano in possesso di 2 granate F-1.

Nel febbraio del 2015, dopo essere entrato in contatto con al Omar al-Shesheni (che nonostante venga chiamato così, ricordiamo, non è ceceno ma georgiano di cittadinanza e Kist di appartenenza etnica) Chataev va a combattere come Foreign Figher in Siria. Da allora l’uomo ha continuato nella sua attività di reclutamento e procuratore, rimanendo attivo sia in Siria che all’estero.

Che cosa dunque si può imparare da tutto ciò?

Innanzi tutto la prima cosa da notare è che Chataev non è nè arabo nè afghano. Egli, invece, proviene dalla scuola jhiadista caucasica che per lungo tempo è stata incompresa e sottovalutata da molti.

Per anni infatti i commentatori del Jhadismo hanno identificato il Caucaso come un fenomeno isolato, relativo ad una realtà regionale che costituiva solo indirettamente una minaccia internazionale. Al contrario, come sostiene Gordon M. Hahn nel suo libro “ The Caucasus Emirate Mujahedin” la realtà caucasica è ben integrata nel Jhiad internazionale, dimostrandosi capace di proporre rimarchevoli capacità tattico-operative provenienti da un sapiente utilizzo dei loro network e da una ben strutturata teo-ideologia islamica. Il fatto che a differenza di Al Qaida, gli Emirati Caucasici siano una realtà territorializzata è da una parte un’illusione e da un’altra un dato irrilevante. Tale argomento è illusorio e irrilevante poichè il jhiad caucasico non è una guerra di liberazione. Il nemico dei guerriglieri non è l’oppressione politica dello stato centralizzato ma il dominio culturale di un’entità diversa da quella islamica in cui essi si riconoscono. Prova di questo è il fatto che i guerriglieri islamici del Caucaso portano avanti una serrata propaganda per l’abolizione dei confini etnici i quali vanno in contrasto con quella che è l’ideologia islamico-jhadista. Il carattere culturale e non politico della lotta, in parallelo con una profonda radicalizzazione dei gruppi combattenti, ha portato negli ultimi anni all’ampliamento del raggio di azione dei guerriglieri sia all’estero che nello stesso territorio della Russia. Radicalizzazione in quest’ottica significa “culturalizzazione” della lotta. La guerra diventa una crociata contro il “diverso”, contro ciò che è culturalmente estraneo e contro tutti i nemici che incarnano questa idea di estraneità. In quest’ottica non importa se il nemico sia quello domestico in Russia o quello lontano dell’occidente e della democrazia.

Bisogna notare che già alla fine dell’anno scorso i gruppi più importanti della lotta caucasica avevano giurato fedeltà allo Stato Islamico. L’ISIS geopoliticamente presenta diverse affinità con la storia del Jhiad nel nord Caucaso. Gli emirati caucasici hanno visto nello Stato Islamico la possibilità di un ulteriore salto di qualità nella loro campagna sia dal punto di vista operativo che da quello ideologico. L’affiliazione allo stato islamico ha offerto una prospettiva di sistematizzazione della lotta terroristica, prospettando dei ritorni in visibilità che fino ad adesso (escludendo l’11 settembre) neanche la stessa Al Qaida era riuscita ad ottenere.