Dopo l’attacco al Charlie Hebdo. La geopolitica del terrore accerchia l’Italia

Molte persone in Italia – politici, imprenditori, professionisti e tanti altri liberi cittadini – covano da anni l’illusione che il nostro Paese sia diventato un luogo immune dalla violenza, anche da quella che arriva dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Quest’ultima, tutt’al più, sarebbe destinata a colpire gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i governi – da quelli democraticamente eletti ai regimi autoritari – che di volta in volta collaborano alle loro politiche nella regione. Tale retorica risulta quasi sempre accompagnata da un omissis che, pur venendo meno di fronte a tragedie come quelle degli attacchi dell’11/09 o del Charlie Hebdo di Parigi, appare ben sedimentato in parte dell’opinione pubblica italiana: “in fin dei conti chi semina odio, raccoglie tempesta”.

Dopo l’attacco al Charlie Hebdo. La geopolitica del terrore accerchia l’Italia - GEOPOLITICA.info

Corollario di questo ragionamento è che l’Italia, dal canto suo,avrebbe poco da temere perché partecipa solo a missioni di “pace”, è l’unico Stato europeo a non fare nessun tipo di selezione sui flussi migratori in entrata ed è ben disposta ad apportare tagli sul budget statale destinato alla sicurezza. In altre parole sarebbe in corso una sorta di “scandinavizzazione” dell’Italia, che concretizzerebbe il desiderio di trasformare progressivamente il Paese in una Svezia dell’Europa meridionale.

Ma è davvero realistica questa evoluzione o si tratta di una pretesa infondata? E possiamo davvero permetterci di far diventare le spese militari e le tecnologie destinate all’intelligence un obiettivo privilegiato di tutte le spending review?

Ai fini del nostro ragionamento tralasciamo di ricordare il pur significativo attentato di Nassiriya, utilizzato per raccogliere consenso elettorale (sia a destra, che a sinistra) e riempire le colonne dei quotidiani, ma mai per riflettere concretamente sulla nostra politica estera. Questo evento ha costituito la prima prova lampante della possibilità che gli italiani siano obiettivo di attacchi terroristici e che il nostro Paese debba tenere alto il livello di allerta. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che la strage è avvenuta in territorio straniero e che i nostri soldati erano per definizione degli obiettivi militari (il che stonerebbe meno se in Italia si potesse parlare di missioni “militari” o di “guerra” come nel resto del mondo).

Dobbiamo ricordare, al contrario, che l’Italia si trova nel centro geometrico dello scacchiere mediterraneo, destabilizzato dalla presenza di alcuni failing o failed States (Libia, Libano, Siria), dal settantennale scontro israelo-arabo-palestinese, dalla svolta politica islam-oriented della Turchia, da emigrazioni di massa edalla grave crisi economica di alcuni Stati (Grecia in primis). Negli anni Novanta e Duemila, inoltre, quasi tutte le caselle “europee” di questo scacchiere sono state colpite dal terrorismo islamico. Solo per citare i casi più noti, ricordiamo l’infiltrazione jihadista nei conflitti in Bosnia-Herzegovina e in Kosovo e gli attacchi di Parigi (1995),Madrid (2004), Londra (2005), Tolosa e Montauban (2012), Londra (2013), oltre che l’attentato del 7 gennaio a Parigi. L’Italia per via della sua posizione geopolitica ricopre – volente o nolente – un ruolo fondamentale nell’arginare i pericoli connessi a queste dinamiche e non si può tirare indietro. Ne va della sicurezza di tutti i cittadini europei ma anche – e soprattutto – di quellidelle città italiane, alcune delle quali – anzitutto la Capitale per il suo duplice ruolo di sede del potere politico e della Santa Sede – costituiscono degli obiettivi sensibili di particolare importanza.

La presenza di un pericolo islamista era già stato paventato dalle dichiarazioni dell’Isis sulla presa di Roma e dalle foto scattate in piazza San Pietro da alcuni estremisti che esponevano le bandiere dello Stato islamico, ma – come si suol dire – due indizi non facevano una prova. A fronte di quanto accaduto il 7 gennaio a Parigi, quelle parole e quelle immagini, tuttavia, hanno perso qualsiasi caratterizzazione simbolica per assumere i contorni di una – seppur delirante – realtà.

Si obietterà che i buoni uffici che leganotradizionalmente Roma con il mondo arabo dovrebbero tenere la penisola alla larga dagli attacchi, come già avvenuto in passato. Ma crediamo che questo retaggio oggi serva a poco. Il nostro governo, infatti, non ha come interlocutore né il gran muftì di Gerusalemme, né Yasser Arafat, né Muhammar Gheddafi. Non si trova al cospetto di nazionalisti arabi che possono avere interessi in contraddizione con i nostri, ma che parlano con il nostro stesso registro dialettico e ragionano all’interno del medesimo perimetro politico. Il terrorismo islamico sta stravolgendo i parametri politici del passato perché non è riducibile spazialmente al solo mondo arabo, ha una vocazione universalista e intransigente e, particolare di non poco rilievo, considera quale suo primo nemico proprio i rappresentanti della vecchia élite politica del Maghreb e del Medio Oriente (come dimostrato dai casi diEgitto, Libia e Siria). I buoni rapporti dell’Italia con il “vecchio” mondo arabo, quindi, potrebbero rappresentare un’aggravante per la nostra posizione e l’assenza di nuovi interlocutori legittimati popolarmente rende più difficile ogni azione di prevenzione sia sul nostro territorio che su quelli di origine dei terroristi.

Infine, occorre considerare che mentre in passato il terrorismo islamico, fatta eccezione dei suoi vertici più colti, pescava tra segmenti sociali composti da emarginati la cui disperazione si concretizzava nell’attentato suicida, oggi ha una capacità di arruolamento che varca drammaticamente i confini del mondo occidentale (mettendo in discussione la bontà sia delle politiche di multiculturalismo, che di assimilazionismo), che non punta più a generare martiri ma a formare veri e propri soldati (quelli dell’attacco alla sede di Charlie Hebdo volevano salvare la pelle e avevano un addestramento militare evidenziato dalla loro capacità e freddezza nell’uccidere) e cerca di dotarsi di una soggettività statuale (sebbene il caso dell’Isis stia già mostrando le molte difficoltà di questo cammino). A far da cornice a questi elementi sono la competizione tra al Qaeda e l’Isis per la leadership all’interno della galassia jihadista, che potrebbe portare a nuovi e più eclatanti attentati, al vacillare della Turchia e dell’Egitto come diaframmi tra la regione del Mediterraneo e le tensioni mediorientali e dall’assottigliarsi dell’interesse americano a svolgere il ruolo di prestatore di sicurezza in ultima istanza nell’area.

La scandinavizzazione dell’Italia, quindi, appare piuttosto inverosimile. Prima che il ritorno alla realtà ci venga imposto dalla realtà stessa, dovremmo prendere atto di una geopolitica del terrore che sta stringendo il cerchio intorno a noi e, dinanzi a un contesto in cui dobbiamo contare sempre di più sulle nostre forze, iniziare ad agire di conseguenza.

Leggi anche