Charlie Hebdo, Boko Haram e Yemen: riflessioni geografico-politiche sulle nuove sfide del sistema internazionale

I recenti fatti di cronaca impongono alcune considerazioni sul cambiamento che sta attraversando parte del sistema internazionale dal punto di vista geografico-politico. Il 2015 sarà un anno che – probabilmente – entrerà per sempre nella storia non solo perché la Francia ha visto la più imponente caccia all’uomo, rimanendo per due giorni sotto scacco da un pugno di integralisti e col dispiegamento di circa 88.000 uomini, ma anche perché, a diversa scala, sembra che si stia assistendo a un ridisegno della mappa politica – africana e non solo – dovuto alla radicalizzazione e all’azione dei movimenti jihadisti in differenti parti del mondo.

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Non solo le cronache provenienti da Oltralpe, dei due paralleli – e tangenti – attacchi perpetrati dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, ma anche la strage in Yemen, dove la situazione politica appare assai critica ormai da diversi anni e dove un attentato suicida nella capitale Sana’a – quasi certamente di matrice fondamentalista islamica – ha prodotto 33 morti e circa 60 feriti. E, poi, proprio nelle ore delle notizie convulse che arrivavano da Parigi, un attacco di Boko Haram nel Nordest della Nigeria, che avrebbe provocato la distruzione di 16 villaggi e la relativa morte di circa 2.000 persone.

Questi fatti, nonostante l’entità del numero di morti, sono passati in secondo piano sui media internazionali, concentrati principalmente sulle vicende francesi. Il legame tra questi tre scenari non appare però così distante, poiché la matrice integralista islamica sembra essere il tragico comune denominatore: Al Qaeda dello Yemen avrebbe rivendicato gli attacchi dei fratelli Kouachi, che hanno agito “per vendicare il profeta” e Coulibaly ha fatto riferimento al Califfato, per conto del quale ha detto di aver agito. Il collegamento di Chérif Kouachi con Al Qaeda dello Yemen è emerso da una telefonata con un reporter francese durante l’assedio alla tipografia. Proprio nello Yemen il ragazzo si sarebbe addestrato da Anwar al-Awlaki, uno dei maggiori esponenti di Al Qaeda nella penisola arabica, ucciso nel 2011.

Verosimilmente si assisterà, nei prossimi mesi, a un intenso dibattito in tutta Europa e più in generale nel mondo occidentale sulle politiche di prevenzione di attacchi terroristici e sarà inevitabile un aumento dell’allerta in molti contesti considerati oggi a rischio, con le relative conseguenze in termini di spesa pubblica e di radicalizzazione dei sistemi di sicurezza. Dal punto di vista geografico-politico, invece, gli altri episodi di lotta islamica evidenziano una progressiva ridefinizione territoriale che sarà forse inevitabile, soprattutto nelle zone dove agisce Boko Haram, soprattutto se non si procederà a una radicale lotta interna che porterà all’estinzione delle forze jihadiste. Tale processo già con lo Stato islamico sta apparendo chiarissimo, nella costruzione della nuova entità statuale tra Iraq e Siria (vedi https://www.geopolitica.info/geografia-dell-incertezza/).

Questo è un punto cruciale. I fatti francesi e quello yemenita possono essere racchiusi nell’alveo del terrorismo, che come tale non configura – come molti media hanno sostenuto – uno stato di guerra interna. E nemmeno di guerra “asimmetrica” o “ineguale”, come pure più volte si è sentito in questi giorni. Il terrorismo è volto a creare terrore e instabilità, al di là del bersaglio, che può essere più o meno mirato, mentre la guerra è la contrapposizione tra due volontà che tentano di affermare la propria sovranità su di un territorio. I fratelli Kouachi e Coulibaly avevano in mente di colpire quei bersagli, per vendicare a loro detta il Profeta e sapevano che sarebbero andati immediatamente dopo incontro al martirio o alla detenzione. Dunque, le conseguenze di tali azioni si vedranno non tanto in un cambiamento sistemico europeo, ma soprattutto nelle politiche interne di sicurezza e prevenzione e di revisione, forse, anche delle politiche sociali. Il riferimento al Califfato di Coulibaly, però, non va sottovalutato: in un video pubblicato in queste ore afferma che “voi attaccate il Califfato, voi attaccate lo Stato Islamico, e noi attacchiamo voi”.

L’azione in Nigeria, invece, sembra avere un carattere ben più imponente in termini numerici e sistemici. Poiché sembra essere la riproposizione, in altro contesto, di ciò che avviene in Siria e Iraq, dove la carta politica è già radicalmente cambiata e dove sta avvenendo qualcosa di incontrollabile, sotto certo profilo, per gli Stati occidentali. La differenza tra i fatti francesi/yemeniti e quello nigeriano/Isis, nonostante i comuni riferimenti “ideologici”, sta proprio nella volontà d’affermazione di una realtà politico-religiosa. Nei primi casi la volontà è stata quella di creare un momento di instabilità e terrore, nei secondi di creare, nel breve-medio termine, entità politiche riconoscibili che agiscono per un’affermazione sovrana e territoriale rifacendosi all’idea del Califfato.

Questa è anche la sostanziale differenza tra Al-Qaeda e l’Isis: la prima è rimasta su un piano di azione terroristica, mentre l’altra ha superato tale dimensione, assumendo i tratti di Stato di fatto. Gli attacchi di Al-Qaeda avevano messo in crisi alcune delle certezze occidentali, prima tra tutte quella della sicurezza interna e della inviolabilità del suolo nazionale. L’Isis e Boko Haram in Nigeria stanno conquistando territori, modificando la geografia politica di riferimento e con modelli politici totalmente diversi da quelli occidentali.

Ecco, dunque, perché il 2015 porrà ulteriori sfide all’Occidente: l’avanzata del Califfato e di Boko Haram e la radicalizzazione del terrorismo jihadista, che – più o meno con riferimenti diretti – hanno ripercussioni anche sul contesto europeo e occidentale e anche nelle politiche interne. Due saranno perciò le direttrici necessarie d’azione: una interna, per la prevenzione contro le minacce terroristiche e nei confronti di cellule jihadiste (più o meno cospicue numericamente). E, poi, nei contesti africano e arabo citati, dove appare essenziale riuscire a evitare la precipitazione totale nel caos. Per scongiurare sia conflitti interni e stragi ulteriori sia la destabilizzazione confinaria dettata dalla creazione di ulteriori entità jihadiste, che porrebbero l’Occidente di fronte a ulteriori – e radicali – sfide.