CHANG’E-5, il penultimo passo prima dello sbarco

Chang’e-5 è tornata sulla Terra. La missione cinese, partita lo scorso 24 Novembre alla volta dell’ “Oceano delle Tempeste”, è atterrata nel nord della Cina col suo prezioso carico di campioni di suolo lunare alle 1:59 locali (le19:00 italiane) del 17 dicembre 2020. Non accadeva da oltre 40 anni. Gli effetti di questo importante successo aprono ad una nuova fase nella corsa alla Luna del XXI secolo. Una corsa a due tra Stati Uniti, ed appunto, la Cina.

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La fanciulla ed il “bianconiglio”

Ronald Evans fu l’ultimo pilota dell’ultimo Modulo di Comando denominato “America” dell’Apollo XVII, ultima missione lunare statunitense ed umana -per ora- del dicembre 1972. Esattamente come i suoi colleghi astronauti di allora, prima di essere assegnato ad una missione operativa, Evans fece la gavetta anche in sala missioni, a Houston, seguendo le gesta dei colleghi che lo precedettero. Il suo primo incarico in sala missioni fu quello di CAPCOM (responsabile comunicazioni con l’equipaggio di volo) della missione Apollo XI. Prima dello storico sbarco di Armostrong ed Aldrin, durante una delle comunicazioni di routine, Evans scherzando con Michael Collins -pilota del Modulo di Comando “Columbia” dell’Apollo XI-  chiese se potessero verificare se, da lassù, riuscissero a scorgere il profilo di una “giovane fanciulla” che si aggirava sulla superficie lunare. Spiegava Evans ad un interdetto Collins che, secondo le leggende, una bellissima fanciulla risiedeva sulla superficie del nostro satellite da più di 4000 anni. Li esiliata perché responsabile di aver “rubato” la pillola dell’immortalità. Non solo, Evans chiese a Collins di provare a scorgere anche il profilo di un “bianconiglio”, suggerendogli che quest’ultimo dovesse essere più facile da individuare vista la sua grande mole e dal fatto che si trova eretto sempre sulle zampe posteriori, all’ombra di un albero di cannella. Ebbene, il nome della fanciulla in questione di cui parlava Evans è Chang’e, Dea della Luna nella tradizione popolare cinese. Mentre il suo fedele compagno, il coniglio bianco di Giada, è noto invece con il nome Yutu. Nomedato al primo rover cinese atterrato sulla Luna il 14 dicembre 2013 e primo rover in assoluto a solcare la superficie lunare dal 1973, ovvero dai tempi del sovietico Lunokhod-2. Sembra quindi quasi ironico pensare come, a poche ore dallo storico sbarco dei primi uomini sulla Luna, gli astronauti americani Evans e Collins si trovarono proprio a scherzare su un’antica leggenda il cui nome, oggi, rappresenta uno dei programmi di esplorazione spaziale più ambiziosi degli ultimi 40 anni, e non solo.

Sulle ali di Chang’e

Non sono passati certo 4000 anni, bensì solo 13, da quando dal centro spaziale di Xichang decollò la prima missione di quello che oggi è il programma di esplorazione lunare cinese:il China Lunar Exploration Program (CLEP), noto semplicemente come Chang’e. Era il 24 ottobre del 2007 quando con un vettore Lunga Marcia-3A -allora basato su tecnologie risalenti ai primi anni 80- la Cina, non ancora potenza spaziale, lanciava Chang’e-1. E’ quella la data di inizio dell’inarrestabile ascesa cinese a player internazionale indiscusso per la conquista della Luna. Programma strutturato in 4 fasi ben precise. La terza parte è stata avviata proprio lo scorso 23 novembre alle 21:30 italiane quando, dal nuovissimo cosmodromo di Wenchang tramite -questa volta avanzato- il lanciatore Lunga Marcia-5, venne lanciata Chang’è-5. Unico obiettivo: atterrare nella pianura Oceanus Procellarus, prelevare e riportare a Terra campioni di suolo lunare. La missione costituisce l’attuale apice del serratissimo programma di esplorazione lunare cinese. A differenza infatti delle precedenti missioni effettuate nella fasi 1 e 2, Chang’e-5 ha avuto i giorni contati fin dal decollo dalla rampa di lancio, essendo la sonda stata dotata solo di pannelli solari per l’alimentazione dei vari moduli e relativi sistemi di bordo, quindi non equipaggiata per sopravvivere alla lunga “notte lunare”. T-11 giorni dal momento del touch-down avvenuto il 1 dicembre scorso, alle 16:15 italiane. Una corsa contro il tempo superata a pieni voti apparentemente. L’ultima missione di questo tipo fu della sonda sovietica Luna-24 nel lontano 1976, ben 44 anni fa.

La quarta fase: lo sbarco

Il successo di Chang’e-5 non segna il completamento della terza fase del programma di esplorazione lunare cinese. Ai cancelli di partenza c’è infatti Chang’e-6 che sarebbe stata “pronta all’uso” come missione di “back-up” in caso di fallimento di Chang’e-5, assicurando così la possibilità di un secondo tentativo essendo le due sonde sostanzialmente gemelle in molti aspetti progettuali. Destinazione polo sud, regione che potremmo definire: “il nuovo West” dell’esplorazione lunare. Regione al centro non solo dei fortissimi interessi dell’agenzia spaziale cinese (CNSA), bensì anche del programma spaziale americano Artemis. E’ infatti dello scorso ottobre l’annuncio di conferma della NASA dell’esistenza di depositi di ghiaccio (permafrost) all’interno dei crateri sparsi al polo sud lunare, che fa di esso l’oggetto del desiderio delle maggiori agenzie spaziali mondiali per la realizzaione di “outposts” lunari permanenti sulla superficie. Acqua allo stato solido, ed in abbondanza. Elemento indispensabile per il sostentamento di lungo periodo di astronauti sulla sueprficie del satellite. Grazie al successo della sorella Chang’e-5, Chang’e-6 potrà ora concentrarsi sul suo compito fondamentale di riportare a terra proprio campioni del suolo del polo sud lunare. Un vantaggio questo che gli americani non potranno vantare nemmeno con le missioni Apollo. Il decollo della sonda Chang’e-6 è previsto per il 2023, ben prima di un qualsiasi tentativo di atterraggio statunitense in quell’area. Una cosa è certa: Chang’e-6 segnerà la chiusura della terza fase del programma di esplorazione lunare cinese dando il via all’ultima e più importante del programma, la quarta che, secondo le dichiarazioni di Zhang Kejian, direttore della China National Space Administration (CNSA), prevederebbe lo sbarco di un equipaggio cinese proprio al polo sud lunare per il 2030. Un chiaro messaggio. Una dimostrazione di forza, maturità tecnologica e scientifica quella cinese, unita ad una grande consapevolezza di se stessi che il mondo, Stati Uniti per primi, non potranno certo ignorare. La sfida è lanciata, la Cina corre a tamburi battenti.

Washington è pronta a raccogliere il guanto della sfida?

La strategia spaziale degli Stati Uniti portata avanti dalla Presidenza Trump, della quale il secondo Obama aveva di fatto gettato le basi, risulta coerente con la necessità di mantenere la superiorità americana nello spazio cosmico di fronte alle ambizioni di Cina e Russia, concetto ribadito con enfasi nella National Security Strategy del 2017. La creazione di un ramo spaziale delle Forze Armate statunitensi (la Space Force), la richiesta di aumentare il budget della NASA e un coinvolgimento sempre crescente del settore privato, oltre alla volontà di fare un passo indietro rispetto alla ISS (con conseguente risparmio di risorse), servono a mettere Washington nella condizione di poter affermare il proprio dominio sulla Luna. Difficilmente gli Stati Uniti, che già vedono il proprio vantaggio nel settore spaziale progressivamente eroso dall’avanzare dei propri competitors, possono infatti permettersi di tirarsi indietro di fronte alla sfida lanciata dal dragone, perché è evidente che, strategicamente parlando, una sconfitta in questa corsa potrebbe avere effetti drammatici per l’America sia sul piano militare che sul piano economico: sia Washington che Pechino sembrano concordare sul fatto che il primo paese che riuscirà a stabilire una presenza continuativa sulla superficie e nello spazio circostante al satellite naturale della Terra si troverà in una posizione estremamente favorevole sia per le future attività di esplorazione dello spazio profondo, sia per il controllo delle linee di accesso alle risorse spaziali.

Per quanto riguarda l’America, quindi, bisognerà vedere quali saranno le prime mosse del Presidente eletto Joe Biden nel settore spaziale, e in particolare se la nuova amministrazione continuerà a lavorare nel solco di quanto fatto durante dalla Presidenza Trump, oppure se ci troveremo di fronte a una rimodulazione delle priorità di Washington per il settore spaziale, con spostamenti di risorse economiche verso altri progetti. Ciò che è certo è che al momento il budget a disposizione della NASA è ancora piuttosto limitato, tanto da rendere improbabile che gli americani possano sostenere da soli lo sforzo tecnico ed economico necessario a ritornare sulla Luna, tantomeno entro il 2024. Per questo motivo il programma Artemis della NASA è stato aperto alla partecipazione internazionale, fermo restando che, nel caso in cui il esso dovesse raggiungere il proprio obiettivo, si tratterà di un successo americano, e a rimettere piede sul suolo lunare sarebbero comunque astronauti americani.

La fine di un’era

Il fatto che ad unirsi alla causa di Washington nel programma Artemis siano stati finora solo alcuni alleati degli Stati Uniti, e non ad esempio la Russia, restìa a partecipare ad un progetto definito troppo “americano-centrico”, potrebbe indicare il tramonto dell’epoca di collaborazione spaziale partita dopo la fine della prima corsa alla Luna e durata per alcuni decenni, caratterizzata inizialmente dalla cooperazione tra USA e URSS e culminata nella Stazione Spaziale Internazionale. A farne principalmente le spese è la “neutralità” dello Spazio. Importanti segnali di questa tendenza negli ultimi anni sono arrivati sia da parte statunitense che da parte cinese. Nello SPACE Act, firmato dall’ex Presidente Obama nel 2015, si consentiva esplicitamente a cittadini e industrie private americane, di adoperarsi nell’esplorazione e nello sfruttamento dei corpi celesti per fini commerciali, inclusa l’estrazione di acqua e minerali. In un ordine esecutivo (questa volta firmato dal Presidente Trump) dell’aprile 2020, inoltre, si affermava che la possibilità di sfruttare tali risorse fosse perfettamente coerente con quanto permesso dall’Outer Space Treaty del 1967. Non va dimenticata nemmeno la significativa dichiarazione di Ye Peiyian, importante figura nel programma lunare cinese, che in un’intervista del 2018 paragonò la Luna alle Isole Diaoyu, arcipelago attualmente al centro di un’aspra disputa territoriale tra Cina e Giappone, affermando che per la Cina non riuscire a stabilire per prima una presenza prolungata sulla Luna equivarrebbe a rimanere irreversibilmente tagliata fuori dall’accesso alle risorse che essa offre.


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Il quadro geopolitico con cui avremo a che fare almeno per il prossimo decennio sarà caratterizzato, con tutta probabilità, dalla crescente competizione tra gli stati, in una corsa serrata alle risorse spaziali, con un possibile diradarsi delle iniziative di cooperazione. Stiamo insomma assistendo al venir meno della concezione dello spazio come res communis: col progredire delle capacità tecnologiche a disposizione delle nazioni, insomma, lo sfruttamento delle pressoché infinite risorse spaziali smette di essere qualcosa di possibile esclusivamente nelle sale cinematografiche, e lo spazio assume sempre di più le sembianze di una frontiera da esplorare e conquistare, nonostante l’Outer Space Treaty – della cui reale efficacia si potrebbe discutere per giorni – che tra le altre cose preclude agli stati la possibilità di rivendicare corpi celesti, pur non vietando di occuparli per scopi di ricerca.

Lorenzo Bazzanti e Andrea D’Ottavio,
Centro Studi Geopolitica.info