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TematicheItalia ed EuropaCETA: ennesima impasse europea

CETA: ennesima impasse europea

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Il 5 luglio scorso la Commissione Europea ha deciso che sarà necessaria l’approvazione dei parlamenti dei 28 stati europei per la ratifica del CETA (Comprehensive and Economic Trade Agreement), accordo tra Canada e Unione Europea, frutto di un percorso cominciato nel luglio 2007 e che ha visto la conclusione delle negoziazioni nel 2014. Si tratta di un trattato che ha come fine quello di regolamentare il commercio tra le due parti contraenti e che tra le varie novità prevede l’abolizione dei dazi doganali, la possibilità per le imprese europee di partecipare agli appalti pubblici nel territorio canadese (e viceversa) e la promozione e tutela degli investimenti.

La scelta di Jean-Claude Juncker nasce dalle forti pressioni di alcuni stati europei (tra cui Austria, Germania, Francia, Paesi Bassi, Bulgaria e Romania) i quali, considerando che l’accordo abbia una portata molto ampia e che vada a toccare settori di competenza statale, hanno caldeggiato la definizione del CETA come “mixed-agreement“. La soluzione “EU only” (la competenza esclusiva dell’Unione), promossa fin dal principio da Bruxelles e dall’Italia, ha dovuto inchinarsi non tanto a ragioni di pura natura giuridica, quanto a calcoli strategici e richieste politiche. In questo contesto Romania e Bulgaria hanno già annunciato che non ratificheranno il trattato se il governo di Ottawa non toglierà la necessità del visto per il loro cittadini che vogliono giungere in territorio canadese. Sta di fatto che ora l’Unione Europea rischia un’ulteriore impasse, dato che qualora uno dei parlamenti nazionali non approvi la firma dell’accordo, né i trattati né la consuetudine dell’UE prevedono una soluzione al riguardo. Bisogna infatti ricordare che fino ad oggi non è mai successo che l’assemblea legislativa di uno stato membro non ratificasse un trattato misto. Per prendere tempo la Commissione ha proposto che il CETA entri in vigore subito, anche se in maniera provvisoria. Nel frattempo ha anche chiesto alla Corte di Giustizia dell’UE un parere sull’accordo di libero scambio con Singapore, sia per prevenire scenari simili in futuro sia perché qualora la Corte di Giustizia stabilisse che l’EU – Singapore FTA rientri nella competenza “EU only“, per analogia anche il CETA che gli è molto simile dovrebbe essere considerato della stessa natura a livello legale.

Il 6 luglio il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha incontrato alla Farnesina il collega canadese Stephane Dion. Quest’ultimo ha dichiarato che l’Unione “deve mostrare di essere capace di andare avanti e ratificare l’accordo commerciale”. Gentiloni a sua volta ha auspicato che il CETA sia attivo, seppur provvisoriamente, a partire dal prossimo autunno. Ha ribadito fondamentalmente la posizione assunta dal  Ministro dello Sviluppo Economico italiano Carlo Calenda, il quale sia il 10 giugno scorso, in una lettera indirizzata al Presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker e al Commissario al Commercio UE Cecilia Malmström, sia nella sua Informativa urgente riguardo il TTIP presso la Camera dei Deputati del 15 giugno, aveva sostenuto il supporto dell’Italia per una gestione dell’accordo “EU-only”, riaccendendo i toni della polemica in corso.

La polemica sul trattato si concentrava non solo sulla scelta tra le soluzioni “mixed-agreement” o “EU only“, ma altresì sugli articoli del trattato che stabilivano il metodo di risoluzione delle controversie tra imprenditori e gi stati in cui svolgono la propria attività (ovviamente solo se i primi siano cittadini canadesi o europei e se i secondi siano parti firmatarie del trattato). Il punto focale della discussione riguardava e riguarda ancora l’implementazione del sistema ICS (Investment Court System). Innanzitutto è meglio spiegare come funziona. Sarà costituito un tribunale permanente composto da 15 giudici, di cui 5 saranno di nazionalità canadese, 5 cittadini degli stati membri dell’UE e 5 provenienti da stati terzi. Tali giudici verranno assegnati tramite sorteggio ad ogni singolo caso. Sarà previsto anche un tribunale di appello, al quale potranno rivolgersi entrambe le parti, allo scopo di provare a correggere eventuali errori del processo e al fine di evitare abusi nei ricorsi. Fa da corollario il principio per cui il perdente dovrà pagare le spese. Il tribunale sarà competente solo in casi di discriminazione, espropriazione, nazionalizzazione o mancato rilascio di una licenza a un’impresa straniera. Lo scopo della creazione del sistema ICS è quello di garantire agli investitori stranieri un trattamento giusto ed equo.

Nonostante i suoi lati positivi, l’ICS tuttavia sembra ricalcare nei punti di maggiore importanza il sistema finora più utilizzato negli accordi commerciali internazionali, l’ISDS (Investor State Dispute Settlement). Innanzitutto esso permette agli imprenditori stranieri, qualora ritengano di essere stati danneggiati da un provvedimento delle autorità pubbliche, di citare in giudizio lo stato davanti ad un tribunale speciale con lo scopo di ottenere il risarcimento dei danni. Nonostante ogni stato mantenga il diritto di attuare i provvedimenti che ritenga più opportuni per i propri cittadini, dovrà comunque tenere in considerazione le ripercussioni di tali provvedimenti sulle imprese straniere attive nel suo territorio, onde evitare di dover pagare risarcimenti che di solito sono molto cospicui, come dimostra la storia dei ricorsi alla clausola ISDS da parte degli investitori stranieri all’interno di altri trattati internazionali, quali ad esempio NAFTA, CAFTA e Energy Chapter Treaty. Il timore di molti, comprese alcune associazioni note come Greenpeace è che con i sistemi ICS e ISDS si tutelino gli interessi delle multinazionali a scapito di buone politiche riguardanti temi fondamentali quali salute e ambiente.

In secondo luogo, si teme che il CETA sia il modello da cui partire per la stesura del più conosciuto e pubblicizzato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership – accordo economico tra UE ed USA) ed anche un banco di prova per accertare i benefici ed i limiti posti dall’istituzione di tribunali speciali. Occorre non dimenticare che soprattutto in relazione alle clausole ISDS gli Stati Uniti sono una controparte meno flessibile del Canada.

A tal riguardo, nel 2013 (quando ancora la Brexit era un miraggio) uno studio condotto dalla School of Economics and Political Sciences su commissione del governo britannico, intitolato “Costs and benefits of an EU-USA investment protection treaty” ha portato alla conclusione che gli investitori statunitensi non vedrebbero accrescere significativamente i propri diritti in comparazione a quelli che la Gran Bretagna – e per analogia gli altri paesi sviluppati europei – già garantisce loro. Semplicemente sarebbero incoraggiati ad avanzare pretese tramite il ricorso alla clausola ISDS allo scopo di ottenere risarcimenti significativi per fatti che non sarebbero sanzionabili secondo la legge nazionale. Tali conclusioni possono essere allargate agevolmente anche al sistema ICS e dunque pure al CETA.

Ulteriore problema è la mancanza di una definizione chiara del termine espropriazione, quando indiretta e non riconducibile al caso di nazionalizzazione. Una conseguenza probabile sarebbe l’aumento dei ricorsi al tribunale per fattispecie di cui manca una regolamentazione normativa.

Il CETA si sta configurando come l’ennesima dimostrazione (dopo la Brexit o la questione migratoria tanto per fare due esempi) della mancanza di coesione tra gli stati membri dell’UE. L’Europa deve attivarsi celermente per garantire stabilità interna e ricreare l’immagine di un soggetto affidabile ed unitario nelle relazioni internazionali, anche in previsione dei prossimi accordi di libero scambio con Singapore e Stati Uniti.

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