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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoCause e prospettive dell’attacco russo all’Ucraina

Cause e prospettive dell’attacco russo all’Ucraina

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Ci sono almeno cinque ragioni che, dalla prospettiva del Cremlino, hanno reso l’inverno 2021/2022 particolarmente propizio per affondare il colpo con un’invasione dell’Ucraina, così come sta prendendo forma in queste ore.

Il primo – vera e propria condizione permissiva dell’intera escalation – è che dopo un anno dall’insediamento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti ormai è chiaro come anche l’amministrazione in carica rivolga prioritariamente le sue attenzioni alla Repubblica Popolare Cinese, che reputa la principale minaccia strategica agli interessi vitali americani. Di conseguenza, l’attuale corso della Casa Bianca – in linea di continuità con quanto fatto da Barack Obama e Donald Trump – ha sviluppato un approccio strategico globale fondato sul Pivot to Asia, che ha trovato recente conferma nella pubblicazione della sua Indo-Pacific Strategy.

Se è difficile, quindi, credere che qualcuno a Washington voglia “morire per il Donbass”, lo è tanto più – e arriviamo alla seconda ragione – nell’anno delle elezioni di mid-term con un presidente al suo minimo storico in termini di consensi. Non è verosimile che nei prossimi mesi Biden e il Partito Democratico vogliano cimentarsi in una campagna elettorale dove sarebbero chiamati incessantemente a spiegare ai contribuenti americani perché i soldi delle loro tasse sono investiti per la difesa di un Paese che non rientra nel novero degli alleati dell’America, mentre quest’ultima ancora soffre per le piaghe economiche e sociali della pandemia. 

La terza ragione riguarda gli affari interni del nostro continente. In Europa, al momento, non è presente un leader in grado di guidare l’Unione Europea verso una posizione omogenea e coerente sul tema, qualunque essa sia. Tra gli azionisti di maggioranza di Bruxelles, Emmanuel Macron pensa alle elezioni presidenziali di aprile, Mario Draghi è impantanato tra gestione dell’emergenza Covid-19 e il tentativo di ricucire le ferite della corsa quirinalizia, mentre Olaf Scholz deve ancora accreditarsi come leader internazionale. Non si dimentichi poi che, a dispetto della narrativa ufficiale, soprattutto i Paesi dell’Europa occidentale più “pesanti” politicamente ed economicamente – Germania e Francia – vedono nella Federazione Russa più un partner che un rivale, come confermato dal discorso di Macron di presentazione del semestre di presidenza europea o dal diniego tedesco a fornire attrezzature militari all’Ucraina e a sostenere – è notizia dell’ultima ora – l’esclusione della Russia dallo SWIFT.

La quarta ragione è legata alla leva energetica. Non si dimentichi come per una potenza come la Russia che, oltre allo strumento militare, trova in questa dimensione l’altro suo principale grimaldello per scardinare il mondo esterno, l’inverno non può che essere la finestra temporale migliore per agire sul mercato dei prezzi, rompere il fronte dei suoi potenziali nemici e influenzare le dinamiche politiche internazionali.

Non possono essere sottovalutati, infine, alcuni errori compiuti dai leader occidentali, che hanno indotto Putin ad alzare il tiro. Si fa riferimento particolare alla gaffe di Biden, che in un’intervista ha candidamente confessato che in presenza di un attacco circoscritto all’Ucraina la reazione americana non avrebbe previsto l’opzione militare, e a quella di Olaf Scholz, che nel suo incontro con Putin ha ammesso che l’adesione dell’Ucraina alla NATO non era in discussione. Se la prima gaffe ha confermato alla Russia che l’opzione militare era meno pericolosa del previsto, la seconda l’ha indotta a pensare che il suo obiettivo di partenza – la non adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica – era già stato conseguito e, pertanto, poteva ambire a qualcosa in più.

La guerra in Ucraina, a questo punto, potrebbe imboccare tre strade alternative. La prima, più “soft” – se è possibile usare questo termine – è la strada “georgiana”. Nel 2008, l’esercito russo arrivò vicino a Tbilisi dopo una crisi innescata dai secessionisti dell’Ossezia del Sud a cui il governo di Mikhail Saakashvili rispose con le armi confidando nel sostegno americano. Mosca dimostrò che la disparità di potere militare con il Paese caucasico non sarebbe stata mai colmata da Washington, indisponibile a rischiare una guerra non convenzionale per difendere un Paese a cui non era legata da una vera e propria alleanza. Non possiamo escludere, quindi, che la scelta possa ripetersi in Ucraina, i cui leader – come quelli georgiani – avrebbero ora “appreso” la lezione circa il velleitarismo di future fughe verso Occidente o persino potrebbero chiedere loro stessi di trattare la finlandizzazione del Paese con Mosca.

La seconda strada, più drastica, è invece che dopo aver tagliato i rifornimenti alle forze armate ucraine puntando su Kiev dalla Bielorussia – in una manovra che ricorda l’aggiramento dell’esercito tedesco della linea Maginot per puntare su Parigi attraverso Belgio e Olanda durante la Seconda guerra mondiale – Mosca voglia far arrendere il governo ucraino e instaurare uno stato-fantoccio. Questa opzione – che al momento si è fatta molto probabile – rischia di rappresentare un punto di non ritorno per i rapporti tra la Russia e il mondo occidentale e un incentivo al consequenziale abbraccio con la Cina, ma anche un affare estremamente costoso sotto il profilo economico nel medio-lungo termine con la creazione di un mega-Stato vassallo.

La terza strada, infine, potrebbe essere quella “imperiale”, che comporterebbe le stesse implicazioni della precedente ma avrebbe un impatto ancor maggiore sulla futura sovranità ucraina. Questa prevederebbe l’annessione parziale (i territori a est del fiume Dniepr) o totale dell’Ucraina.

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