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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaCause e conseguenze del blocco del grano in Ucraina

Cause e conseguenze del blocco del grano in Ucraina

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Nonostante qualche successo da parte ucraina nella dimensione marittima del conflitto, tra cui l’affondamento dell’incrociatore Moskva, la Russia mantiene la superiorità navale. Nelle prime fasi della guerra ha conquistato la piccola ma fondamentale Isola dei Serpenti, un avamposto strategico nelle acque territoriali ucraine. Temendo un’invasione anfibia dei russi, l’Ucraina ha quindi cosparso di mine le acque al largo delle proprie coste, azione a cui la flotta russa ha reagito imponendo un blocco navale – con circa 20 navi e 4 sottomarini – che sta avendo effetti esponenzialmente più gravi. 

L’importanza dell’Ucraina

Dai porti ucraini sul Mar Nero transita il 90% dell’export ucraino (BBC, 26/05/2022) ed in particolare dal porto di Odessa passano 400 tonnellate di grano ogni ora (abcnews, 01/06/2022), o almeno questa era la situazione prima del conflitto. Infatti, 20 tonnellate di grano destinato all’export sono ferme nei porti sul Mar Nero da settimane a causa dell’interruzione totale delle esportazioni.

L’Ucraina è tra i primi produttori mondiali di mais, orzo, olio di semi di girasole (di cui è il primo in assoluto) e frumento (di cui è il sesto esportatore). In particolare, Kiev esporta la maggior parte del proprio raccolto di grano (circa 30 milioni di tonnellate all’anno) verso Nord Africa e Medio Oriente e molti paesi nel mondo dipendono in porzioni rilevanti da queste derrate – per esempio, il Libano importa l’81% del proprio fabbisogno di grano dall’Ucraina, la Tunisia il 49%. Il cibo esportato dall’Ucraina è fondamentale per le vite di 400 milioni di persone (The Economist, 19/05/2022). 

Nonostante il raccolto di quest’anno sembri essere inferiore alla media – le stime indicano tra il 35 e il 50% in meno (The Guardian, 06/05/2022) – il problema principale è che non può arrivare a destinazione. I silos sono già pieni di grano, che occupa lo spazio altrimenti destinato ai prossimi raccolti. E se resta in Ucraina è destinato a marcire.

Le conseguenze per la sicurezza alimentare di milioni di persone saranno drammatiche e non si limiteranno a fame e carestie. Guardando alla storia recente, le “primavere arabe”, in particolare in Tunisia, sorsero proprio dall’aumento del prezzo del pane. A ciò seguirono ondate di migrazioni, con effetti a lungo termine tanto nei Paesi di origine, quanto in quelli di destinazione dei migranti.

La crisi alimentare

La crisi alimentare è sicuramente aggravata dalla guerra in Ucraina, ma questo non significa che ne sia l’unica causa o quella principale. Anzi, già nel 2021 la situazione era drammatica, con oltre 193 milioni di persone in situazione di crisi e, secondo il “Global Report on Food Crises” del World Food Programme, questo dato, in continuo peggioramento dal 2016, è destinato ad aumentare (WFP, 04/05/2022)

In particolare, i driver della crisi sono tre. Innanzitutto, i conflitti: la guerra nel Tigray, l’instabilità nel Sahel e in Medioriente e la guerra in Ucraina sono solo alcuni esempi di come le armi abbiano effetti a catena sull’accesso al cibo. In secondo luogo, la situazione economica: l’elevata inflazione – ed in particolare i crescenti costi di cibo ed energia – gli effetti della pandemia e l’interruzione delle catene di approvvigionamento sono tutti fattori che contribuiscono alla mancanza di cibo. Infine, l’emergenza climatica. Guardando solamente al frumento, le ondate di caldo e la siccità hanno rovinato i raccolti in gran parte del continente africano, in Cina e in America Centrale.

In India la siccità ha portato a raccolti più bassi, tanto che il governo ha deciso di sospendere l’export per difendere la sicurezza alimentare del proprio paese, secondo produttore al mondo di grano dopo la Cina e prima della Russia.

Un altro fattore che concorre alla situazione attuale è la mancanza di fertilizzanti. Secondo National Geographic, oltre tre miliardi di persone nel mondo dipendono da fertilizzanti a base di azoto, di cui la Russia esporta il 20% del totale (National Geographic, 23/05/2022). O meglio, 3 miliardi di persone basano la loro alimentazione su prodotti agricoli coltivati con questi prodotti. Infatti, i fertilizzanti – nonostante effetti negativi a lungo termine – migliorano di gran lunga la produttività del terreno e quindi aumentano la resa delle colture. Ma al momento, a causa della restrizione all’export da parte russa e delle sanzioni occidentali, gran parte degli agricoltori non riescono ad accedervi, oppure non sono disposti a pagare prezzi alti, che ridurrebbero drasticamente il loro margine di guadagno.

La crisi energetica induce una dinamica analoga: i produttori si trovano di fronte all’assenza di carburante o ad un prezzo troppo alto della materia prima.

La reazione della Russia

Con l’obiettivo di proteggere la sicurezza alimentare interna, a marzo la Russia ha deciso di interrompere le esportazioni di oltre 200 beni, tra cui anche prodotti agricoli e fertilizzanti, verso i “paesi ostili”, in risposta alle sanzioni imposte dall’occidente, e ha inoltre sospeso l’export di cereali verso i membri dell’Unione Economica Euroasiatica. Le quantità di grano in uscita dalla Russia sono però aumentate, dirette soprattutto verso Turchia, Egitto, Libia e Iran, ma anche verso alcuni paesi che tipicamente comprano dall’Ucraina, come per esempio Israele. Secondo quanto annunciato dal Cremlino, i raccolti russi sono in crescita rispetto all’anno scorso, e lo saranno pure le esportazioni. È quindi plausibile che Mosca stia semplicemente reindirizzando il proprio export, cercando di sostituirsi a Kiev nel mercato mediorientale e africano, come confermato dal caso del porto di Latakia, in Siria, dove sono state avvistate due navi russe cariche di frumento. L’ambasciata ucraina in Libano ha denunciato che la Russia sta compiendo un vero e proprio furto di grano dalle zone occupate, nel tentativo di rivenderlo in paesi terzi (Reuters, 02/06/2022).

I russi utilizzano quindi il grano come leva negoziale, affinché le sanzioni vengano alleviate, con risultati prevedibilmente negativi. Ma questo rinforza la retorica del Cremlino, secondo cui la colpa della crisi all’orizzonte è da attribuire all’occidente. Retorica che riceve un certo supporto altrove, soprattutto tra alcuni leader africani e nell’Unione Africana stessa, i quali lamentano il fatto che le sanzioni imposte dall’Unione Europea verso le banche russe rende più difficile e costoso acquistare derrate alimentari e fertilizzanti (Financial Times, 01/06/2022). 

Quale soluzione?

Per risolvere il problema sono state proposte diverse soluzioni alternative, tra cui il passaggio via terra, ma la rete ferroviaria ucraina è danneggiata dai bombardamenti russi, e tra l’altro i porti più vicini, quelli sul Baltico, non sono attrezzati ad esportare quantità così massicce. Non resta altra via che quella del Mar Nero, ma questa necessita dell’interruzione del blocco navale russo, o quantomeno lo sminamento delle acque ucraine e la creazione di passaggi sicuri. L’Ucraina però si rifiuta di smantellare le mine antinave, poiché teme che la Russia possa approfittarne per attaccare dal mare. 

Un piano più realistico, come quello proposto dal ministro degli esteri lituano, prevede la creazione di un convoglio internazionale per sminare il porto di Odessa, difendere le navi ucraine dagli attacchi russi e poi scortarle attraverso il Mar Nero per farle arrivare a destinazione, con l’aiuto della Turchia, la quale controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli (LRT, 23/05/2022). Come contropartita per terminare il blocco, la Russia chiede che vengano rimosse alcune delle sanzioni imposte nei suoi confronti, in particolare quelle sui fertilizzanti. Condizione difficile da accettare, come dimostrano i recenti colloqui tra il ministro degli esteri russo Lavrov e la sua controparte turca Çavuşoğlu, i quali hanno portato ad un nulla di fatto. Mosca chiede inoltre che sia l’Ucraina a procedere con lo sminamento e che le navi in soccorso vengano controllate per evitare che portino rifornimenti bellici utili alla resistenza. 
Nel frattempo la Russia inizia a stabilirsi nelle zone occupate: stanno rientrando in funzione i porti di Berdyansk e Mariupol sul Mar d’Azov; vengono ripristinate le infrastrutture di base, come la rete ferroviaria e autostradale, il ponte terrestre tra Crimea e Ucraina continentale e il canale che porta acqua potabile nella penisola; sembra plausibile che a breve sarà il rublo a circolare come nuova valuta. Mentre va avanti la battaglia nel Donbass, il sud dell’Ucraina è sempre più russo.

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