Catalogna: una realtà sul filo del rasoio

In questi giorni si sente parlare molto della questione dell’indipendenza catalana, perciò cerchiamo di fare un po’ chiarezza sulla vicenda.

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Partendo dagli attori in scena, c’è da dire che chi vuole la separazione della Catalogna dalla Spagna sostiene che già in passato la Catalogna sperimentò delle forme di sovranità e indipendenza, facendo ad esempio riferimento alle “contee”create durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che per alcuni proseguì fino all’11 settembre 1714, quando nel corso della guerra di successione spagnola i difensori di Barcellona furono sconfitti dopo 14 mesi d’assedio. Il primo partito politico indipendentista catalano fu fondato nel 1922 anche se il cosiddetto “catalanismo politico”, cioè quel movimento legato alle aspirazioni della Catalogna e alla valorizzazione delle sue tradizioni, era nato molti anni prima. Questi sono comunque solo piccoli esempi che però possono aiutare a capire come il tema dell’indipendenza catalana abbia radici ben solide nella storia e da molti anni è ormai al centro del dibattito politico spagnolo. Negli ultimi anni però, il consenso verso la causa indipendentista è cresciuto: secondo i sondaggi effettuati dal Centro de Estudios de Opinión, i favorevoli all’indipendenza sono passati dal 18,5% del  2007 al 34,6% di oggi, raggiungendo picchi vicini al 50% nel 2013.  Probabilmente questo incremento, come è stato sottolineato dal Confidencial, ha trovato terreno fertile prima di tutto dalla crisi economica, contro la quale  l’unica parte politica in grado di dare speranze ai molti catalani in difficoltà fu quella che sosteneva la Catalogna indipendente. Alla crisi economica si lega anche la crisi dei “pariti tradizionali” che ha dato man forte all’emergere di personalità carismatiche le quali avevano fatto dell’indipendenza la loro proposta principale. È per tutte queste ragioni che ancora oggi una delle rivendicazioni più forti in Catalogna è poter gestire direttamente le proprie risorse economiche, senza dover passare per il governo centrale di Madrid. Non dobbiamo poi dimenticarci che un tentativo simile ci fu nel 2012, ma fu bloccato dal Tribunale costituzionale interpellato dal governo spagnolo.

Gli scontri tra gli indipendentisti e il governo di Madrid sono stati forti e aspri, tanto che il governo spagnolo si è opposto al referendum catalano dichiarandolo illegale.

Analizzando poi le vicende ciò che non può passare inosservato è il giorno stesso del referendum, lo scorso Primo ottobre. Lo scenario che si è presentato difronte ai seggi elettorali è stato sicuramente la vicenda più discussa di tutto il dibattito in sé: le forze dell’ordine spagnole, per bloccare il referendum, si sono scontrate con i civili che stavano cercando di esercitare un loro diritto, senza risparmiare nessuno: anziani e giovani.

Il presidente del governo catalano, Carles Puigdemont, ha commentato l’accaduto dichiarandolo “il limite della vergogna” del governo spagnolo e promettendo l’attuazione del referendum, che con il 42% di affluenza alle urne ha visto vincere il sì con il 90%.

Lo scorso martedì Puigdemont ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna nel discorso tanto atteso davanti al Parlamento catalano, ma ne ha sospeso gli effetti per poter iniziare le trattative con il governo di Madrid. Dunque, c’è stata la dichiarazione d’indipendenza ma questa non avrà per il momento effetti legali. Nella giornata di giovedì, il primo Ministro spagnolo ha annunciato di essere pronto ad applicare l’Articolo 155 della Costituzione, in base al quale il governo di una comunità autonoma spagnola è obbligato a rispettare la legge e la Costituzione, qualora il Presidente catalano non ritirasse la sua dichiarazione d’indipendenza.

I dialoghi con Madrid non hanno condotto ad accordi e trattative, ma anzi, hanno portato ad una situazione ancora più vacillante e instabile. Lo scorso 27 ottobre infatti,  il Parlamento catalano ha votato e approvato la dichiarazione di indipendenza che conseguentemente ha avviato il processo costituente per la creazione della Repubblica catalana. La risposta del Governo centrale è stata dura: Rajoy ha approvato le misure per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ha sciolto il Parlamento catalano destituendo tutti i membri del Governo e ha indetto le elezioni per il prossimo 21 dicembre. Puidgemont in un messaggio trasmesso al popolo catalano ha inviato a resistere “democraticamente” alle misure del Governo centrale, per difendere ciò che hanno conquistato, facendo capire la sua intenzione di non dimettersi dalla carica presidenziale; ma la procura di Madrid, dal canto suo, si dichiara pronta ad arrestare Puidgemont per ribellione. Così, a qualche giorno di distanza dalla nascita della Repubblica catalana, che nessuno o quasi riconosce, la Spagna si ritrova in un vortice di azzardi e provocazioni che l’hanno condotta in un vicolo cieco.

La situazione intanto è sempre più altalenante: Puidgemont accusato di ribellione, sedizione e violazione della Costituzione, senza attendere la formalizzazione delle accuse, si è rifugiato con i membri dell’ormai ex Governo catalano, in Belgio, da dove continua a sostenere la popolazione catalana e la causa indipendentista. Difatti, in una conferenza stampa che ha tenuto a Bruxelles, ha sostenuto di non essersi recato in Belgio per richiedere asilo politico ma per “portare la crisi all’attenzione dell’Europa”, perché il suo governo continuerà a lavorare come un governo legittimo. Non è intenzionato a tornare in Spagna finché non riceverà garanzie dal Governo centrale, ed ha anche annunciato che sarà pronto ad accettare qualsiasi esito delle prossime elezioni.

Nel frattempo il governo di Madrid ha acquisito il controllo del governo catalano, ma deve muoversi in un clima di totale incertezza e instabilità.

È sempre più difficile fare previsioni sul corso degli eventi, ma quasi certamente ciò che si fa sempre più necessario è l’intervento concreto e ragionato dell’Unione Europea, che ad oggi, come la maggior parte degli Stati importanti, non riconosce la Repubblica catalana e appoggia Madrid. Questo però non è sufficiente a stabilizzare la situazione, come non lo è il solo commissariamento del governo.

La partita che si gioca in Spagna non è più solo una questione nazionale: avrà sicuramente risvolti in Europa che non può restare ferma, avendo già perso la Gran Bretagna e avendo avuto prova dell’incremento e della forza delle spinte indipendentiste pronte a minarne i principi; e non è nemmeno una sfida esclusivamente politica, perché sono entrati in gioco anche fattori culturali che hanno condotto a quel 90% di “sì”. Ma probabilmente la cosa più reale e spaventosa, come scrive il direttore del quotidiano El Indipendente, Casimiro Garcìa Abadillo, è che “oggi migliaia di catalani guarderanno con sospetto vicini di casa, colleghi di lavoro, fratelli, guarderanno con sfiducia e un pizzico di odio”.