Il caso Nisman e la polarizzazione dello scontro politico in Argentina

La vicenda della morte del giudice Alberto Nisman ha aperto una profonda riflessione in Argentina sulle sorti del paese e sull’operato della Kirchner. La polemica a seguito della tragica vicenda ha alimentato i dubbi, le tensioni e i conflitti tra la società e le istituzioni argentine, un rapporto che era fortemente problematico da decenni e che nell’ultimo mandato della presidenza Kirchner si è esacerbato ulteriormente.

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Alberto Nisman negli ultimi dieci anni si era interamente dedicato all’investigazione sull’attento al centro ebraico di Buenos Aires che uccise 85 persone nel 18  luglio del 1994. Nessuno è stato portato in giudizio per l’attacco all’ Asociación Mutual Israelita Argentina (AIMA), nonostante le lunghe indagini. Le conclusioni dell’investigazione di Nisman e di Marcelo Martínez Burgos indicarono nel 2006 il governo iraniano come mandante dell’attentato e Hezbollah come esecutore materiale. Alcune settimane prima della sua morte Nisman aveva apertamente accusato la Kirchner e il ministro degli esteri Hector Timerman di aver deliberatamente minimizzato o cancellato il ruolo iraniano nell’attentato, per garantire all’Argentina una importante fornitura di petrolio a prezzi concorrenziali.

L’accordo incriminato rientra in un scambio commerciale che prevede lo vendita di grano argentino a fronte dell’importazione di greggio iraniano. Le accuse furono descritte dalla Casa Rosada come illazioni ridicole e senza alcun fondamento, ma colpirono fortemente l’opinione pubblica. Il quotidiano El Clarín, che da anni porta avanti una strenua campagna contro la politica governativa dopo essere stato uno dei principali sostenitori del kirchnerismo, ha pubblicato appena due giorni prima del tragico evento una intervista di Nisman in cui il procuratore dichiarava di essere in pericolo di vita a causa della sua inchiesta.

Al di là della congruità delle accuse di Nisman, che fu chiamato ad investigare sull’attentato proprio da Néstor Kirchner nel 1994, il caso dimostra la forte polarizzazione della politica argentina. Il ministro della giustizia di Buenos Aires Leon Carlos Arsalan ha dichiarato che l’inchiesta del defunto procuratore è un documento di natura politica e gli ambienti presidenziali hanno spesso fatto riferimento all’indagine come ad un vero e proprio colpo di stato dell’opposizione. La presidente Kirchner è apparsa in televisione qualche giorno dopo la tragica morte di Nisman per dimostrare l’estraneità alla vicenda. Il suo discorso è stato incentrato sull’assurdità del presunto coinvolgimento politico nell’insabbiamento della responsabilità iraniana all’attentato e sulla totale insensatezza di un eventuale partecipazione all’eliminazione fisica del procuratore.

La presidente, che ha subito la frattura dell’anca, ha scelto di essere ripresa su una sedia a rotelle, mentre nelle precedenti occasioni si era mostrata seduta su una sedia nonostante l’ingessatura. Circostanze che non sono sfuggite agli opinionisti politici che l’hanno accusata di voler assumere il ruolo della vittima sacrificale, simbolismo confermato dalla scelta di un vestito bianco, colore peraltro mai usato in precedenza dalla presidente. Sempre il quotidiano El Clarín ha pubblicato una bozza di richiesta di arresto per la Kirchner e il suo ministro degli esteri scritta da Nisman, un documento che sarebbe stato ritrovato nella stanza del procuratore.

La bozza è stata scritta al computer ma ci sono molte annotazioni e correzioni a penna, presumibilmente fatte dallo stesso Nisman che citano testualmente la richiesta di detenzione e la proibizione ad uscire dal paese per la presidente e Timerman. Le correzioni a penna sono fondamentali per attribuire con sicurezza la redazione della bozza a Nisman e la data del documento risale al giugno del 2014, smentendo così la versione ufficiale secondo cui la Kirchner sarebbe entrate nelle indagini solo nelle scorse settimane.  Il coinvolgimento dei servizi segreti argentini nella vicenda è ancora tutto da chiarire, il punto cruciale riguarda la pistola che ha sparato nella notte del 19 gennaio che sarebbe stata prestata a Nisman da Diego Lagormasino, indicato da tutti come un agente segreto.

La responsabilità dei servizi segreti argentini sembra scontata soprattutto dopo l’annuncio, il 27 gennaio ad appena una settimana dalla tragica morte del procuratore, della presidente Kirchner di sciogliere definitivamente il corpo, facendo riferimento alle responsabilità ai tempi della dittatura militare. I primi interrogativi riguardano proprio il titolare della prosecuzione dell’inchiesta di Nisman, già alcuni giudici si sono rifiutati di portare avanti il lavoro del procuratore ma anche la ricerca delle cause della morte non sarà affatto semplice. La conseguenza più dura per il paese sarà probabilmente proprio l’acuirsi della polarizzazione politica e un distacco sempre maggiore della popolazione nei confronti delle istituzioni, oramai qualsiasi atto del governo viene letto in chiave ideologica.

L’inefficienza del sistema giudiziario è sotto gli occhi dei riflettori, prima con l’incapacità di portare a termine l’inchiesta su un attentato che costò la vita a 85 persone e poi con il sospetto di un sentimento di timore e paura che aleggia sui giudici all’indomani della morte di Nisman. I dubbi e le omissioni che già da ora emergono dalla vicenda compongono un quadro drammatico, che riporta il paese indietro di trenta anni. La debolezza strutturale dell’opposizione, ad oggi incapace di interpretare una alternativa culturale e politica al kirchnerismo, costituisce un altro tassello essenziale del delicato panorama argentino.

L’esercizio del potere nella repubblica sudamericana non è sostanzialmente cambiato nelle ultime decadi, nonostante le ricorrenti crisi i governi di segno opposto non hanno mostrato un approccio distinto nella gestione della cosa pubblica. Il velo di misteri e segreti di stato squarciato dalla vicenda Nisman sta contribuendo a alimentare la necessità di una interpretazione democratica delle forze di sicurezza e di intelligence. Un tema che sarà cruciale nell’imminente campagna elettorale presidenziale, una sfida importantissima per il futuro della repubblica argentina e di cui tutt’ora non si conoscono con certezza i futuri protagonisti.