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Carta di Banjul: i limiti legali dei diritti umani in Africa

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Una Carta dei diritti ma tante violazioni: un’analisi dei limiti nella protezione delle libertà fondamentali, il caso Ken-Saro Wiwa

La Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (o Carta di Banjul) è una convenzione adottata dall’Unione Africana a Nairobi il 27 giugno 1981 ed entrata in vigore nell’ottobre del 1986. Come affermato nel Preambolo, la Carta ha l’obiettivo di “promuovere e proteggere i diritti e le libertà dell’uomo e dei popoli” tenendo conto delle culture giuridiche e politiche degli Stati africani, preservando la tradizione e l’identità del continente. La Carta, inoltre, elenca dei doveri per gli uomini, che vanno dallo sviluppo armonioso della famiglia alla promozione e al raggiungimento dell’unità africana. 

La Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli è considerata una novità assoluta e una vittoria. Questo continente è noto per le ricorrenti e gravi violazioni dei diritti perpetrate a danno di individui e di collettività intere così come per l’impossibilità e/o l’incapacità di molti Stati di fornire adeguata tutela a soggetti che versano in stato di acuto bisogno per via della povertà o di particolari calamità ed emergenze sanitarie. Pur nella sua unicità, la Carta presenta però diversi limiti, per i quali vari esperti hanno dei dubbi su quanto questa rappresenti uno strumento sufficiente alla protezione e alla promozione dei diritti fondamentali. Di seguito andremo ad analizzare i suddetti limiti citando il caso specifico di Ken Saro-Wiwa.

I limiti della Carta 

I difetti normativi della Carta sono dati da quattro grandi limiti: l’insufficiente copertura dei diritti civili e politici, l’effetto dannoso delle clawback clauses, la futilità degli articoli 58 e 59 e il ruolo marginale della Commissione Africana nella difesa e promozione dei diritti umani. 

Il giurista ceco Karel Vašák introdusse nel 1979 la suddivisione dei diritti umani in tre generazioni, dove la prima corrisponde ai diritti civili e politici, la seconda ai diritti sociali ed economici e la terza ai diritti di gruppo o collettivi. Il concetto di diritti umani e democrazia nella visione africana si basa sulla natura collettiva di questi e sull’anteposizione della famiglia e della comunità rispetto all’individuo. I cosiddetti diritti di terza generazione, quindi, basati sulla fratellanza e solidarietà degli uomini, ricoprono un ruolo fondamentale nella Carta Africana (artt. 19-24), dove troviamo anche una specifica menzione al diritto all’autodeterminazione dei popoli (art.20) in memoria di un triste passato coloniale. L’introduzione dei diritti collettivi nella Carta può essere considerato un carattere totalmente innovativo di questa (in particolare rispetto a quella europea ed americana), eppure i diritti di prima generazione, considerati universali e inalienabili, sembrano non ricevere la giusta protezione. Un esempio dell’inadeguatezza della Carta nella copertura dei diritti civili e politici è la mancanza di riconoscimento esplicito del diritto alla privacy e del diritto contro il lavoro forzato o obbligatorio. Inoltre, gli articoli 7 e 13 relativi al diritto a un processo equo e al diritto alla partecipazione politica sono considerati incompleti rispetto alle norme internazionali.

Ad aggravare la protezione già precaria di tali diritti vi sono le clawback clauses, o clausole di recupero. Tali clausole permettono ad uno stato, nella sua discrezionalità quasi illimitata, di limitare gli obblighi derivanti dai trattati o i diritti garantiti dalla CartaAfricana. Vale la pena notare che la Carta non contiene deroghe che consentano ad un paese di astenersi dagli obblighi derivanti da un trattato in caso di emergenza (le clausole di deroga presenti nella carta europea o americana sono temporanee); infatti, le clausole di recupero non necessitano di uno stato d’emergenza per poter essere applicate ma possono essere utilizzate in qualsiasi situazione, purché il diritto nazionale dello stato in questione sia trasmesso a tal fine. In molti paesi africani, quindi, i diritti umani possono essere limitati o violati, nonostante siano protetti dalla Carta, poiché vige la supremazia del diritto nazionale. Le clausole di recupero mirano a limitare i diritti civili e politici, come l’articolo 9(2) che prevede che “ogni individuo abbia il diritto di esprimere e diffondere le proprie opinioni nell’ambito della legge”, o l’articolo 8 che assoggetta la libertà di coscienza “alla legge e all’ordine”, o ancora l’articolo 6 che permette di privare un individuo del suo diritto alla libertà e alla sicurezza “per motivi e condizioni precedentemente stabiliti dalla legge”. Le clausole di recupero costituiscono quindi una forma di autorizzazione ad effettuare una violazione arbitraria e sistematica degli obblighi derivanti dalla Carta da parte di uno stato, mascherando tali violazioni con motivi di pubblica utilità o mantenimento della sicurezza nazionale. 

Gli articoli 58 e 59 della Carta riguardano la segnalazione delle violazioni dei diritti umani e la pubblicazione dei lavori della Commissione Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Questi articoli sono sostanzialmente inefficaci e spesso non riescono a perseguire lo scopo per cui sono designati. L’interazione tra la Commissione e le varie istituzioni dell’Unione Africana, come l’Assemblea dei capi di Stato e di governo, è sproporzionata. Come dimostrato dall’articolo 59(1), le misure adottate nell’ambito delle disposizioni della Carta restano riservate finché l’Assemblea non decide altrimenti, dando quindi a tale istituzione il potere di controllare ed esaminare i lavori della Commissione. L’Assemblea è composta dai capi di Stato delle nazioni africane, pertanto è improbabile che permetta di pubblicizzare informazioni particolarmente dannose per la loro immagine. Il fatto che i capi di Stato, spesso loro stessi autori delle violazioni dei diritti umani, abbiano autorità sulla Commissione mina l’efficacia del sistema.

Il caso Ken Saro-Wiwa

Il caso giudiziario Ken Saro-Wiwa è solo uno dei tanti avvenimenti che conferma l’incapacità di difesa effettiva dei diritti fondamentali nel continente africano. Nonostante l’intervento di vari attori internazionali, Ken Saro-Wiwa ed altri otto imputati furono ingiustamente condannati a morte. 

Ken Saro-Wiwa era uno scrittore, produttore televisivo e attivista nigeriano ed è considerato uno degli intellettuali più influenti e significativi dell’Africa postcoloniale. Presidente del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), Saro-Wiwa si fa portavoce delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger, ed in particolare dell’etnia degli Ogoni, accusando le multinazionali di essere responsabili di continue perdite di petrolio che danneggiano le colture e l’ecosistema della zona. Si stima che da quando la Royal Dutch Shell avesse iniziato l’estrazione di petrolio in quelle terre nel 1958, il guadagno della compagnia fosse stato di circa 30 miliardi di dollari ed in cambio il gruppo degli Ogoni abitanti di quelle zone (circa 550.000 agricoltori e pescatori) avesse ricevuto un ambiente devastato e pochi posti di lavoro (dei 5.000 posti nigeriani della Shell, meno di 100 posti sono andati agli Ogoni). Nonostante Saro-Wiwa e gli altri esponenti del Movimento avessero manifestato sempre pacificamente chiedendo una condivisione egualitaria dei profitti petroliferi, una maggiore autonomia politica e un rimedio ai danni ambientali dovuti dall’estrazione, Saro-Wiwa ed altri leader del MOSOP furono accusati di omicidio di quattro leader Ogoni dal governo nigeriano e condannati a morte. L’intera comunità internazionale si spese a favore di Saro-Wiwa scagliandosi contro l’autoritario governo nigeriano e denunciando un processo fraudolento, ma a nulla servì tutto questo. Il 10 novembre 1995 Saro-Wiwa, che nell’aprile dello stesso anno aveva ricevuto il premio Goldman Environmental Prize, in riconoscimento della sua attività in favore dell’ambiente, e gli altri otto imputati furono impiccati. Più di venti anni dopo vedove e parenti degli attivisti uccisi insieme a Saro-Wiwa hanno portato in giudizio di fronte al tribunale distrettuale dell’Aja la compagnia petrolifera Shell per il ruolo svolto nell’arresto illegale, nell’imprigionamento e nell’impiccagione degli otto Ogoni. 

Il caso di Ken Saro-Wiwa conferma quanto già affermato: la Commissione Africana manca di autorità e potere nello svolgimento della sua funzione protettiva dei diritti umani. Le sue raccomandazioni sono puramente consultive e non vincolanti: le sue richieste di rilasciare Saro-Wiwa e gli altri attivisti furono totalmente ignorate. 

Proposte di riforma finali 

Sebbene le molte implicazioni positive della Carta Africana, altrettanti (se non maggiori) sono i difetti di questa che vanno corretti attraverso una riforma della stessa. Alcune proposte di riforme sono: un aumento del numero dei Commissari (attualmente sono solo 11), un aumento dei fondi destinati alla Commissione, una selezione dei Commissari tra persone competenti in materia giuridica, la necessità che questi operino con imparzialità e nella loro capacità personale, il bisogno che la Commissione lavori con maggiore costanza e una più larga diffusione delle pubblicazioni redatte dalla Commissione. Sarebbe necessario introdurre una chiara ripartizione delle responsabilità al fine di aumentare la cooperazione e l’efficienza tra le istituzioni coinvolte nell’attuazione della Carta. Essa fornisce una solida base su cui si può promuovere una cultura dei diritti umani in un continente in cui la maggior parte dei governi mantiene il potere tramite violenza e repressione. 

Ilaria Giansantelli
Geopolitica.info

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