Carlo Jean: intervento e disarmo per salvare la Libia (e l’Italia)

Mentre si accende il dibattito interno sul possibile intervento militare italiano e internazionale nell’ormai incontrollabile scenario libico, Geopolitica.info ha incontrato il Generale Carlo Jean per cercare di rispondere alle domande che da giorni si rincorrono  su quotidiani, televisioni e social network.

Carlo Jean: intervento e disarmo per salvare la Libia (e l’Italia) - GEOPOLITICA.info

Generale Jean, quali sono le cause, i fattori primari del forte e crescente successo dell’Isis in Libia e come sono riusciti a penetrare in quel contesto da Iraq e Siria?

In Libia si assiste a un fenomeno particolare, quello cioè di brandizzazione del marchio. Ciò significa che gruppi locali, di simpatia jihadista, si stanno unendo intorno al marchio più forte, intorno alla bandiera dell’Isis per l’appunto.  Un fattore interessante da considerare, è che la Libia è il paese che ha fornito più combattenti in Iraq contro gli Usa. Quindi, c’era già una propensione alla lotta armata di stampo jihadista di una parte della popolazione, che unita al caos in cui versa oggi il paese libico, hanno portato l’Is a conquistare Sirte. Lo stato islamico è, inoltre, pieno di soldi. Questo non fa che favorire il reclutamento di nuovi combattenti. Basti pensare che un foreign fighter viene pagato circa 2000 dollari al mese.

Alcuni osservatori imputano parte della responsabilità delle dinamiche che stanno stravolgendo il contesto libico e mediorientale all’Occidente. In che misura ciò è vero, secondo lei?

La tendenza a trovare un colpevole è un fatto normale nei media occidentali. Ad ogni modo il problema non è quello di trovare un colpevole, il problema è quello di fronteggiare adeguatamente una minaccia, che ad oggi è molto pericolosa. Minaccia accresciuta dalla grande divisione che esiste oggi all’interno dell’Islam. Una divisione storica è certamente quella tra sunniti e sciiti, e lo stato islamico è un’arma del sunnismo e dei paesi che lo sostengono, da usare contro gli sciiti. Di conseguenza la questione è molto più complicata, e dev’essere affrontata in un quadro globale e non facendo riferimento solamente alle situazioni locali, come ad esempio quella esistente a Sirte.

Nell’ultimo video dell’Isis i terroristi del Califfato dicono di “essere a sud di Roma” . C’è ancora spazio per la diplomazia oppure è arrivato il momento di un’operazione militare? In tal caso, da chi deve essere guidata?

Guardi, spazio per la diplomazia c’è sempre, anche durante le operazioni militari. Ogni conflitto comporta sempre sia un confronto di volontà che una prova di forza. Nessuno fa la guerra per la guerra, ma per la pace che segue la guerra. Ora, il problema essenziale è definire quale pace vuole l’Occidente. A dir la verità non è stato ancora definito niente. Anche nelle dichiarazioni dei Ministri Gentiloni e Pinotti, è stato sorvolato quale obiettivo politico noi ci proponiamo. L’obiettivo era chiaro fino a poco tempo fa, prima cioè della conquista dell’Isis di Sirte. L’obiettivo di Giuseppe Buccino, nostro ambasciatore in Libia, e di Bernardino Leon, rappresentante speciale dell’Onu in Libia, era di mettere d’accordo il governo di Tobruk con il governo di Tripoli. Attualmente, dobbiamo decidere chi sono i nostri amici e chi sono i nostri nemici. E’ nostro nemico, il governo di Tobruk o quello di Tripoli? Un’alternativa potrebbe essere quella di combattere entrambi e affrontare la situazione caotica in cui si trova la società libica, cioè occupare militarmente il territorio. Un’altra possibilità, è quella di stare a guardare che si risolva il problema da solo. Il problema è, come accennavo prima, che ci troviamo di fronte ad una guerra inter-araba.

Quali sono i rischi (terroristici e non solo) che corre il nostro Paese da una Libia in mano ai jihadisti? Quanto l’Italia è preparato a fronteggiare tali pericoli?

Lo Stato Islamico è profondamente differente da Al-Qaeda. Quest’ultima, era una specie di cupola di organizzazioni terroristiche, che colpivano anche gli stati islamici, ma il loro obiettivo principale erano i paesi occidentali, quindi il nemico esterno, gli Usa in particolar modo. Lo stato islamico invece, tende più che altro ad espandersi territorialmente. Il suo nemico, quindi, è un nemico interno più che esterno. Cerca inoltre di scoraggiare il nemico esterno con le sue violente azioni, per tenerlo lontano, per convincerlo a non intervenire. Il problema del terrorismo presente in Europa, è soprattutto un terrorismo esistente all’interno dei nostri paesi. Tutti gli attentati più eclatanti, sono fatti da terroristi che hanno la cittadinanza europea, sono islamici di seconda o terza generazione, molto spesso giovani frustrati che trovano nel terrorismo un modo per affermare la loro forza. Un modo per sentirsi importanti.

Il nostro Ministro degli Esteri non ha dubbi nel parlare di missioni “boots on the ground”. Il Ministro Pinotti ha detto che siamo pronti, ma Renzi ha smentito entrambi. Quanto siamo in grado di sostenere un intervento e quale deve essere il ruolo dell’Italia?

Come dicevo prima, prima di intraprendere un’operazione militare, si deve stabilire e decidere prima di tutto cosa si vuole, quali sono i nostri nemici, quali sono i nostri amici e quale prezzo si è disposti a pagare. Secondo me, entrambi hanno fatto delle dichiarazioni poco ponderate, proprio perché c’è ancora la mancanza di una strategia.

Quali scenari prevede nell’immediato futuro e nel medio periodo? Come si deve a una soluzione della minaccia terroristica?

A mio avviso, l’unica possibilità è quella di un intervento esterno in Libia. Un intervento dell’Egitto e dell’Algeria a sostegno in questo caso del governo di Tobruk. Quello che è da escludere, a parer mio, è di mandare truppe occidentali sul terreno. Ho sentito varie dichiarazioni a riguardo negli ultimi giorni.  Neanche se inviassimo diecimila o centomila uomini la situazione si tranquillizzerebbe, dal momento che sul territorio ci sono un milione di armati divisi in 1500 gruppi che tentano di ottenere profitti per prendere il potere politico. Di conseguenza il problema non è di fare un’ operazione di peace keeping, ma di peace enforcement: avere cioè una forza tale da riuscire a imporre la pace alle varie milizie disarmandole. Un risultato tutt’altro che semplice.