Carceri e radicalizzazione islamica alla luce dei fatti di Berlino: intervista ad Anna Maria Cossiga

Per Anis Amri, il ventiquattrenne tunisino ritenuto l’autore della strage di Berlino e ucciso dalla Polizia a Milano durante un conflitto a fuoco, il suo primo punto di approdo in Europa era stato l’Italia. E qui ha fatto ritorno, in fuga dalla Germania. Aveva scontato quattro anni di reclusione a Palermo in un carcere che, come gli altri,  è “un incubatore di terroristi e di criminali in generale”. Lo afferma Anna Maria Cossiga, docente di Geopolitica alla “Link Campus” e componente della Commissione nazionale per  lo studio dello jihadismo.

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I detenuti, facili prede dei predicatori di orrore?
Per quanto riguarda la radicalizzazione islamista, i segnali che avvenga facilmente in carcere sono ormai certi. Insieme al web, è ormai il luogo di radicalizzazione per eccellenza. In Italia si sta facendo già molto per prevenire il problema. I detenuti a rischio vengono attentamente controllati. Ma la prevenzione non è facile.

Che si fa, allora?
Se, da una parte, è giusto garantire ai detenuti musulmani la presenza di una guida religiosa, di un imam, per le loro esigenze, dall’altra è spesso difficile capire chi siano esattamente questi imam, quali siano le loro idee. Inoltre, molti dei detenuti si autoproclamano imam e diventano guide spirituali senza una preparazione formale. L’Islam non prevede sacerdoti “consacrati”, come il cattolicesimo, ma una preparazione per chi sarà una guida spirituale sì. Si sta lavorando per un maggior controllo sugli imam che entrano in carcere ma, per quelli autoproclamati all’interno, non si può fare altro che monitorarli e, casomai, impedirle loro di nuocere.

Anche le mafie fanno reclutamento nelle carceri. Dovremmo, quindi, essere più preparati di altri a fronteggiare la minaccia
Si impara ma poi spesso non si può agire come si vorrebbe. Conosciamo tutti la situazione delle nostre carceri. E come si fa a controllare uno per uno i detenuti? Nel nostro caso specifico: se gli imam parlano in arabo, o in urdu o in qualche altra lingua straniera, come si fa a capire che cosa dicono, a che cosa incita i fedeli? Le critiche al nostro sistema sono facili da fare, ma riuscire a trovare la soluzione è molto più difficile delle chiacchiere.

Esiste un antidoto alle “conversioni” tra reclusi?
Domanda da un milione di dollari… Quale antidoto funziona davvero per persone che hanno evidenti problemi di identità, di integrazione, di socializzazione e che credono di trovare nell’ideologia jihadista la verità, la salvezza e il riscatto? Tutto il mondo lavora per trovare contro narrative e narrative alternative da opporre alla narrativa della violenza e dell’odio, ma è un compito arduo. Ci arriveremo.

Anis Amri era stato espulso dal nostro Paese, ma respinto dalla Tunisia. Aveva così fatto perdere le proprie tracce, almeno fino al giorno dell’attacco al mercatino di Natale. Per il nostro sistema, un inquietante segnale di impotenza?
Sì, per adesso il nostro sistema è impotente. Non solo per carenze interne, ma perché ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo e terrorizzante. La paura è il nostro peggior nemico, perché offusca la nostra razionalità. Dobbiamo lavorare insieme alle comunità musulmane per trovare una vera soluzione. Ma finché i musulmani vengono presentati come il nostro pericoloso opposto, non arriveremo da nessuna parte.

Dibattito sempre aperto: stiamo assistendo a una radicalizzazione dell’Islam, o piuttosto a una islamizzazione della radicalità?
Sono convinta, insieme a studiosi per più esperti di me, che ci troviamo di fronte ad una islamizzazione della radicalità. È un discorso complesso, difficile da riassumere in poche righe. Diciamo che la mancanza di qualunque altra ideologia, o anche di ideale, spinge alcune persone con gravi problemi identitari, anche molto giovani, a scegliere la via del jihadismo, che offre una facile via di uscita alla sensazione di vuoto e di confusione che queste persone provano. Attenzione, il vuoto non è solo mancanza dal punto di vista economico. È una disperazione più profonda, è nichilismo, come sostiene lo studioso francese Olivier Roy. Questo non significa che molti jihadisti siano semplicemente delinquenti violenti, o gente che per denaro farebbe qualsiasi cosa. Non esiste un profilo unico di questa gente. Per questo il problema è tanto complesso.

Multietnicità negata, emarginazione, odio. Davvero in Italia si sta meglio che in Francia o Belgio?
Sì, si sta molto meglio. I nostri foreign fighters sono pochissimi e le comunità musulmane nel nostro Paese sono “tranquille”, se così possiamo dire. Questo non significa che non esistano rischi. L’Isis ci ha minacciato più volte e i motivi della nostra situazione migliore sono così vari, che possono mutare rapidamente. Con questo non voglio aumentare la paura, ma semplicemente dire che è bene stare all’erta. Le nostre istituzioni lo sono e le nostre forze dell’ordine, insieme alla nostra intelligence, hanno, a causa delle vicende italiane del passato, una conoscenza delle questioni terroristiche che altri Paesi non hanno. Seppure a causa di tristi trascorsi, siamo diventati più preparati in questo settore.