Carceri ecuadoriane a ferro e fuoco: esecuzioni efferate, scontri tra bande e una grave violazione dei Diritti Umani della popolazione carceraria

Martedì 23 febbraio sarà una data che verrà ricordata nella storia dell’Ecuador e probabilmente di tutto il Sud America come il giorno di uno dei più atroci massacri all’interno di prigioni statali. Nelle città di Cuenca, Guayaquil e Latacunga, in quattro dei più importanti penitenziari del Paese, si è consumata una vera e propria guerra tra pandillas (bande) con esecuzioni efferate ai danni dei convitti.

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Sono state almeno 79 le persone assassinate brutalmente in varie carceri dell’Ecuador lo scorso 23 febbraio. Voci indipendenti dal Paese parlano di uno scenario ancora in divenire, che potrebbe far salire i numeri verso un vero e proprio bollettino di guerra. Battaglie campali, come quella del carcere “El Turi” situato nella città di Cuenca (la capitale della provincia di Azuay) dove si sono registrati 34 omicidi. Le altre carceri sono la 4 e la 1 di Guayaquil (provincia del Guayas) e quella di massima sicurezza di Latacunga (provincia del Cotopaxi) dove, per giunta, si trova detenuto l’ex Vicepresidente, sotto la presidenza di Rafael Correa, Jorge Glas.

Secondo Edmundo Moncayo, direttore dello SNAI (Servicio Nacional de Atención Integral a Personas Adultas Privadas de la Libertad y a Adolescentes Infractores), si tratta di uno scontro per riempire il vuoto di potere lasciato da Jorge Luis Zambrano, alias “Rasquiña“, ucciso il 28 dicembre scorso in un centro commerciale della città costiera di Manta, quando da poco aveva riacquistato la libertà. “Rasquiña” era il principale leader de Los Choneros, la “pandilla” più brutale ed importante presente nel paese. Le altre, Los Pipos, Los Lobos, Los Chone Killers, Los Tiguerones, sono le rivali che, a quanto pare, hanno innescato le rivolte dall’esterno delle carceri. 

Il “vacio” lasciato dalla morte di Luis Zambrano ha aperto il varco alle personalità dei cartelli con fame di potere e l’arsenale per raggiungere il controllo dello snodo logistico più importante del Paese: il Puerto Marítimo de Guayaquil. Qui, ripetutamente, sono state sequestrate numerose ed ingenti partite di cocaina destinate al porto belga di Anversa, anch’esso snodo chiave del narcotraffico internazionale.

I retroscena 

“Rasquiña” dal 2007 era il capo della banda “Los Choneros”, (il nome viene dalla città costiera di Chone dove il gruppo criminale si formò nel 1998), avendo assunto la leadership del gruppo a seguito dell’uccisione del suo fondatore, Jorge Véliz (alias “Teniente España“). Los Choneros operano principalmente nel mercato della droga ma si dedicano anche a sequestri, estorsioni e omicidi su commissione; sono ad oggi il gruppo criminale più potente a livello nazionale, considerando la loro influenza nel controllo delle rotte del narcotraffico. 

I servizi di questa banda, così come succede per altre, vengono contrattati da grosse organizzazioni criminali straniere, che sempre di più utilizzano l’Ecuador come un porto per l’esportazione della cocaina verso gli USA e l’Europa. In un contesto caratterizzato dalla frammentazione, tensione e lotta per trovare “i migliori contratti”, “Rasquiña” era riuscito a federare le bande sopracitate che popolano l’universo del crimine organizzato del paese sudamericano. Questa intesa criminale serviva a Los Choneros nella guerra che da tempo stavano portando avanti contro un altro gruppo criminale ecuadoriano, conosciuto sotto il nome Los Lagartos

Come ben raccontato da Insight Crime, una organizzazione indipendente dedita al giornalismo d’inchiesta, la guerra tra l’alleanza capitanata da Los Choneros e il gruppo nemico de Los Lagartos si manifestava da tempo sia dentro che fuori dalle carceri. Tutto è cambiato dopo l’assassinio di Zambrano nel Dicembre del 2020. Con la morte del leader è infatti iniziata una guerra interna all’alleanza per la successione, uno scontro che, secondo fonti della polizia, vedeva tre possibili candidati al vertice: “Fito”, uomo di fiducia di Zambrano, “JR”, un comandante de Los Choneros, e “Ben 10”, indicato come uno dei capi de Los Chone Killers. 

I primi report della polizia concordano sull’origine dei fatti del 23 febbraio: Los Choneros pianificavano di uccidere i leader delle altre bande chiudendo in questo modo, velocemente, la questione della successione. La notizia avrebbe scatenato la reazione coordinata degli ex alleati contro Los Choneros e dato luogo al massacro senza precedenti.

Ancora il portale specializzato Insight Crime, dettaglia che le bande ecuadoriane agiscono ormai come intermediari dei cartelli maggiori, come quello messicano di Sinaloa, essendo il paese il porto principale di uscita verso l’Europa e l’America Centrale per il 50% della coca prodotta in Colombia. Si parla di un “cargamento” (carico) complessivo annuale di 500 tonnellate di cocaina.

La questione “sinaloense” è evidente sin dalla fine del 2019 quando emerse un caso molto particolare, quello dell’ex capitano dell’intelligence ecuadoriana Telmo Castro. Questa storia mise in luce il livello di coinvolgimento degli apparati governativi con gli attori del narcotraffico (in particolare messicano) fino ai massimi livelli; Castro sarebbe stato uno dei testimoni chiave per disarticolare la macchina criminale che il cartello di Sinaloa ha installato in Ecuador, ma non gli è stato dato il tempo: il suo corpo senza vita è stato ritrovato alla fine di dicembre del 2019, con mani e piedi legati, nel carcere di Guayaquil.

La stampa del paese andino gridò subito al complotto dato che Telmo Castro avrebbe potuto essere il teste decisivo per rivelare le trame corrotte che uniscono parte della classe politica e militare dell’Ecuador al narcotraffico internazionale.

La guerra dei cartelli messicani in Ecuador è iniziata!

A poche ore dal massacro, il 24 febbraio, ha cominciato a circolare un comunicato che il cartello messicano “Jalisco Nueva Generación” ha fatto arrivare alla stampa nazionale. Il comunicato recita quanto segue: 

Il cartello nuova generazione unito…

Comunicato alla stampa di tutto il Paese e alla Polizia Nazionale dell’Ecuador … Morte o morte per Junior (Alias ​​Huevo al Culo), morte o morte per Fito (Alias ​​Torta), morte o morte per Javi, capi della banda di Los Aguila … Il Colonnello Jácome del DGI, lo vogliamo morto o fuori dal sistema perché è la causa di tutte le morti nelle carceri per aver seguito le istruzioni di Alias ​​Fito e Alias ​​JR

Se le autorità competenti ignorano questa richiesta, vedrete morti nelle strade di Guayaquil e in tutto l’Ecuador, non vogliamo che questo sia un massacro ma se non fanno qualcosa al riguardo, il cartello nuova generazione lo farà.

La risposta del cartello di Sinaloa, alleato del gruppo criminale de Los Choneros, non si è fatta attendere. Il giorno successivo è apparso un comunicato che è una vera e propria dichiarazione di guerra:

Il cartello di Sinaloa insieme al cartello Los Choneros informa la popolazione ecuadoriana sugli eventi accaduti nella Repubblica nelle ultime 48 ore. Tutte queste azioni sono state perpetuate dal cartello Jalisco Nueva Generación, che si avvale dell’aiuto degli attuali funzionari statali ed è sponsorizzato da Nemesio Oseguera Cervantes, meglio conosciuto come “El Mencho”, leader del suddetto cartello.

Siamo rimasti calmi indipendentemente dal problema, ma ora agiremo radicalmente contro gli alleati, gli amici, la famiglia o le persone che hanno interessi con il cartello Jalisco Nueva Generación. La guerra inizia frontalmente, su tutti i fronti, non permetteremo che i membri della nostra organizzazione continuino ad essere assassinati.

Il terrore è iniziato in Ecuador!

I nostri avversari appariranno impiccati, decapitati, smembrati in cima ai ponti pubblici del Paese, alle porte dei centri commerciali o dei luoghi trafficati, cominceranno ad essere mostrati pubblicamente i loro cadaveri affinché riconoscano il vero potere della nostra organizzazione.

Andremo a pattugliare le città. Da oggi si applica il coprifuoco. Chiunque venga trovato fuori dalla propria abitazione dopo le 21:00 sarà dichiarato obiettivo militare.

Quello che denota questo scambio epistolare tra i cartelli della droga è l’enorme livello di violenza che lo scontro può dipanare. Si veda quanto avvenne a seguito della cattura del figlio di “El Chapo Guzman” nella città messicana di Culiàcan (https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-50092768); certo, un differente contesto geografico, quello messicano, ma rende chiara l’idea della potenza e del volume di fuoco e delle conseguenti “casualties” che uno scontro tra “Cartel” su vasta scala potrebbe sprigionare.

La situazione delle carceri nel paese

Dei 38 000 reclusi in Ecuador, il 70% si trova nelle carceri scenario dei massacri: persone che vivono in una condizione di grave sovraffollamento (33% in più della capacità delle strutture), sperimentando condizioni insalubri e gravi violazioni dei diritti umani. Importante inoltre considerare che il numero della popolazione carceraria è diminuito nell’ultimo anno e mezzo (a maggio 2019 le fonti governative parlano di 41.836 detenuti) per le azioni intraprese dal presidente uscente Lenin Moreno in materia di prevenzione dei contagi da Covid-19: permessi di uscita, arresti domiciliari e alleggerimento delle pene detentive.  

La mancanza di spazio e di strutture adeguate, il sovraffollamento, la sproporzione del rapporto tra guardie carcerarie e detenuti (Primicia.ec parla di 1 guardia ogni 27 detenuti), un deficit enorme di controllo nelle carceri dato dal rimpallo di responsabilità tra il Capo della Polizia e la ex Ministra della Difesa Maria Paula Romo (solo nel 2019 ci sono stati più di 50 assassini nelle carceri ecuadoriane), lo Stato di eccezione istituito nel 2019 e durato tutto il 2020 (che ha determinato il coinvolgimento di alcuni settori dell’esercito nella gestione delle carceri) ha portato alla convivenza forzata di gruppi criminali rivali, acutizzando gli scontri e la violenza. 

Come anticipato, prima di questo massacro, già in due occasioni il governo ecuadoriano aveva dovuto dichiarare lo stato di eccezione per riprendere il controllo delle prigioni. Tra maggio e agosto 2019 i centri penitenziari dell’Ecuador furono posti in emergenza speciale per l’aumento incontrollato degli scontri, ma nonostante ciò si registrarono ben 8 casi di violenza carceraria; successivamente, il 3 di agosto 2020, proprio uno scontro tra Los Choneros e Los Lagartos produsse 11 morti (due dei quali carbonizzati) dentro il carcere del Litorale. 

I due stati di emergenza dichiarati dal Presidente Moreno nel 2019 e 2020 hanno permesso di mobilitare l’esercito e forze di polizia ausiliari ma questa misura può essere usata solo in casi eccezionali e non può sopperire alla profonda inadeguatezza strutturale del sistema. Inoltre, la crescita del mercato della droga nel paese andino ha fatto aumentare esponenzialmente gli arresti di membri di bande criminali legate al narcotraffico e peggiorato drammaticamente un contesto già di per sé al limite del collasso. 

Da sottolineare che quanto successo nelle carceri menzionate in questo articolo, costituisce una grave violazione dei Diritti Umani da parte dello stato ecuadoriano nei confronti della popolazione carceraria. È mancata totalmente la protezione dell’incolumità fisica e psicologica delle persone private di libertà che sono state vittima di un massacro aberrante (con decine di video pubblicati sui social dagli stessi assassini nei quali si vede come smembrano copri in diretta).  In merito a questo aspetto, Amnesty International, ha pubblicato un comunicato il 24 febbraio che denunciando che

“La violenza registrata ieri, le cui cause e attori devono essere determinati in modo giudiziario, si verifica in un contesto di assenza di politiche pubbliche che affrontino i problemi strutturali delle carceri in Ecuador, tra cui il sovraffollamento, l’abbandono, la mancanza di rispetto e garanzia dei diritti umani della popolazione carceraria”.

Da un lato sono i trattati e i protocolli internazionali (vedi le Regole di base per il trattamento dei detenuti adottate dal Primo Congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e il trattamento dei delinquenti, tenutosi a Ginevra nel 1955) a stabilire i diritti fondamentali delle persone private della libertà, mentre dall’altro è nella fonte primaria del diritto ecuadoriano (la costituzione di Montecristi del 2008) che troviamo specifiche leggi rispetto a questa popolazione. Janeth Patricia Gonzalez ci ricorda che la Costituzione del paese sudamericano contempla, all’art. 35, le persone private della libertà come un gruppo in condizione di vulnerabilità e che richiede un’attenzione prioritaria sia nella sfera pubblica che in quella privata. E di conseguenza sono riconosciuti specifici diritti a chi si trova in carcere, ai sensi dell’articolo 51 di detta norma. Tra questi spiccano il non essere sottoposto a isolamento come sanzione disciplinare; la comunicazione e la visita dei loro parenti e professionisti legali; dichiarare davanti all’autorità giudiziaria il trattamento ricevuto durante la privazione della libertà e disporre delle risorse umane e materiali necessarie per garantire salute globale nei centri di detenzione.

Per far sì che i diritti costituzionali a favore della popolazione in una situazione di privazione della libertà diventassero effettivi, nel 2014 è entrato in vigore il Codice Organico Integrale Penale, nel quale vengono regolarizzate in modo concreto le azioni dell’Amministrazione Penitenziaria, con l’obiettivo di garantire il rispetto dei diritti e della dignità di questo gruppo vulnerabile, come si osserva nell’art. 12. 

Alla luce di quanto osservato possiamo dunque considerare che lo Stato ecuadoriano non solo ha mostrato che il sistema giudiziario, militare, penitenziario e politico si trova contaminato da connivenze articolate e pericolose con i cartelli locali e internazionali ma che ha commesso una grave violazione dei Diritti Umani fondamentali della popolazione carceraria vittima in modo diretto e indiretto dei fatti del 23 di febbraio. Le indagini sull’accaduto sono in corso ma nel frattempo i contraccolpi politici del massacro di febbraio hanno già fatto la prima vittima: si tratta dell’ormai ex-ministro dell’interno Patricio Pazmiño, che venerdì 6 marzo ha presentato le sue dimissioni dopo le dure critiche ricevute per la gestione della crisi carceraria costata la vita a 79 detenuti. 

Diego Battistessa* e Riccardo Pareggiani**
*Docente e ricercatore dell’Istituto di studi Internazionali ed europei “Francisco de Vitoria” – Università Carlos III di Madrid. Latinoamericanista specializzato in Cooperazione Internazionale, Diritti Umani e Migrazioni. – www.diegobattistessa.com
**Fotogiornalista, Stringer Associated Press – www.riccardopareggiani.photoshelter.com/