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“La guerra capitalista”: per una diversa lettura della crisi e del conflitto in Ucraina

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La guerra, vista da una prospettiva economica, assume contorni assai diversi da quelli forniti da chi – come chi scrive – si sofferma prevalentemente sulle questioni geopolitiche, di appartenenza territoriale, di identità linguistica o di scontro tra grandi potenze per la ridefinizione del sistema internazionale.

Certamente Putin ha più volte ribadito la volontà di difendere i propri “concittadini russi” dagli attacchi di Kiev subiti dal 2014 e dalla repressione, linguistica e militare, che nel Donbass si è perpetrata ai danni della popolazione russofona da Euromaidan in poi: questo, nella narrazione del Cremlino, è stato più volte ribadito per giustificare l’avanzata militare dal 24 febbraio scorso. Così come, dall’altra parte, il governo ucraino rivendica una propria indipendenza nazionale, storica e culturale che si inserisce in un più generale quadro identitario riferibile all’appartenenza geografico-territoriale e che giustifica la strenua resistenza militare.

A tali fattori – certamente cruciali – della guerra attualmente in corso, si aggiungono quelli energetici, di proiezione extraregionale della Russia, di avvicinamento strategico dell’Ucraina all’alleanza atlantica e all’Unione Europea e, ancor di più, questioni di scontro economico e capitalistico tra distinti imperialismi, relativo cioè alla competizione tra macroattori nazionali che fanno riferimento a sistemi distinti, pur all’interno di un complesso quadro unitario. Questo aspetto è stato poco rimarcato nel dibattito italiano, che risulta troppe volte appiattito su opposte tifoserie, superficiale laddove non addirittura elementare nella ripetizione stucchevole di meri slogan di parte.

La guerra capitalista (di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, Mimesis, 2022) è un libro che affronta il discorso bellico – e non solo – sotto questa peculiare chiave interpretativa, fornendo al lettore un’inedita prospettiva che parte dalle crisi economiche per finire con quelle belliche, partendo da una cornice metodologica e di riferimento chiara e lineare. Il libro attualizza le leggi di accumulazione e centralizzazione del capitale, mostrando chiaramente quanto le tesi analitiche formulate da Marx siano valide anche per la realtà globale odierna. Proseguire poi con un’accurata analisi empirica degli ultimi 30 anni di storia del capitalismo: con dati e un ampio apparato grafico a loro supporto, gli autori dimostrano bene quanto il capitalismo abbia una concreta necessità di rinsaldarsi con le crisi economiche e quanto poi trovi aperto sfogo nella guerra tra opposti imperialismi, tema su cui si focalizzano nell’ultima parte del testo, corredata inoltre da una folta appendice e da interventi pubblici degli autori stessi.

Uscendo fuori dalla lettura più mainstream dell’economia politica, i temi cardine del libro sono pertanto quelli della legge di tendenza del capitale alla centralizzazione, della perdurante crisi che alimenta tale processo, della volatilità dei mercati finanziari che ha fatto seguito al processo di deregulation, della solvibilità e insolvibilità degli attori economici e della contrapposizione tra macrosoggetti del capitalismo globale: tutti fenomeni, questi, che innescano e nutrono il meccanismo di acquisizione dei soggetti più deboli da parte dei più forti, in una riproposizione della legge della giungla economica, in cui – come nel quadro di Bruegel più volte richiamato nel libro – i pesci grandi mangiano i pesci piccoli e in cui la crisi economica e quella bellica rappresentano elementi essenziali di rigenerazione del capitale.

I fenomeni occorsi negli ultimi anni, a partire dalla grande crisi economica del 2007/2008, trovano dunque nella riproposizione in chiave attualistica del Capitale di Marx un più compiuto significato: la crisi diviene un mezzo di “equilibrio capitalistico” e in tale quadro – ribadiscono gli autori – è l’equilibrio e non la crisi a costituire “un mero caso” (p. 70). Gli stessi episodi di fallimenti e bancarotte rappresentano “un bagno benefico del capitalismo nel puro mare dell’efficienza, per togliere ogni scoria, ogni possibile incrostazione dal processo riproduttivo” (p. 73).

L’analisi accurata dei dati relativi alle Big companies per il periodo 2001-2016, con differente localizzazione geografica (71 paesi in totale) e con capitale pari o superiore al miliardo di dollari – proposta nella seconda parte del libro – mette bene in luce il ruolo della crisi nel restringere il controllo del capitale nelle mani di pochi attori: “dopo lo shock del 2006-2007 la tendenza alla centralizzazione del capitale assume un ritmo più sistematico e regolare” (p. 116). Non solo: quella crisi ha anche “favorito società e azionisti già situati nel cuore della rete dei legami a discapito dei nodi più deboli” (p. 118). Senza trascurare dati accurati, gli autori mettono in evidenza quali i prevalenti attori del capitalismo e come agiscano nella finanza internazionale.

Viene poi preso in esame il rapporto tra soggetti debitori e creditori a livello nazionale, che trova sfogo nella conflittualità bellica. Una contrapposizione tra imperialismi nazionali che, per gli autori, sottende alle questioni più esplicitamente geopolitiche e territoriali: l’attuale conflitto in Ucraina viene così letto, nell’ultima parte, come una guerra capitalista “che scoppia a causa non di sacri diritti negati ma di profani contratti mancati” e che rappresenta dunque uno scontro tra blocchi imperialistici solo apparentemente diversi, ma che sono in realtà accomunati dalla centralizzazione del capitale in una sempre più ristretta cerchia di attori, tra Stati “debitori in declino e quelli “creditori in ascesa” (pp. 154-155).

Quest’ottica collima di fatto con l’interpretazione di quanti intendono lo scontro in atto in Ucraina non solo in termini strettamente territoriali ma come ridefinizione dell’assetto globale stabilitosi dalla fine della Guerra Fredda, in una sorta di – potremmo dire con Wallerstein e Arrighi – “transizione egemonica” da Occidente a Oriente. 

Il libro, frutto dello sforzo congiunto di tre rilevanti economisti italiani, si sofferma sulle questioni materiali della guerra enfatizzando le ragioni economiche in un più ampio quadro di crisi della globalizzazione o, meglio, di globalizzazione della crisi, che sembra ben affiancarsi alle tesi proposte da Colombo sotto una differente luce. La crisi economica e quella bellica, infatti, rappresentano due momenti essenziali – anzi: vitali – del capitalismo globale e poi del rapporto conflittuale tra imperialismo statunitense e quello sino-russo.

Tale lettura – sebbene penalizzi il discorso geografico e politico più in generale, che pure riveste un’importanza cruciale –, con l’evolvere della guerra in termini sempre più globali si mostra ancor più valida: basti pensare ai recenti incontri di Xi Jiping e Putin a Mosca e quello di Macron e Von Der Leyen a Pechino, due occasioni recenti che sembrano confermare la tesi di fondo proposta dagli autori di un revisionismo profondo dell’unipolarismo americano non solo in chiave strategico-politica ma anche economica e capitalistica.

Non più e non solo una guerra d’identità, dunque, ma la guerra in Ucraina come terreno di scontro più ampio, di una transizione tra macroattori che rappresentano solo due distinte facce di una medesima medaglia del capitalismo mondiale: stiamo cioè assistendo all’ “inizio di una nuova epoca, in cui la spinta della centralizzazione del capitale può trovare sbocco soltanto lungo i varchi segnati dal ferro e dal fuoco della lotta imperialista” (p. 148).

Il libro: La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, Mimesis, 2022.

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