Capire il posizionamento della Turchia

Capire la Turchia è conoscerne la trasformazione iniziata poco meno di due secoli fa con le riforme che avevano determinato l’adozione di un nuovo concetto di Stato, poi evoluto col Kemalismo in Stato-nazione repubblicano. Il post-Kemalismo reclama parte dell’eredità culturale e politica ottomana precedente alle riforme ed assume istanze molto divergenti da quelle tradizionali della Repubblica, ma non rifiuta né il posto che la Turchia si è ritagliata nel mondo occidentale durante il secolo repubblicano né la preziosissima rete di alleanze in questo create. “Neo-ottomanesimo” definisce la posizione di questa “nuova Turchia” in modo insufficiente. Con le frizioni in atto nel Mediterraneo orientale Ankara non cerca conflitti armati, ma persegue l’obiettivo di ottenere il maggior grado possibile di indipendenza energetica ed industriale evitando accuratamente l’“effetto Francesco Ferdinando”. A questo proposito tende anche ad estendere la sua influenza sulla parte turca di Cipro, obiettivo confortato dai risultati delle ultime elezioni tenute nella parte nord dell’isola. Una politica estera muscolare serve inoltre a suscitare consenso interno: la condizione dell’economia turca è grave, mentre le scelte di politica monetaria volute dalla Presidenza pongono il Paese di fronte alla stringente necessità di riqualificarsi di fronte alla comunità finanziaria, generando quindi la necessità di una riappacificazione con la comunità internazionale: Ankara avrà nuovamente bisogno di ingenti investimenti stranieri, e questi saranno parte del prezzo che l’Occidente dovrà pagare per la temporanea risoluzione dei problemi del Mediterraneo orientale, migrazioni comprese.

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Ankara, oggi

Le alleanze tradizionali della Turchia vengono integrate nello scacchiere il cui epicentro è il Bosforo, generando relazioni complesse con diversi attori. L’appartenenza della Turchia alla NATO non è mai stata in discussione. Abbandonando l’alleanza, la Turchia si autoinfliggerebbe un colpo molto duro impedendo a sé stessa di perpetrare la strategia del contemporaneo impegno su più fronti, che è forse la più longeva eredità dell’impianto teorico in materia di affari esteri adottato nei primi anni di governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP).  Non esiste interesse all’abbandono del Patto nemmeno oltreoceano, con gli Stati Uniti che necessitano di Ankara per non lasciare il Mediterraneo orientale agli influssi russi, cinesi e francesi. La prospettiva alla quale la Turchia sta conformando il suo operato è quella di rendersi molto utile, se non necessaria, al maggior numero possibile delle parti in gioco, per impedire una contrapposizione frontale con alcuno di essi. La collaborazione con la Russia non può evolvere, come da alcuni immaginato, nell’appartenenza strutturata ad alleanze che vincolino Ankara a Mosca a doppio filo. Esistono invece altri campi di collaborazione, quale quella già matura nello sviluppo della tecnologia nucleare, partnership talvolta esaltata e talvolta sminuita dalle analisi eurocentriche, destinata a durare nel lungo periodo. La strategia della Turchia è quella di operare creando frizioni per poi offrirne la risoluzione.

La situazione economica

La situazione economica e finanziaria della Turchia è caratterizzata da una forte carenza di riserve in moneta forte e da debolezza della divisa nazionale. La sua policy monetaria è spesso definita contraddittoria, dato che tende ad un mantenimento di bassi tassi di interesse al fine di stimolare consumi ed investimenti dall’esterno nonostante le scelte compiute dall’Esecutivo turco contribuiscono in effetti alla costruzione di un contesto ostile agli investitori e la liquidità vada esaurendosi. Stridente, dunque, il contrasto fra la ricerca di un pieno reintegro fra le mete dei portafogli internazionali, che sono alla base del grande sviluppo economico degli anni 2003-2015, ed il quadro di incertezza conseguente a scelte di politica estera profondamente aggressive, che scoraggiano gli investitori. E’ la politica monetaria espansiva ad ogni costo propria della Presidenza Erdogan, rimasta irrealizzata fino alle importanti riforme costituzionali del 2017 che hanno permesso la nomina di un governatore della Banca Centrale meno indipendente dal Governo.  In agosto, la Banca centrale turca ha evitato di aumentare i tassi di interesse, mantenendoli all’8,25% per sostenere la lira, imponendo misure di liquidità backdoor per evitare un ulteriore incremento dell’inflazione, già altissima, altro obiettivo chiave della Presidenza turca. Il percorso della Banca Centrale è quindi “prudente”, come riportato dallo stesso Comitato di Politica Monetaria di tale Istituzione. Formalmente, il motivo per cui la Banca ha adottato tanta cautela è l’incertezza nel periodo di ripresa economica dopo la pandemia. Un aumento dei tassi di interesse, ardentemente desiderato dai mercati, è cosa che non sembra essere nei piani. L’attuale bilancia commerciale è negativa e necessiterebbe di investimenti esteri diretti in valuta forte per un riequilibrio dei saldi in senso positivo. Questi investimenti esteri, tuttavia, scarseggiano da anni.

Il 24 settembre la Banca ha invece innalzato i tassi di 200 punti base, in controtendenza, ma a fine ottobre li ha mantenuti.al 10,25%. L’attuale condizione economica globale non suggerisce un loro ravvivamento in tempi stretti. La Banca Centrale potrebbe quindi non essere capace in un prossimo futuro di impedire un ulteriore indebolimento della lira, che il 26 ottobre ha toccato il minimo storico contro il dollaro di 1/9,57. La carenza di riserve monetarie ha stimolato l’acquisto di oro da parte dello Stato (la Turchia detiene ora 583 tonnellate di oro, contro il precedente record di 485,20) e la domanda di prestiti a Paesi amici.

La disponibilità a venire in aiuto delle richieste turche non migliorerà certo la situazione dell’economia se non in modo assolutamente temporaneo, ma aiuta a capire la vicinanza ad Ankara dei vari attori internazionali: in estate il Qatar ha triplicato il valore dell’accordo di currency swap, portandolo a 15 miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti hanno rifiutato un aumento della loro esposizione.

La metà del debito di Ankara è denominata in dollari e circa 200 miliardi in obbligazioni sono in scadenza quest’anno. La Turchia ha evitato di richiedere aiuti al Fondo Monetario Internazionale (FMI), che pure potrebbe offrire prestiti a tassi minimi, per il prezzo politico che questi comporterebbero: una netta retromarcia su diverse fra le riforme adottate nel 2017 (in primis l’indipendenza della Banca Centrale e degli organismi di garanzia costituzionale) ed una stringente legislazione anticorruzione.

Qualora lo Stato non potesse onorare debiti denominati in valuta estera, ecco che il rischio evolverebbe in quello della degradazione dei titoli turchi con conseguente la richiesta di alti interessi creditori. Una spirale pericolosissima con forti ripercussioni sociali ed elettorali.

Il ricorso all’FMI sarebbe quindi una ultima ratio perché il suo costo politico definitivo potrebbe essere quello di dimissioni e indizione di nuove elezioni.

Il governo della Repubblica nel suo insieme non è tanto sconsiderato da non comprendere la contraddizione intrinseca delle sue scelte economiche. Il problema della difficile gestione delle finanze pubbliche in presenza di scelte di politica monetaria non convenzionali è ben compreso dall’establishment turco, in primis dal ministro delle Finanze Albayrak che tende a dare messaggi rassicuranti alla comunità finanziaria internazionale.

Il fronte esterno

La Presidenza potrebbe star adottando la policy monetaria dei bassi tassi, oltre che per ostinazione ideologica, anche al fine di non contraddire sé stessa e nel timore di un’ulteriore incremento dell’ inflazione (come detto, già iperinflazione) ma il Governo del Paese, conscio della gravità della situazione, potrebbe nutrire la speranza di porvi fine capitalizzando il gioco al massimo rialzo che essa stessa ha costruito: per comprendere il concetto, mettiamo a sistema la situazione economica con quella in atto nel Mediterraneo orientale ed ipotizziamo che la Turchia voglia capitalizzare la situazione creando una situazione di crescente difficoltà nel punto di incontro tra l’estremo sud-est dell’Unione Europea ed il Medio Oriente e di spingerla quasi fino al punto di rottura, senza mai toccare il punto di non ritorno. Nel momento in cui la situazione sembra persa, si formulano delle richieste e si creano quindi le precondizioni per un raffreddamento, proponendo soluzioni che garantiscano ad Ankara un certo vantaggio strategico in cambio di un periodo di stabilità. Nel caso in esame potrebbe le richieste di Ankara potrebbero consistere in:

– la riapertura dei crediti senza condizioni allo Stato turco,

– il riconoscimento del diritto di utilizzare parte delle risorse naturali che il diritto internazionale attribuisce a Grecia e Cipro,

Il tutto mentre Ankara sviluppa intelligentemente relazioni complesse con attori come la Cina, verso i quali c’è una forte spinta all’avvicinamento e verso la quale fa valere il suo peso di membro NATO, e come la Russia, alleata e rivale a cui non vuole concedere troppo spazio nel Mediterraneo pur strutturando con lei una relazione strategica di enorme importanza.

La Cina ha investito notevoli mezzi e impegno finanziario nella costruzione dell’iniziativa “belt and road”, che vede la Turchia come uno degli estremi occidentali di un enorme rete logistica che dovrebbe fare della Cina un nuovo centro dello sviluppo globale. Pechino ha espresso il suo interesse nel Mediterraneo attraverso il controllo di diversi porti, ed ha per questo suscitato reazioni da parte di Washington, che in Grecia sta riguadagnando terreno grazie ad una fruttuosa collaborazione con il governo conservatore di K. Mitzotakis. Con Atene in bilico, l’Anatolia resta per Pechino un irrinunciabile punto di approdo. Ankara è ben consapevole di poter far valere la sua posizione e intende strutturare con la Cina una relazione “win-win”. Per ottenere tale risultato, ha concesso l’estradizione di esponenti dell’irredentismo uiguro e riconosciuto le sue formazioni irredentiste quali gruppi terroristici. Tuttavia, la Turchia non giocherà mai con Pechino secondo le regole dettate da quest’ultima, ovvero attraverso una penetrazione finanziaria e di accademici cinesi nel territorio turco seguita da un graduale aumento della presenza nell’economia, come avvenuto in diverse realtà quali l’America meridionale. Contro un eventuale strapotere cinese, Ankara opporrà proprio la sua appartenenza all’Alleanza Atlantica. 

Con la Russia, come accennato, il rapporto è molto più complesso. Il fattore dell’acquisto degli armamenti di fabbricazione russa, pur importante, è secondario rispetto alla questione della collaborazione sul nucleare e potrebbe avere forti ripercussioni anche nel prossimo futuro delle relazioni con l’Iran. La Turchia vede nel nucleare uno strumento formidabile tanto nel perseguire la sua indipendenza energetica quanto nel poter disporre di un fortissimo deterrente qualora rendesse noto di voler possedere un ordigno, indipendentemente da una effettiva volontà di averlo. La Russia, vicino irrinunciabile oltre che concorrente regionale di Ankara, si trova a fare i conti con un governo cipriota in linea con le posizioni americane che hanno imposto il ridimensionamento di molti asset finanziari russi sull’isola e l’indisponibilità dei porti ciprioti alla Marina russa. Questa, dunque, potrebbe controbattere riconoscendo la Repubblica turca di Cipro nord, e fruire quindi delle basi nella parte settentrionale dell’isola. Gli esiti della vittoria alle urne del candidato appoggiato da Ankara fa di Cipro nord un attore molto più orientato di quanto non lo sia stato in passato, dato che la soluzione di un unico Stato federato sembra allontanarsi irrimediabilmente.

Nel Governo russo esiste un’importante fazione filo-turca alla quale appartiene anche lo stesso Ministro della Difesa S. K. Šojgu, ricambiata in Turchia dalla fazione degli Eurasianisti, non necessariamente filorussi ma certamente tendenti più ad apprezzare un avvicinamento alla Russia (ed alla Cina) che la permanenza della Turchia nella NATO, che percepiscono con molta ostilità. Agli Eurasianisti appartiene anche l’Amm. C. Gürdeniz, padre della Patria Blu e di un concetto strategico che, pur definendosi difensivo, proietta la forza navale turca fino oltre il Golfo Persico.

UE e NATO

La condizione della Turchia quale candidato membro dell’Unione e di membro a pieno titolo dell’Alleanza è il più grande asso della manica di Ankara. Una Europa divisa fra i contrastanti interessi economici e politici dei suoi membri permette quella divisione interna che rappresenta l’asse di manovra turco. Berlino vorrebbe ergersi a negoziatore con Atene, ma pesano in modo imponente tanto l’elettorato tedesco di origine turca quanto il fatto che Ankara sia il terzo più grande acquirente di materiale bellico tedesco. L’episodio degli S-400 e la disponibilità del Governo turco all’acquisto di velivoli da superiorità aerea russi a seguito dell’esclusione dal programma F-35 suggeriscono ai tedeschi molta prudenza. Atene, che ha ospitato il Ministro degli Esteri tedesco Maas il 25 agosto, concede poco credito alla proattività di Berlino. L’Italia ha partecipato al dispiegamento di assetti verso Creta e Cipro al fine di contrastare l’aggressività turca che minaccia gli interessi energetici nazionali, ma il mantenimento della Libia, il cui governo Sarraj dipende in gran parte da Ankara, non permette una presa di posizione netta. La partecipazione al Forum del gas del Mediterraneo rappresenterebbe pure una buona occasione per riavvicinarsi all’Egitto e consolidare la propria posizione in un’area vitale per i suoi interessi, ma la caduta di Gheddafi fa di Roma un’anatra zoppa. Fra i grandi attori europei la Francia è l’unica ad agire in senso davvero proattivo, attraverso la messa a disposizione di diversi assetti aeronavali a supporto della Grecia. Parigi, come ogni altro Paese europeo, ha interesse a che i propri gruppi industriali ed energetici operino nel rispetto degli accordi presi con Nicosia, ed il fatto di appoggiare Haftar in Libia permette un impegno anche militare senza riserve. La vicinanza di Parigi ad Haftar spiega poi il dispiegamento, avvenuto in estate, di una squadriglia di intercettori degli Emirati Arabi a sostegno di Atene e suggerisce che, in caso di bisogno, aiuti finanziari potrebbero arrivare dall’Arabia Saudita, già impegnata in un percorso di riavvicinamento al Libano a seguito della caduta del governo Diab.

Il Regno Unito sarà probabilmente, a tempo debito, uno dei maggiori attori della crisi del Mediterraneo orientale. Dalla concessione dei prestiti ad Ankara al silenzio sulle dispute marittime in corso con Grecia e Cipro, Londra mostra una volontà di non opporsi ad Ankara. Il Ministro della Difesa turco H. Akar, criticando l’operato francese, ha sottolineato come Parigi non sia fra i garanti della Costituzione cipriota del 1960, lasciando quindi intendere come Londra, che di quella Costituzione è garante, abbia invece voce in capitolo.

Gli Stati Uniti sono in questo contesto un attore in grave difficoltà. Nella dialettica Ankara-Atene, Washington ha sempre dimostrato di non poter rinunciare alla prima. Il maggiore peso demografico, la natura islamica del Paese (seppure politicamente rinnegata dall’establishment turco fino a quindici anni fa), la sua posizione geografica e la naturale proiettabilità in aree sensibili con un apparato militare affidabile sono assetti importantissimi nelle mani di Ankara. I rapporti fra i due Paesi sono profondamente incrinati dal momento del fallito colpo di Stato del 2016, ma la relazione personale fra i Presidenti attenua le frizioni. In questo contesto, la presenza della Francia a sostegno dell’asse intra-sunnita che si oppone ai Fratelli Musulmani fa di Parigi un fastidioso concorrente di una Washington desiderosa di trovare una via di fuga dal Medio Oriente, nel quale tuttavia si trova impantanata e suo malgrado. Il Ministro degli Affari Esteri M. Çavuşoğlu ha stigmatizzato la presenza francese come volta alla promozione di forze armate europee a detrimento dell’Alleanza Atlantica e quindi, secondo il suo pensiero, contraria agli interessi statunitensi. Un sostegno alla visione politica dell’attuale Presidenza americana, interessata tanto a divincolarsi da un’Alleanza dalla quale crede di non ricevere sufficiente beneficio quanto a indebolire l’Unione Europea con diverse azioni a detrimento soprattutto della Germania.

Conclusioni

La nave da ricerca Oruç Reis non ha mai iniziato le proprie attività esplorativa, ma ha solcato il Mediterraneo orientale con una robusta scorta militare per stazionare spesso in tratti di mare contesi dove la profondità è tale da non permettere attività operative. La Corporazione Turca del Petrolio (TPAO) ha già comunicato quale sarà l’area di operazioni: quella ad est del 28esimo meridiano, ovvero ad est dell’isola di Rodi. Difficile immaginare che la Turchia intenda davvero operare in senso offensivo in un quadrante dove i suoi opponenti sarebbero membri NATO, perché le conseguenze sarebbero ingestibili. Le posizioni più spinte a favore di una presa di posizione antioccidentale della Turchia, quelle degli Eurasianisti vengono adottate dal Governo parzialmente ed in modo solo formale, ma l’interesse non è quello di perseguire in pieno le loro policy di ampio respiro ma di sedersi presto al tavolo delle trattative “senza precondizioni” data la gravità della situazione economica, al fine di proporre la riappacificazione in cambio di concessioni, in primis liquidità. Atene ha risposto dicendosi disposta ad adire le Giurisdizioni superiori senza però concedere di avere nulla da negoziare, data la propria convinzione di operare nella legalità. La Turchia sarà colpita da un effetto boomerang se dovesse essere costretta ad ulteriori lunghi temporeggiamenti senza addivenire ad un accordo. A quel punto, Ankara sarebbe costretta a distogliere l’attenzione verso attività diverse, quali lo spostamento dell’interesse verso i giacimenti appena scoperti nel Mar Nero o ulteriori attività militari nel contesto siro-iracheno, o in un incrementato supporto all’Azerbaigian nel contesto caucasico. E’ anche possibile che ricorra alla minaccia della riapertura delle frontiere ai migranti, stimolando così l’apertura di un tavolo delle trattative con la Germania. 


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Qualora la situazione economica in Turchia dovesse ancora peggiorare e questo dovesse provocare allarme al Governo turco, saranno possibili solo due soluzioni: il ricorso al Fondo Monetario Internazionale o elezioni anticipate. In entrambi i casi, per motivi di consenso e nonostante la necessità di distensione, la policy rimarrà quella della provocazione e del mantenimento di un’atmosfera da “tregua armata”.   

Francesco Petrucciano,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”