L’intervento egiziano nel caos libico e le vecchie tensioni tra il Cairo e Doha

E’ ancora l’Egitto, stavolta con il suo coinvolgimento militare in Libia a svelare, oltre alla gran confusione che regna in territorio libico e alla mancanza di un intervento unitario nel mondo sunnita, come le vecchie divergenze tra il Qatar e la leadership egiziana (spalleggiata dall’Arabia Saudita) non si siano affatto placate. Al paese, guidato dal generale Al-Sisi, Doha ancora non ha perdonato il “golpe” del luglio 2013 attraverso il quale la giunta militare ha, ai suoi occhi, spodestato il potere legittimo di Morsi e della fratellanza musulmana.

L’intervento egiziano nel caos libico e le vecchie tensioni tra il Cairo e Doha - Geopolitica.info

L’intervento egiziano e le sue ripercussioni

Nello stesso momento in cui si registra l’ennesimo fallimento della diplomazia internazionale, è il protagonismo egiziano che far parlare di sé nella cronaca  libica di queste ore, anzi di questi mesi.

La Libia rappresenta un precedente per la presidenza Al-Sisi che, se in Siria e in Iraq aveva preferito tenersi ai margini dell’intervento militare, in Libia ha deciso di farsi sentire. A differenza di questi due casi, nei quali l’Egitto aveva preferito una partecipazione simbolica per concentrarsi sul ristabilimento dell’ordine e della stabilità interna ormai perduta, in Libia sembra schierarsi in prima linea. Un interventismo che può essere spiegato, oltre che dalla tragica fine dei copti egiziani, anche dal fatto che il paese è troppo pericoloso per i confini egiziani per non agire in prima linea.

L’attacco egiziano, che ha preso avvio lo scorso febbraio in risposta all’uccisione dei 21 cristiani copti, oltre a rafforzare l’alleanza tra la leadership di Al-Sisi e quella del controverso generale libico Khalifa Haftar ha anche svelato come le divergenze tra Egitto e Qatar non si siano affatto placate.

Subito dopo l’avvio delle operazioni militari, il Qatar ha ritirato il suo ambasciatore dall’Egitto a seguito di una forte discordanza di opinioni proprio riguardo l’intervento contro le forze del Daesh in territorio libico. Toni duri, con il ministro degli esteri del Qatar che ha affermato che l’Egitto avrebbe «confuso il bisogno di combattere il terrorismo [con]… la brutale uccisione dei civili». Secondo Adel Tariq, rappresentante egiziano in seno alla Lega Araba, le dichiarazioni di Doha manifesterebbero invece il supporto del Qatar al terrorismo. A seguito delle accuse, mentre la Lega Araba ha espresso tutto il suo appoggio all’Egitto, di opinione diversa è stato il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) il quale, tramite il suo segretario generale Abdullatif al-Zayani, ha duramente respinto le accuse. Secondo Al-Zayani le dichiarazioni egiziane secondo cui il Qatar stia sostenendo il terrorismo sarebbero «infondate e in contraddizione con il sincero impegno del Qatar, così come quello del GCC e degli stati arabi, a combattere terrorismo e estremismo su tutti i fronti».

Dunque uno scontro fatto di forti accuse che rischiano anche di riaccendere quelle tensioni che hanno caratterizzato l’Egitto negli ultimi due anni.

Non bisogna infatti dimenticare che fin dai primi momenti di presidenza Al-Sisi lo scontro tra la Fratellanza Musulmana e l’apparato militare egiziano è stato parte del più grande conflitto esistente tra Riyadh e Doha per la guida dell’Egitto nella sua difficile transizione.

Da una parte il presidente Abdel Fattah Al-Sisi che con la sua “rivoluzione” Tamarod del luglio 2013 ha preso il potere sostenuto dall’Arabia Saudita. Dall’altra la Fratellanza Musulmana che, con il “legittimo e democraticamente eletto” presidente Morsi, è stata spodestata da quel “colpo di stato” condannato dall’altro attore che insieme a Riyadh è stato protagonista delle vicende egiziane: il Qatar. E così via fino ad oggi e alle dinamiche attuali che nel paese dei faraoni ancora vedono processi di massa contro attivisti dei Fratelli Musulmani, tuttora aspramente condannate dalla leadership qatariana.

Il ginepraio libico e le contrapposte alleanze

La Libia è un paese da sempre diviso. Da mesi vi sono scontri tra le diverse fazioni e le miriadi di gruppi appartenenti alla galassia qaedista e islamista, non si capisce chi comandi veramente sul campo: a Derna c’è il neonato e pericoloso Califfato Islamico, in Cirenaica e in Tripolitania vi sono i due governi in netto contrapposizione tra di loro e, insieme a loro, anche le potenze avversarie del Golfo.

Il primo governo, quello “laico” e riconosciuto a livello internazionale e che ha sede a Tobruk è sostenuto, oltre che dal Cairo, anche dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Il secondo, quello “islamista” guidato da Khalifa Ghwell e con sede a Tripoli, trova invece un forte appoggio, oltre che della Turchia e del Sudan, anche del Qatar, cioè quei paesi che più sostengono i Fratelli Musulmani.

I raid egiziani, accolti con entusiasmo dal governo di Tobruk, hanno invece scatenato l’ira del governo “parallelo” di Tripoli che ha condannato l’intervento definendolo un attacco alla sovranità della Libia. C’è poi il generale Haftar, il quale, accogliendo con favore l’intervento egiziano e in perfetta sintonia con la posizione del generale Al-Sisi, ha affermato che l’unica strada per portare la pace e la stabilità nel paese sarebbe quella di distruggere tutte le forze islamiste. Il generale libico ha aggiunto che l’unica soluzione sarebbe quella di armare l’esercito libico (quello di Tobruk), «unica parte legittima con il diritto di reggere le sorti del Paese, ma che non dispone di armi sufficienti a confrontarsi con i gruppi sostenuti da Qatar e Turchia».

L’irrealizzabilità di un’azione concertata

Dopo il tentativo fallito della richiesta da parte di Egitto e del governo di Tobruk all’autorizzazione di una forza internazionale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad essere sull’orlo del fallimento è l’ultima azione diplomatica ONU, quella relativa alla bozza di accordo politico per la Libia che, avanzata del mediatore Bernardino Leon, è stata respinta con forza dal Congresso Nazionale Generale (Cng, il parlamento non riconosciuto di Tripoli). La ragione del respingimento sarebbe il prolungamento di due anni del mandato del parlamento di Tobruk, l’unico parlamento legittimo secondo la bozza ONU.

Mentre la diplomazia internazionale non fa grandi passi, anche le potenze del Golfo non si mostrano intenzionate ad agire direttamente in Libia, impegnandosi invece in prima linea contro il nemico numero uno: l’Iran e l’asse sciita (Siria, Hezbollah), senza contare il coinvolgimento nel sempre più caotico Yemen. E sembra anche improbabile che la forza militare araba congiunta, concretizzatesi nel summit della Lega Araba lo scorso marzo dopo le forti insistenze egiziane, riesca a sollevare l’Egitto dal ruolo di attore di primo piano in Libia.

Se Doha e Riyadh preferiscono non intervenire direttamente in Libia, limitandosi a sostenere i due opposti governi o, ancora, se la diplomazia internazionale non riesce a trovare un accordo tra le parti, ecco che la ritrovata vicinanza tra Al-Sisi e il sempre più potente Haftar sembra trovare terreno, all’insegna di quell’opposizione a tutti gli islamismi di cui il generale libico, al pari di Al-Sisi, sembra farsi primo portavoce.