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Requiem for a Deal: il canto del cigno dell’accordo Cina-UE?

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La questione dei diritti umani nello Xinjiang è tornata sotto la luce dei riflettori. Un portavoce della Casa Bianca, a metà dicembre 2021, ha dichiarato che gli Stati Uniti non porteranno una delegazione ufficiale a Pechino in occasione delle Olimpiadi. Tra i Paesi che si sono accodati alla decisione di Washington figurano Australia, Canada, Giappone e Regno Unito. Sin dai primi giorni di gennaio 2022, invece, la Francia sta spingendo gli altri Stati Membri dell’Unione affinché l’Europa prenda una posizione comune. Lo stato delle relazioni tra la Cina e l’UE, tuttavia, potrebbe non portare ad una presa di posizione netta contro Pechino. Nell’ambiguità di questa situazione resta sospeso anche l’accordo commerciale che avrebbe dovuto rivoluzionare i rapporti economici fra i due blocchi, e che dopo dieci anni di negoziati e una firma precipitosa sembra ormai destinato all’oblio.

Un accordo travagliato

Poco più di un anno fa, la Commissione Europea ha firmato il Comprehensive Agreement on Investments (CAI) con la Cina, riguardo alla liberalizzazione degli investimenti tra le due parti. Sebbene da un mero punto di vista economico e finanziario le innovazioni non fossero rivoluzionarie, questo poneva le basi di un ulteriore apertura cinese sul piano internazionale, ma soprattutto indirizzava l’Europa e il Paese asiatico verso una maggiore integrazione e interdipendenza. Tuttavia, l’accordo non è riuscito a superare la prova della ratifica in sede di Parlamento Europeo, che l’ha congelato a causa dell’annosa questione della violazione dei diritti umani nello Xinjiang.

Per questi motivi, a marzo 2021 l’UE aveva imposto delle sanzioni insieme a US, UK, e Canada, a cui la Cina aveva risposto con contro-sanzioni nei confronti del Comitato Politico e di Sicurezza dell’UE e di alcuni membri del parlamento di Strasburgo. Queste frizioni rendevano oggettivamente difficile la ratifica dell’accordo commerciale, il quale fra l’altro non godeva del favore degli alleati americani: Washington, infatti, si era mostrato contrariato per il trattamento ricevuto, visto che la sua opinione non era stata richiesta dagli europei in fase di trattativa.

L’UE aveva replicato affermando di dover sostenere le proprie aziende visto che il trade deal fra US e Cina rischiava di metterle fuori gioco, e di voler quindi semplicemente un playing field equivalente per tutte le parti in gioco. Secondo un’analista del Financial Times, la Cina avrebbe esagerato inizialmente con le concessioni per avere il tutto firmato prima che Joe Biden potesse riallacciare le relazioni fra gli USA e il Vecchio Continente; con il proprio comportamento, Pechino avrebbe in seguito complicato la ratifica in modo da non dover effettivamente implementare quelle concessioni (ma mantenendo comunque “buone relazioni multilaterali”).

Il CAI, in realtà, se da una parte avesse sciolto dei nodi relativi all’ingresso di imprese estere in Cina, dall’altra avrebbe sollevato diversi quesiti, alcuni dei quali inerenti al concetto di “sviluppo sostenibile” da applicare ai settori coinvolti dal trattato e disciplina di tutela del lavoro. Inoltre, non stabiliva univocamente il metodo di risoluzione delle controversie e di arbitraggio tra le due parti, ma lasciava molta ambiguità sui mezzi attraverso i quali dirimere le controversie.

Fatto sta che a poco più di un anno di distanza, ancora non si smuove nulla sul fronte europeo per quel che concerne il CAI. Fra chi si mostra più favorevole alla ratifica spicca il nuovo cancelliere tedesco, Olaf Scholz, anche se i Verdi facenti parte del suo governo hanno già espresso dubbi riguardo ai rapporti disinteressati che la Germania intrattiene con alcuni paesi autoritari.

L’ostacolo dei diritti umani e l’incognita Taiwan

La questione dei diritti umani è ormai un argomento centrale del dibattito europeo quando si tratta di Repubblica Popolare Cinese. La repressione degli Uiguri nello Xinjiang rappresenta solo la punta di un iceberg che in profondità è formato anche da censura violenta, demolizione degli oppositori politici, sfruttamento dei partner commerciali vulnerabili e altre questioni che formalmente rappresentano i principi fondamentali su cui dovrebbe fondarsi l’Unione Europea, sebbene anch’essa non sia esente da controversie di fattispecie analoga, si pensi alla questione migratoria o alle derive autocratiche intraprese da alcuni Paesi Membri.

L’iniziativa Global Gateway dell’UE presagisce una postura orientata principalmente all’interesse economico da parte dei leader europei e una maggiore intransigenza nei confronti di Pechino. Come la Belt and Road Initiative, anche la Global Gateway affianca agli investimenti un’evidente fine di espandere la propria influenza. Lo scorso dicembre, l’Unione Europea ha anche rivelato due nuove iniziative commerciali che sembrerebbero essere state progettate su misura per contrastare la Cina: una richiede alle aziende operanti in Europa di epurare le proprie supply chain da qualsiasi violazione dei diritti umani, mentre l’altra andrebbe a imporre sanzioni sui paesi che interferiscono con le politiche interne dell’Unione.

Tuttavia, le tempistiche con le quali queste verrebbero implementate in futuro non sono esattamente chiare e soprattutto potrebbero essere modificate a seconda dell’evoluzione delle dinamiche relazionali internazionali. Inoltre, l’ambiguità posizionale in cui si trovano gli organi dell’Unione, separati tra una Commissione apparentemente incline ad intrattenere rapporti positivi con Pechino e un Parlamento che, dall’altro canto, predilige una linea dura nei confronti del Dragone, rende complicato predire con un ristretto margine di errore l’effettiva applicazione del progetto e delle iniziative presentate a dicembre, oltre che al citato CAI.

Se è vero che per quel che concerne i diritti umani i Paesi dell’Unione sembrerebbero non voler cedere nei confronti di Pechino, è altrettanto vero che sul dossier Taiwan procedono con delicatezza diplomatica. In realtà, il Parlamento Europeo si è espresso in favore di un aumento della collaborazione strategica con Taipei nell’autunno 2021, ma è stata la Commissione a rinviare a data da destinarsi l’aggiornamento sulle modalità di collaborazione economica con l’isola asiatica. L’indecisione interna al Vecchio Continente si è rivista lo scorso 20 gennaio, quando il Parlamento ha chiesto ai paesi UE di boicottare le Olimpiadi invernali di Pechino, azione che la Commissione e i capi di stato non hanno invece mai incoraggiato.

Il fatto che alcuni stati membri, come ad esempio la Danimarca e il Belgio, abbiano annunciato di voler aderire al boicottaggio lanciato dagli Stati Uniti non depone di certo a favore di una ripresa favorevole dei rapporti sino-europei. Oltre al ginepraio dei Giochi Olimpici, ha causato ulteriore scompiglio il recente incidente diplomatico tra la Cina e la Lituania, che ha lasciato l’ufficio taiwanese di Vilnius portare il nome “Taiwan” piuttosto che “Taipei cinese”.

Il futuro dei rapporti fra Cina e Unione Europea

La firma del CAI nel dicembre del 2020 aveva lasciato intuire una volontà di intensificare i rapporti commerciali fra Cina e UE, specialmente in un momento storico in cui entrambe avevano affrontato le bordate doganali imposte da Donald Trump. La firma si è rivelata però una mossa affrettata e difficile da gestire, incentivata forse dal risultato delle elezioni americane: prima che Biden riportasse la normalità nelle relazioni con i vecchi alleati, infatti, Cina e UE intendevano crearsi uno spazio di interazione indipendente dall’ingerenza di Washington.

I fattori che ostacolano la ratifica dell’accordo sono molteplici: la Cina potrebbe aver concesso troppo in fase negoziale e starebbe cercando di evitarne l’attuazione; i paesi europei potranno difficilmente accettare compromessi su questioni ineluttabili come i diritti umani e lo sviluppo sostenibile, senza contare il nodo Taiwan sul quale l’ambiguità occidentale resta inevitabilmente d’intralcio ogniqualvolta Pechino si siede al tavolo delle trattative. 

A prescindere da come andrà, l’UE sembra ora più unita e disposta a presentarsi nelle contese internazionali come un blocco più compatto rispetto al passato; questo preclude forse un indurimento dei rapporti con la Cina, con la quale l’Unione può mantenersi collaborativa sotto molti aspetti, ma al tempo stesso intransigente e competitiva su altri punti chiave. Tuttavia, l’attuale equilibrio del Parlamento Europeo – principale detrattore della collaborazione con Pechino – è estremamente precario, come dimostrato dalla recente elezione della nuova Presidente.

È difficile prevedere quale sarà la postura internazionale di Roberta Metsola in termini di relazioni con la Cina, né se effettivamente le sarà richiesta una. La frammentazione e la fragilità dell’assemblea parlamentare europea molto probabilmente sarà ben visibile alle prossime elezioni, durante le quali si prevedono mutamenti nella governance dell’organo legislativo. Quale direzione prenderanno questi mutamenti, se in favore di una maggiore integrazione con il Dragone, o al contrario verso una maggiore rottura, è assai arduo da pronosticare. Allo stesso tempo, l’evidente instabilità del Parlamento Europeo potrebbe invece garantire maggiore libertà d’azione all’approccio pragmatico della Commissione e agli interessi dei principali Stati Membri.

Marco Suatoni e Alessandro Vesprini,
Centro Studi Geopolitica.info

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