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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl cammino delle riforme in Tunisia

Il cammino delle riforme in Tunisia

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La grande e tanto attesa svolta nel percorso di riforme avviato da Kaïs Saïed è avvenuta a metà dicembre con l’annuncio dell’atteso cronoprogramma delle azioni da intraprendere. A gennaio sono iniziate anche le consultazioni popolari in via elettronica, uno dei pilastri della sua azione di democrazia diretta che vede i partiti politici sempre più fuori dai giochi e relegati a sterile opposizione, dentro e fuori la Tunisia.

Opponents of Tunisia's President Kais Saied take part in a protest against what they call his coup on July 25, in Tunis, Tunisia September 18, 2021. REUTERS/Zoubeir Souissi

© Al-Jazeera. Manifestanti si riuniscono per festeggiare l’11° anniversario della caduta di Ben-Ali

Il programma del Presidente

Il 2021 tunisino si è chiuso con l’annuncio dell’atteso cronoprogramma delle riforme. L’obiettivo è di rifondare il sistema politico su nuove basi di legittimità dopo aver congelato e dunque svuotato di senso quello attuale. Il 15 gennaio 2022 sono iniziate le consultazioni popolari sulle riforme, il 25 luglio – un anno dopo il primo strappo presidenziale – si terrà il referendum confermativo mentre a dicembre 2022 sono in programma le elezioni legislative che porteranno così alla nascita di un nuovo parlamento. Le consultazioni, in corso su piattaforma online e denominate “la tua opinione, la nostra decisione”, operativa anche all’estero, servono per “tradurre la volontà popolare” come chiarito dal Presidente e dureranno fino al 20 marzo.  “I tunisini – aveva aggiunto Saied – devono essere coinvolti nella formulazione di proposte in vari campi” e tra questi il sistema elettorale, lo sviluppo e l’educazione. Alla conclusione delle operazioni le risposte dei cittadini verranno formalizzate in proposte da una commissione di esperti, e poi votate al referendum di luglio.  

Si tratta di un passaggio estremamente significativo: come già illustrato, il Presidente nutre una profonda sfiducia nella democrazia rappresentativa o meglio ancora nel sistema politico strutturatosi dopo le Primavere e sostiene un progetto di democrazia diretta, la “nuova fondazione”. Le prime 24 ore di consultazioni online hanno registrato la partecipazione di più di 18mila tunisini: molti più uomini (15mila) che donne (3mila) e concentrati a Tunisi e Sfax con una partecipazione sensibilmente minore nelle regioni del Sud. La minore partecipazione degli abitanti delle regioni più marginalizzate verrà compensata, secondo il ministero delle Telecomunicazioni che ha fornito i dati, con l’organizzazione di diverse giornate ad hoc presso le strutture periferiche dello Stato, note anche come “Maison des jeunes”, durante le quali anche i cittadini non forniti di computer e abbonamento internet potranno esprimere le proprie preferenze. Una prima misurazione sul consenso reale alle riforme e propedeutica alle altre.

Kaïs Saïed, che secondo molti si è sempre mosso nel perimetro della Costituzione del 2014 che molto ha contribuito a scrivere, ha incassato il sostegno di molti paesi esteri. Poco dopo l’annuncio del 13 dicembre, ha sgombrato ogni dubbio Ned Prince, portavoce del Dipartimento di Stato americano, dichiarando di accogliere con favore il programma. Di recente si è unita apertamente la Francia: l’ambasciatore a Tunisi André Parant ha detto che la “Francia sosterrà la Tunisia con il FMI e le Istituzioni europee”, confermando la fiducia nel suo processo democratico. Sulla stessa linea l’Italia. Per adesso il programma, dunque, è attenzionato ma coperto all’esterno, il consenso interno rimane stabile; sembra essere del tutto sfumata, inoltre, la fiducia degli elettori nei confronti del partito islamico Ennahda che ha fallito nell’evolvere verso un partito più moderato perdendo consenso. Pesa però l’incognita del FMI che richiede riforme strutturali e certamente pesanti e, infatti, il potente sindacato Ugtt, decisivo in più momenti della storia tunisina, già minaccia di opporsi.

Undici anni dopo la Primavera

In occasione degli undici anni dalla fuga di Ben Ali – in precedenza il 14 gennaio era il giorno della rivoluzione ma è stato anticipato al 17 dicembre – si sono svolte manifestazioni di piazza a Tunisi. Da molte parti si è parlato di forte repressione della polizia: la capitale era contingentata, gli agenti hanno usato in alcuni casi i cannoni ad acqua ma è bene ricordare che le manifestazioni erano ufficialmente vietate a causa della pandemia. In Tunisia è stato introdotto infatti un coprifuoco notturno (22-5) per almeno due settimane, dal 20 dicembre è obbligatorio un equivalente del green pass per accedere ai luoghi pubblici, come le piazze, e lo stato di emergenza è prorogato fino al 17 febbraio. La partecipazione è stata di circa 1200 persone: non poche viste le difficoltà ma non paragonabili a quelle dei mesi scorsi. A proposito di Ben Ali, nei giorni scorsi BBC News ha diffuso le registrazioni di alcune telefonate, la cui autenticità è verificata, tra Ben Ali e alti funzionari e confidenti, come Kamel Eltaief, risalenti ai giorni della sua fuga e nelle quali un confuso Ben Ali confessa la sua voglia di tornare.

Le questioni aperte con l’Italia

L’Italia ha seguito sempre con estrema attenzione i cambiamenti della Tunisia. I dossier sul tavolo sono molti: immigrazione e rifiuti, entrambi particolarmente caldi. Di questo e non solo si è parlato nel dicembre scorso quando il Ministro degli Esteri Luigi di Maio ha incontrato l’omologo Othman Jerandi, la premier Najla Bouden Romdhane e il Presidente della Repubblica Kaïs Saïed. Il caso dei rifiuti importati illegalmente dall’Italia è particolarmente problematico perché sotto oggetto di un’indagine della magistratura e ha destato profonda indignazione in Tunisia. Secondo quanto emerso fino ad oggi ci sarebbero stati diversi carichi illegali di rifiuti: risultano circa 282 container e 7800 tonnellate, partiti dal porto di Salerno e arrivati a Sousse. Alcuni di questi container (70) sono bruciati a fine dicembre in un magazzino della Soreplast di Moureddine (Sousse). Il contenzioso tra i due paesi riguarda il rientro in Italia degli stessi rifiuti. Secondo l’Ambasciata di Tunisia in Italia infatti si sarebbe raggiunta un’intesa per il rimpatrio imminente di detti rifiuti, al porto di Sousse da più di un anno e mezzo, ma questa ipotesi è stata contestata in una nota dalla Sra di Polla, società italiana che ha inviato i rifiuti in Tunisia,  che ha dichiarato: “La Regione Campania pretende che la Sra si faccia carico economico della ripresa di 212 container giacenti presso il porto di Sousse in Tunisia e del corretto riutilizzo o smaltimento dei rifiuti negli stessi contenuti. La Sra ritiene illegittime tali le pretese”. Una vicenda la cui soluzione pare dunque ancora lontana, e non priva di sorprese

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