Cambiamento climatico e ripercussioni geopolitiche

Le molteplici ed eterogenee sfide che sono emerse a partire dagli anni ’90 hanno indotto i decisori politici ad attribuire un crescente valore all’operato dell’intelligence al fine di garantire la sicurezza nazionale. Tra i numerosi, inediti pericoli è possibile annoverare, in primis, il cambiamento climatico (c.d. moltiplicatore di minacce), le cui ripercussioni costituiscono una parte essenziale della pianificazione strategica e della collocazione geopolitica delle grandi potenze. 

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Le ripercussioni del cambiamento climatico

Gli impatti dell’innalzamento delle temperature appaiono allarmanti: i dati della Banca Mondiale stimano che, nel 2030, tale fenomeno comporterà una crescente penuria d’acqua per 2 miliardi di persone ed un carente approvvigionamento di risorse alimentari di fronte, per contro, alla prospettiva di crescita della popolazione e della domanda globale di cibo. Ciò sta tuttora inducendo alla genesi e all’acuirsi di conflitti locali per il controllo e la distribuzione di scarse risorse, esacerbando le instabilità politiche dei territori intrinsecamente fragili con effetto domino a livello regionale (ed internazionale con riguardo al tema della sicurezza). Già nel 2006, il gruppo di lavoro sugli effetti economici dei cambiamenti climatici aveva evidenziato come, entro il 2050, circa 200 milioni di persone (i cosiddetti “emigrati ambientali”) sarebbero state costrette ad emigrare direttamente a causa del clima, intensificando ulteriormente gli odierni flussi migratori e generando preoccupazioni nel campo del mantenimento e della gestione degli assetti geopolitici-strategici delle grandi potenze. Per questo motivo, gli accordi di Parigi del 2015 e le politiche di sviluppo promosse dai Paesi sviluppati in beneficio dei territori estremamente poveri e colpiti da siccità o inondazioni disastrose, sembrerebbero essere destinati non solo alla protezione della specie umana, ma anche alla salvaguardia degli assetti geostrategici dei primi. Tali affermazioni sono ampiamente supportate da un vasto numero di Paesi a prescindere dalle considerevoli decurtazioni che l’Amministrazione Trump ha imposto su programmi di supporto umanitario in Africa quali “Famine Early Warning System Network” e dallo scetticismo che il Presidente americano ha espresso nei confronti degli effettivi impatti del cambiamento climatico con il conseguente abbandono degli accordi di Parigi. Ciononostante, è ipotizzabile che, mentre il cambiamento climatico stia destabilizzando alcuni Stati, allo stesso tempo esso possa beneficiare altre potenze: il rapido mutamento del clima registrato in regioni quali Kenya e Somalia (le quali dopo un drastico periodo di siccità nel 2017, sono state colpite da brutali inondazioni), potrebbe nel lungo periodo consentire l’aumento di aree irrigue, mettendo a coltura ampie zone dell’Africa e così riducendo carestia, migrazioni e conflittualità. Allo stesso tempo, l’innalzamento delle temperature con il conseguente scioglimento dei ghiacciai, migliorerebbe, entro il 2050, la competitività di Canada e Russia nel campo dell’estrazione degli idrocarburi intrappolati nei ghiacci di Siberia, Artide e Baia di Hudson, fornirebbe l’opportunità di sfruttare nuove e dirette rotte commerciali (le quali avvantaggerebbero anche la Cina), avviando in tal modo il consolidamento dello status di potenza artica attribuita a queste due potenze. Suddette osservazioni hanno comportato l’avvio di una nuova tipologia di colonialismo denominato “land-grab“, fatto risalire in primo luogo all’apposizione di una bandiera russa, nel 2007, da parte del sottomarino Artika sul fondale del Polo Nord, e portato avanti con politiche di acquisizione di terreni da parte di Stati come Arabia Saudita, Corea del Sud e Cina per la produzione di cibo, una risorsa che ha oramai acquisito importanza strategica al fine di garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Sicché, lo sviluppo di capacità estrattive e l’ingrandimento del controllo territoriale-produttivo potrebbero comportare un ulteriore deterioramento delle relazioni internazionali tra grandi potenze, segnatamente, tra USA, Canada e asse sino-russo.

Clima e sicurezza

Trovandoci nell’era della sicurezza asimmetrica, “l’analisi di sicurezza legata all’impatto del cambiamento climatico (…) implica un deciso cambiamento di rotta verso la comprensione e prevenzione delle minacce asimmetriche e non statali”, intimidazioni che potrebbero avere forti ripercussioni sulle coordinate geopolitiche e strategiche mondiali. Di conseguenza, i servizi di intelligence sono sempre più occupati con analisi riguardanti proiezioni di lungo periodo e mantenimento della sicurezza interna in considerazione degli impatti dei fenomeni climatici: dal 2007, la US Intelligence Community si è soffermata sulla desertificazione, lo stress idrico, l’inquinamento atmosferico quanto cause di proteste popolari contro le autorità governative locali, come avvenuto di recente in Cina, India e Iran. Questa intuizione è avvalorata dal fatto che guerre civili in Africa, principalmente nella fascia saheliana, e Medio Oriente sono state combattute attorno a risorse naturali, tra le quali emergono boschi, acqua e terra fertile, causando livelli estremi di violenza ed emigrazione, dunque destabilizzando le aree regionali ed i Paesi di immigrazione. Si può altresì menzionare la possibile collisione militare tra Cambogia e Vietnam, i quali, dopo anni di collaborazione diplomatica, a causa della scarsità di acqua potrebbero entrare in conflitto per la gestione del delta del fiume Mekong. Inoltre, il sopracitato episodio di land-grab attuato dalla Federazione Russa, ha avviato un processo di militarizzazione della calotta artica, il quale, nel lungo periodo potrebbe dare luogo ad una spartizione territoriale coatta e a maggiori conflitti tra le super-potenze, mentre le violente tempeste che si sono abbattute sull’India e Bangladesh potrebbero causare forti migrazioni interne e regionali, eventualmente implicando l’intervento di forze armate americane e europee al fine di mitigare l’impatto di una pericolosa destabilizzazione sociale. Conseguentemente, il concetto di sicurezza oggigiorno viene letto dall’intelligence in ottica multi-faceted, concentrandosi su persone, sviluppo e resilienza dei Paesi contro le minacce causate o esacerbate dal cambiamento climatico, auspicando una maggiore collaborazione transnazionale al fine di affrontare sfide che difficilmente possono essere risolte unilateralmente.