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Bundesbank: il tramonto su Jens Weidmann e su una dottrina

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Nell’appena iniziata era post Merkel Jens Weidmann – il presidente della Bundesbank – ha chiesto al presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier di dimetterlo dall’incarico a partire dal 31 dicembre di quest’anno. Le dimissioni di Jens Weidmann non rappresentano solo la fine del ruolo del falco tedesco, ma di un’intera dottrina monetaria.

La dottrina che è stata incarnata dal capo della Bundesbank è plasmata nei Trattati che disciplinano l’Unione europea, le sue funzioni e soprattutto le azioni delle istituzioni europee. Eppure, sia la dottrina rigorista tedesca che il ruolo di Weidmann nell’ultimo decennio hanno visto un forte ridimensionamento della loro imprescindibile influenza. Si deve necessariamente tenere presente che tutta l’Unione economica e monetaria si basa sull’influenza che ebbe la Bundesbank in sede di trattazione dei trattati dell’Unione europea. Secondo una larga parte della dottrina e della teorizzazione economica le recenti instabilità del quadro giuridico derivano dalla struttura e dalle definizioni del pilastro monetario dell’Unione economica e monetaria che erano state definite e disegnate sulla base della struttura della Bundesbank, come convintamente sostenuto dal governatore centrale tedesco Helmut Schlesinger. Qualsiasi sia il pensiero derivante dalle convinzioni personali e dalle dottrine giuridiche e monetarie è indubbio che Jens Weidmann abbia difeso strenuamente quanto dettato dai Trattati che disciplinano l’Unione europea. 

Weidmann lascerà la Bundesbank il 31 dicembre 2021. Non una data casuale, poiché avverrà nei giorni che dovrebbero segnare l’avvento del post Merkel con a guida una coalizione con all’opposizione la CDU – CSU. Un cambiamento d’impostazione politica, ma anche economica e sociale. Un cambiamento economico e politico in Germania – Paese non convintamente a giuda sia della proiezione interna che congiuntamente con Parigi della proiezione esterna dell’Unione europea, dal quale dipenderanno gli esiti della nostra politica interna e le prossime direttrici su cui appoggiare il prossimo futuro continentale. Nel governo “semaforo”, rispetto ai liberali, prevalgono Spd e Verdi, i quali detengono un’impostazione monetaria meno rigida e rigorista, come ricalcato anche dall’azioni poste in essere da Christine Lagarde nel contrasto alle fibrillazioni post pandemiche e alla prossima crisi energetica. Per i suddetti motivi è molto probabile che il prossimo presidente della Bundesbank rifletterà in qualche misura la linea più morbida rispetto alla coalizione uscente GroKo Cdu-Csu e Spd.

L’uscita di scena di un uomo della tempra come Jens Weidmann non è la semplice fine delle funzioni da Presidente della Bundesbank e consigliere economico di Angela Merkel, bensì il tramonto di un’impostazione monetaria che comunque tutt’ora segna i nostri trattati europei, non ancora modificati realmente in tal senso. Riflettendo sull’attuale assetto economico e monetario esso si basa ancora sulle direttrici poste dal Trattato di Maastricht, il quale dovette attendere a lungo la decisione del Bundersverfassungsgerich – la Corte Costituzionale della Repubblica Federale di Germania- che il 12 ottobre 1993 ne autorizzava la ratifica subordinando ad una successiva delibera del Bundestag la partecipazione alla terza fase dell’Unione economica e monetaria. L’impianto sopracitato dimostra il primato della Germania nella costruzione dell’euro e soprattutto nel condizionamento esercitato sulle politiche economiche e monetarie europee. Jens Weidmann ha strenuamente difeso l’impostazione tedesca e il ruolo dei Trattati nella politica europea, laddove la vera protagonista degli ultimi quindici anni si è rivelata essere – quasi fosse un organo pienamente esecutivo e non tecnico – la Banca centrale europea. 

Sono solamente quattro i chilometri che distanziano la BCE dalla Bundesbank, eppure durante i mandati di Mario Draghi e Jens Weidmann sono sembrati migliaia. Lo scontro ebbe inizio con il celeberrimo Discorso di Londra – quello del “whatever it takes” e l’adozione del Quantative Easing. Il QE e le Outright Monetary Transactions – come nel solco segnato oltreoceano dall’alleato e garante della nuova impostazione statunitense – si sono rilevate uno “strumento politico” di carattere monetario che portarono allo scontro tra i giudici supremi tedeschi e la Corte di Giustizia europea che difendeva la BCE. Un precedente rispetto a quanto sta avvenendo dopo la sentenza della Corte costituzionale polacca che ha stabilito l’incompatibilità della Costituzione di Varsavia con i Trattati Ue. 

Nella lettera di dimissioni da governatore, Weidmann è tornato suonare la carica, un’ultima volta, sul rischio inflazione affermando che “per il futuro – ha scritto – sarà cruciale non guardare unilateralmente ai rischi deflazionistici”. E ancora: la politica monetaria della BCE “rispetti il suo stretto mandato e non si lasci catturare dalla scia della politica fiscale o dei mercati finanziari”. Sia chiaro che quanto sostenuto da Weidmann non è un capriccio o un approccio teorico classico di stampo teutonico, ma la difesa dei Trattati per ciò che sono. Difatti l’articolo 127 del TFUE pone come obiettivo principale della politica monetaria “il mantenimento della stabilità dei prezzi” di concerto al sostentamento delle “politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione”. La preminenza di questo obiettivo ha delle ragioni storiche poiché la costruzione dell’Unione economica e monetaria si consolidò in un periodo dove i mercati e le economie europee erano caratterizzati da forti tensioni inflazionistiche. Ora, dopo anni di timori deflazionistici, in un periodo post pandemico caratterizzato dal collasso della supply chain e dalla corsa al rialzo delle materie prime trovano forma “l’eterne paure” e i “fantasmi” teutonici.

“Chi lo conosce bene sa che la sua decisione non va interpretata come una diserzione, ma come un segnale di frustrazione verso gli sviluppi della politica monetaria”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung, “e come espressione della preoccupazione che la Bce non frenerà più con la sua politica monetaria”. Recentemente l’inflazione in Germania ha accelerato a settembre, su base annua, al 4,1%, andando oltre le attese degli analisti che si attendevano un 4%. Si tratta del livello più alto in circa trent’anni, mai raggiunto da quando vi sono la moneta unica e la Germania unita. Le ragioni della corsa inflazionistica secondo la Bundesbank risiedono nell’aumento dei prezzi energetici e dei problemi di approvvigionamento, pur a fronte di una forte domanda. Energia troppo a lungo dimenticata dall’Unione Europea e guidata sostanzialmente dal duo di Francia e Germania. 

Il punto è proprio lì nell’inflazione per i tedeschi: nel non vedere tramontare le loro dottrine e rinsaldarsi vecchie paure – laddove l’indice economico ha un forte carico ideale – di un’Europa instabile e incapace di proiettarsi rigidamente nella storia. Quella di Weidmann è un’impostazione al tramonto, tecnicamente fondata e che rivela tutti i limiti di una Germania e di un’Unione Europea che facendo della moneta un elemento immanente non riescono a considerarsi come unico insieme geopolitico. Probabilmente la visione di Weidmann non è sbagliata e neppure lasciando la presidenza della Bundesbank ha fatto tramontare le aspettative su un’impostazione monetaria valida. Eppure, se chi all’impostazione tedesca ne contrappone delle altre prive al loro interno di una proiezione esterna dell’Europa come unicum oltre i Trattati, allora si rischia l’ultimo e cruciale indebolimento del vecchio continente dalle rotte della storia.

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