Bukele: dopo Donald Trump, un altro leader populista sulla strada di Joe Biden

Il presidente salvadoregno Nayib Bukele gode di un ampio sostegno popolare grazie anche alla promessa di porre un freno alla corruzione, migliorando le condizioni di vita del suo popolo. La vittoria del suo partito alle elezioni legislative ha aumentato le preoccupazioni dei critici che lo accusano di accentrare il potere nelle sue mani, erodendo le istituzioni democratiche.
Il rafforzamento interno di Bukele, molto legato in passato a Trump, potrebbe creare inoltre dei problemi ai disegni di politica estera del presidente statunitense Joe Biden.

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Il 28 Febbraio Nuevas Ideas e Gana, partiti di maggioranza nel governo guidato da Nayib Bukele, hanno vinto le elezioni legislative e municipali a cui hanno preso parte circa due milioni di salvadoregni: grazie alla vittoria elettorale, Bukele può contare ora sulla maggioranza dei 2/3 dell’Assemblea Legislativa che aveva rappresentato per lungo tempo l’ultimo baluardo alle controverse azioni portate avanti dal presidente. I critici considerano l’ascesa del presidente salvadoregno un pericolo per la democrazia, alla luce del fatto che Bukele potrà d’ora in avanti nominare giudici, membri della commissione elettorale, capi di agenzie governative. Inoltre avrà la possibilità di eliminare i limiti al mandato presidenziale, apportando modifiche al testo costituzionale.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco di San Salvador, Bukele divenne nel 2019 il più giovane presidente dell’America latina, conquistandosi la fiducia della popolazione con la promessa di condurre una lotta estrema alla corruzione, al degrado e alla povertà. All’inizio del suo mandato il presidente salvadoregno istituì una commissione indipendente con il compito di indagare sui fenomeni di corruzione. Tuttavia, nonostante i buoni propositi, il governo non ha fornito alcuna spiegazione su come, ad esempio, abbia utilizzato i fondi offerti dai donatori durante la pandemia di Coronavirus ed anzi lo stesso esecutivo ha ostacolato le indagini della task force quando quest’ultima ha inviato al Ministro della Giustizia alcune prove che evidenziavano la cattiva gestione dei finanziamenti.

Il sostegno popolare offerto a Bukele deriva anche da alcune misure che egli ha adottato per cercare di risolvere i problemi socio-economici causati dalla pandemia di Covid-19, tra le quali si può annoverare quella di donare 300 dollari ed aiuti alimentari alla parte più povera della popolazione. Malgrado il confinamento imposto dalle autorità abbia ricevuto la condanna da parte della Corte Suprema, che ne ha dichiarato l’incostituzionalità, la gestione della pandemia è stata elogiata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Al tempo stesso le misure adottate dal governo hanno contribuito nel 2020 ad una contrazione economica di quasi il 9% del Pil: le agenzie Moody’s e Fitch Ratings hanno entrambe declassato il rating del paese a negativo, fornendo una prospettiva sfavorevole di crescita per la capacità di ripagare il debito accumulato.

Per diffondere i suoi messaggi, per accusare e diffamare i suoi oppositori, catalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica, Bukele utilizza i canali offerti dai social media. Alla pari dei leader populisti, inoltre, critica apertamente l’impianto democratico e mostra uno scarso rispetto per le istituzioni: nel febbraio del 2020 fece irruzione, accompagnato da soldati armati, nella sede dell’Assemblea Legislativa dopo il rifiuto del Parlamento di approvare il bilancio per il programma di sicurezza nazionale.

Feroci critiche destarono anche le esternazioni di Bukele nei confronti degli accordi di pace di Chapultec che circa trent’anni fa posero la parola fine alla sanguinosa guerra civile che devastò il paese centroamericano dal ’79 al ’92, provocando oltre settantamila morti. Nelle opinioni di Bukele l’intesa che regolò il conflitto bellico e che portò alla smobilitazione delle forze ribelli, permettendo la loro integrazione nella vita politica del paese, è paragonabile ad una farsa e ad un patto tra corrotti.

L’amministrazione americana appare vivamente preoccupata per il rispetto della democrazia e dello stato di diritto nel paese centroamericano.

Durante la presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno fatto leva sugli aiuti allo sviluppo per incentivare i governi centroamericani a porre un freno ai fenomeni migratori. La presidenza Biden, che si propone di sradicare la corruzione e favorire condizioni di vita migliori, rischia di impantanarsi dinanzi all’erosione delle norme democratiche di buona parte della regione centroamericana, El Salvador compreso. L’obiettivo di Washington è quello di cercare di migliorare le condizioni di vita degli abitanti del Triangolo settentrionale in modo da incentivarli a rimanere nella loro terra. Non sarà semplice per Biden relazionarsi con un presidente “simil-Trump” come Bukele.

Washington dovrà essere abile a mantenere al centro dell’attenzione i principi democratici, affrontando al contempo le cause profonde delle ondate migratorie. Inoltre i livelli di corruzione e di criminalità presenti nella regione centroamericana risultano essere ben maggiori rispetto a quando lo stesso Biden se ne occupò in prima persona in qualità di vice-presidente durante la presidenza Obama. Al contempo il dominio politico di Bukele potrebbe rappresentare un ostacolo per le ambizioni del nuovo inquilino della Casa Bianca, il quale reputa invece di importanza  cruciale il consolidamento della democrazia nei Paesi dell’America centrale per porre un argine agli enormi flussi di migranti provenienti dal Triangolo del Nord.

Secondo l’Associated Press, l’amministrazione Biden nutrirebbe serie preoccupazioni sul fatto che Bukele supporti la democrazia e lo stato di diritto. Già in febbraio, prima delle elezioni legislative salvadoregne, Biden ha rifiutato di incontrare Bukele che aveva organizzato una visita privata a Washington. La Casa Bianca, infatti, non volle concedere al presidente salvadoregno il vantaggio di un incontro privato in una data così ravvicinata alle elezioni legislative. Bukele ha negato il fatto di aver richiesto un incontro con Biden, obbligando Brendan O’Brien, incaricato d’affari dell’ambasciata degli Stati Uniti a San Salvador, a sostenere dinanzi alle telecamere la sua affermazione.

Nonostante sia plausibile ritenere l’amministrazione Trump colpevole di aver chiuso un occhio dinanzi ai fenomeni di corruzione presenti in America centrale, è molto probabile invece che siano stati proprio i funzionari del tycoon a fermare il possibile colpo di stato tentato nel febbraio del 2020 da Bukele, ovvero quando quest’ultimo entrò in Parlamento accompagnato dai militari. Questa tesi trova infatti conferma nelle parole del padre gesuita Josè Marìa Tojeira, direttore dell’Istituto per i Diritti Umani presso il Josè Simeòn Cañas di San Salvador, secondo il quale è stato proprio grazie all’operato dell’Ambasciata americana che il golpe salvadoregno non ha avuto esito positivo.


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Che i rapporti diplomatici tra Washington e San Salvador stiano attraversando una fase critica lo conferma il fatto che quindici membri del Congresso americano abbiano inviato il 24 febbraio scorso una lettera al Segretario di Stato americano Antony Blinken nella quale esprimevano gravi preoccupazioni per il mantenimento della democrazia durante la presidenza di Bukele, sostenendo che Washington debba necessariamente condannare l’operato del presidente salvadoregno.

Nell’immediato futuro sarà lecito attendersi ulteriori tensioni tra l’amministrazione Biden e il presidente honduregno anche alla luce delle parole di Juan Gonzàlez, direttore senior del Consiglio di sicurezza nazionale, il quale ha evidenziato come gli Stati Uniti non considereranno alleati quei leader che non porranno la lotta alla corruzione in cima al loro programma politico.