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TematicheCina e Indo-PacificoBRICS versus Occidente: preludio di un nuovo Ordine internazionale?

BRICS versus Occidente: preludio di un nuovo Ordine internazionale?

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Recentemente si è ravvivato l’interesse sulla scena internazionale per un’iniziativa di multilateralismo politico-commerciale tra i Paesi BRICS che potrebbe rendere necessaria una revisione degli attuali assetti geopolitici attualmente fondati sulla centralità americana. Il presente articolo ha come scopo la disamina dell’iniziativa e della possibile configurazione di un nuovo Ordine globale.

Gli obiettivi della nuova alleanza

L’acronimo “BRICS” è stato coniato nel 2001 da Goldman Sachs per individuare un nuovo aggregato geo-economico rappresentato da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, a suo tempo qualificabili quali Paesi “emergenti”. Riunitisi per la prima volta nel 2004 a New York a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dal 22 al 24 agosto scorso si è tenuto a Johannesburg il quindicesimo vertice tra i BRICS con funzione programmatica e dal tema “BRICS e Africa: partenariato per una crescita reciprocamente accelerata, uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo”.

Il “penta-club” è rappresentativo del 36% del PIL mondiale e del 47% della popolazione mondiale e si fonda su “una comunanza di valori quali il multilateralismo inclusivo, l’applicazione del diritto internazionale, il mantenimento della pace e sicurezza a livello globale, la promozione dello sviluppo sostenibile, della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali” (XV Vertice dei BRICS: tutti i punti della dichiarazione finale).

L’obiettivo dei BRICS pare essere chiaro: strutturare un blocco di Paesi che si svincoli progressivamente dall’egemonia occidentale sia sul piano economico che geopolitico anche mediante l’avvio di un processo di de-dollarizzazione e il ricorso a nuovi organismi multilaterali. 

Quanto al primo aspetto, si promuove l’adozione di nuovi sistemi di pagamento internazionali per abbandonare l’utilizzo del dollaro statunitense e favorire l’uso di valute locali o, in una alternativa alquanto utopica, l’introduzione di una moneta unica (What is a BRICS currency and is the U.S. dollar in trouble?). Di pari passo alla de-dollarizzazione vi è la volontà di internazionalizzare l’uso della valuta cinese, il renminbi, che rappresenta uno dei maggiori desiderata di Pechino, tant’è che, a titolo esemplificativo, le forniture di gas russo hanno iniziato ad essere pagate in rubli e in renminbi. Ciò evidenzia, però, ab origine alcune criticità: (i) la Cina aderisce ad un’economia socialista di mercato che, seppur non del tutto scevra degli elementi tipici delle logiche capitalistiche, impedisce la libera circolazione dei capitali, essendo al contempo soggetta ad un imponente controllo statale; (ii) le principali riserve valutarie delle banche centrali mondiali (inclusa quella cinese) sono in dollari statunitensi e (iii) il biglietto verde, diversamente dalla valuta cinese, ha un’operatività extra-territoriale il cui utilizzo avviene nel 41% delle transazioni mondiali.

Quanto al secondo aspetto, si propone una riforma degli organismi istituiti con gli accordi di Bretton Woods mediante il ricorso a nuove istituzioni e l’adozione di nuovi strumenti finanziari, ovverosia (i) la New Developement Bank, quale alternativa alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, già operativa dal 2016 con lo scopo di finanziare i progetti BRICS e (ii) il Contingent Reserve Arrangement, un meccanismo di finanziamento regionale sottoscritto nel 2015 al fine di fornire supporto finanziario e strumenti precauzionali ai Paesi aderenti (BRICS vogliono sostituire l’impianto di Bretton Woods con una valuta alternativa al dollaro).

Una chimera geopolitica?

Attualmente il legame tra i BRICS è meramente de facto e fondato su accordi non vincolanti. Occorre evidenziare però che il gruppo non è refrattario all’applicazione del diritto internazionale, tant’è che, come menzionato precedentemente, si rimarca tanto la necessità che i negoziati tra i Paesi aderenti si inseriscano all’interno della cornice del diritto internazionale, quanto l’impegno ad agire in conformità ai principi sanciti nella Carta dei diritti delle Nazioni Unite.

Sul punto è interessante notare, come più ampiamente analizzato in un paper di Gabriel Webber Ziero (Looking for a BRICS perspective on International Law), che i BRICS potrebbero addivenire ad una interpretazione ed applicazione del diritto internazionale secondo una “differente prospettiva” (il c.d. “prospettivismo” nietzschiano) e ça va sans dire quale potrebbe essere l’impatto di un’adesione a nuovi modelli interpretativi. Ad esempio, una preliminare riflessione che sovviene consiste nel fatto che l’adesione ad una differente “prospettiva” implicherebbe l’attribuzione di significati normativi colti direttamente dalla realtà economico-sociale (mutevole, arbitraria ed incerta) a discapito di una interpretazione univoca delle norme giuridiche (quella Occidentale) a cui potrebbe conseguire il sovvertimento o, perlomeno, la modifica (in tutto o in parte) della visione Euro-americana dei medesimi principi consolidatasi nel tempo.

Intesa de facto, eterogeneità dei sistemi politici, interessi geopolitici differenti, presenza di autoritarismi, assenza di un mercato unico e di un quadro giuridico comune, Paesi su più piani concorrenti (Russia, India e Cina) sono tutti aspetti che possono minacciare l’effettiva implementazione dell’iniziativa relegandola a mero raggruppamento propagandistico anti-Occidente; dall’altro lato però, tali aspetti sono corroborati da alcuni elementi favorevoli, quali, a titolo esemplificativo, la diversificazione dei traffici commerciali e un maggior impulso allo sviluppo infrastrutturale tra i Paesi aderenti.

Eppure, tali difficoltà non saranno senz’altro un deterrente per il proseguo dei negoziati tra i vari membri e anche il rapporto Cina-Russia sembra beneficiare di maggiore vigore tanto dal punto di vista commerciale (basti pensare che nel 2022 gli scambi tra i due Paesi hanno raggiunto un valore pari a 190.271 miliardi di dollari), quanto dal punto di vista diplomatico (ben nota è la “neutralità filorussa” assunta dalla Cina nella guerra russo-ucraina). Di converso, la contrapposizione di ideali e la presenza di un regime autocratico trovano una convergenza nell’individuazione di un “nemico comune”: l’Occidente.

Occorre ricordare che l’obiettivo di Pechino di acquisire una centralità nella governance globale – il progetto delle “Nuove Vie della Seta” (Belt and Road Initiative, BRI) avviato nel 2013 è antesignano in tal senso – è minato su più fronti, in primis quello interno, dato che il successo delle due iniziative “BRI(CS)” è correlato anche al perdurare dell’egemonia del Partito Comunista Cinese (PCC) che però sta attraversando una progressiva perdita dell’ideologia motivante e di attaccamento ai suoi valori da parte della popolazione (ll Risveglio del Drago, La minaccia di una Cina senza strategia).

A ciò si aggiungono (i) la crisi del settore edilizio ed infrastrutturale (la crisi del colosso immobiliare Evergrande è un esempio) e (ii) una generale fase di stagnazione economica dettata dal calo demografico, da un aumento del debito pubblico, dalla minore produttività e dall’assenza di riforme orientate al mercato (Involuzione cinese).

Verso un nuovo Ordine globale?

La nascita di un nuovo polo di sviluppo, concretizzatosi nel partenariato BRICS e al quale, probabilmente, si aggiungeranno dal 1° gennaio 2024 anche Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti – è sintomatica della frammentarietà e dell’indebolimento dell’influenza del blocco Occidentale nonché dell’inadeguatezza dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza, istituzioni anacronistiche rispetto al mutevole contesto internazionale e necessitanti di interventi di riforma.

Un “malessere” emerso non da ultimo in occasione dell’incontro annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutosi lo scorso 19 settembre a New York segnato dall’assenza dei leader rappresentativi di quattro dei cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza: Russia (per ragioni ben note), Cina, Francia e Gran Bretagna.

Quale sarà lo sviluppo dei principali raggruppamenti informali di governance globale (G2, G7, G8, G20 (comprensivo dei BRICS)? La nuova forma di concertazione segnerà un inesorabile tracollo dell’Occidente o gli attori internazionali riusciranno a dar vita ad una nuova intesa in cui Pechino acquisirà, verosimilmente, un ruolo di primaria importanza?

Non resta che tornare al punto di partenza: siamo al “Preludio di un nuovo Ordine internazionale?”.

La progressiva affermazione del “nuovo polo di sviluppo” apre senz’altro all’eventualità che si possa costituire un nuovo Ordine che, benché non debba implicare necessariamente l’esautorazione del ruolo dell’Occidente, rende emblematica la necessità di adottare una nuova strategia da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Tale eventualità è da leggersi secondo una duplice prospettiva: in un’ottica ottimistica, si potrà assistere all’avvio di dialoghi tra i vari attori internazionali all’interno degli attuali organi multilaterali (anche nell’ottica di addivenire ad un loro rinnovo); ovvero, in mancanza di uno spirito collaborazionistico tra le parti, la possibilità che l’asse euro-atlantico applichi nuove misure a carattere geo-economico (e.g. limitazioni alle esportazioni, imposizioni di sanzioni commerciali ecc.) per vanificare le potenziali minacce provenienti dai Paesi BRICS.

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