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Distru(p)/(c)tive World: la dimensione economico-contrattuale del terrorismo, il fil rouge iraniano-sudafricano e la bulimia dei BRICS

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Un titolo per alcuni versi provocatorio per altri ossimorico unendo (idealmente) tre temi caldi nel panorama internazionale che, benché privi di una correlazione causa-effetto determinano e, verosimilmente, determineranno sia un’“innovazione dirompente” (disruptive) – avendo specifici effetti sulla possibile configurazione del nuovo Ordine – sia (pressoché solo uno dei tre fenomeni) conseguenze catastrofiche (distructive). L’articolo ha come scopo l’approfondimento del fenomeno terroristico nella sua declinazione economico e giuridica, la metafora geopolitica del fil rouge e la condivisione di alcuni spunti di riflessione nel dedalo delle relazioni internazionali.

Il costo della guerra

    Qual è il contraccolpo economico degli eventi terroristici del 7 ottobre scorso?

    Oltre alla drammatica crisi umanitaria lungo la Striscia di Gaza (al 31 dicembre si contavano circa 1.8 milioni di profughi e 21.000 morti), secondo quanto riportato dalla rete televisiva “Aljazeera” nel periodo compreso tra il 7 ottobre e il 19 dicembre l’importo stimato dei danneggiamenti/distruzioni riguardavano oltre 306.500 unità residenziali, 352 strutture scolastiche, 197 strutture lavorative, 27 su 35 ospedali complessivi non più operativi e si segnalava una perdita del 66% dei posti di lavoro (“Nearly 66 percent of jobs lost in Gaza since Israel-Hamas war broke out”).

    Sul fronte israeliano, la Banca Centrale di Israele evidenzia come l’economia israeliana stia registrando segnali positivi trovandosi in una fase di “adattamento” alla realtà, tanto da (i) consentire alla Banca d’Israele di tagliare i tassi di interesse di 25 punti base portandoli al 4,5% per sostenere le famiglie e le imprese e (ii) da auspicarsi una riduzione del tasso di inflazione dal 3,3% (registrato nel mese di novembre) all’1% – 3% da raggiungere nel primo trimestre del 2024 (La Banca di Israele taglia per la prima volta il tasso di interesse dal 2020). Inoltre, stando a quanto riferito dal Ministro delle Finanze e riportato nel “The Times of Israel”, Israele dovrà sostenere un costo legato al conflitto pari a circa USD 13.8 miliari (assumendo la fine della guerra nel primo trimestre del 2024) e a cui si aggiungerebbero circa USD 2.5 miliardi a titolo di civilian expenses e ulteriori USD 2.3 miliardi a titolo di “altri oneri” (inclusivi di quelli relativi a government debt-financing e relativi interessi) (“War with Hamas to cost Israel at least NIS 50 billion in 2024”).

    L’aumento del prezzo del petrolio, la carenza di commodities, l’aumento dell’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse, il rallentamento dei consumi e dell’economia sono tutti elementi ricorrenti dell’effetto-domino del conflitto. A ciò si aggiunge la crisi del Mar Rosso e la necessità di modificare le rotte marittime se non, addirittura, pensare di sostituirle completamente. Se durante “l’età delle scoperte” l’instabilità dei territori del Medio-Oriente aveva portato i portoghesi a ricercare delle vie alternative, lo stesso può dirsi oggi, a più di 800 anni di distanza, in cui il conflitto sta imponendo – temporaneamente, anche se con il rischio che diventi un fenomeno strutturale – il passaggio per il Capo di Buona Speranza in alternativa a Suez, ma non per tutti. Difatti, anche a seguito dei vari attacchi alle navi mercantili americane da parte degli Houthi, gruppo di miliziani yemeniti, questi ultimi hanno espressamente confermato che garantiranno la libertà di transito alle navi cinesi e russe.

    La dimensione giuridica del terrorismo tra diritto pubblico e diritto privato

      In un’ottica sovranazionale il concetto di terrorismo può essere valutato secondo la duplice prospettiva del diritto pubblico e del diritto privato.

      Sul piano del diritto pubblico, il 29 dicembre u.s. il Sud Africa ha presentato un’istanza ai sensi del diritto internazionale umanitario innanzi alla Corte Internazionale di Giustizia affinché giudichi e dichiari Israele colpevole per aver violato una norma di ius cogens (i.e. le regole cogenti della consuetudine internazionale aventi un’applicazione universale), ovverosia il divieto di compiere atti di genocidio ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948. Con l’ordinanza n. 192 del 26 gennaio u.s. la Corte, ai sensi dell’art. 41 del suo Statuto, ha ordinato ad Israele di adottare le misure cautelari per impedire il genocidio palestinese e, dunque, ravvisando prima facie (seppur preliminarmente, visto che la valutazione del merito durerà diversi anni) la possibilità che alcuni atti integrino i presupposti per la configurazione del crimine internazionale (“La Corte Internazionale di Giustizia ordine ad Israele di interrompere gli atti di genocidio”). 

      Si tratta senz’altro di un’ordinanza incidentale con un particolare stigma sul piano politico, anche se vi è una illusorietà di non poco conto: le decisioni della Corte hanno carattere vincolante e definitivo, ma nella pratica la Corte non ha i mezzi per renderle enforceable dal momento che, nel caso di inadempimento da parte di Israele (ove giudicato colpevole al termine dell’istruttoria), l’adozione delle relative contro-misure richiederebbe una risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (di cui fanno parte anche gli Stati Uniti, storico alleato di Israele, con il relativo potere di veto). Ça va sans dire quale potrebbe essere l’esito della risoluzione.

      Sul piano della relazione contrattuale tra privati, il terrorismo assume rilevanza sia in una fase preliminare del rapporto contrattuale, sia in una fase successiva in quanto il verificarsi di acts of terrorism/war possono dar vita a vicende patologiche del contratto (ad esempio, ritardi o interruzioni delle forniture, maturazione di costi aggiuntivi e l’applicazione di penali da ritardo, danni alla merce, perdita di beni ecc.).

      Quanto alla prima ipotesi, si tratta della c.d. procedura KYC (Know your Customer) a carattere preventivo e disciplinata a livello internazionale, comunitario ed italiano trovando, in quest’ultimo caso, una collocazione nel D. Lgs. 231/2007 (promulgato per contrastare, tra le altre cose, i fenomeni connessi al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo) che si fonda, inter alia, sul principio cardine dell’adeguata verifica della clientela e sulla segnalazione delle operazioni sospette in base alla valutazione del profilo soggettivo della controparte (i.e. liste), la localizzazione in aree di rischio, le modalità di pagamento ecc. 

      Quanto alla seconda ipotesi potremmo definirla artificiosamente come “Know your Contract” da intendersi come la dovuta accortezza nella redazione dei mitigants, rimedi contrattuali, per tutelarsi (se non altro de jure) dalle possibili patologie contrattuali. 

      War e terrorism sono riconducibili ad un evento di forza maggiore trattandosi di un “evento imprevedibile e straordinario” al di fuori del controllo delle parti e che legittimerebbero l’affected party ad esentarsi dall’esecuzione delle proprie obbligazioni (senza che questa astensione sia considerata come un inadempimento con le conseguenze che ne deriverebbero). 

      Fermo restando il principio di autonomia contrattuale, nei contratti commerciali internazionali potrebbero essere previste, a mero titolo esemplificativo, alcuni mitigants: (i) le c.d. MAC clauses, material adverse change, in cui il verificarsi di specifici eventi legittima, ad esempio, la richiesta di avvalersi della risoluzione contrattuale; (ii) la sottoscrizione di polizze assicurative a copertura del rischio specifico; (iii) una specifica allocazione tra le parti degli additional costs correlati all’evento (eventualmente entro specifici thresholds); (iv) l’inserimento di un generale duty to renegotiate che rappresenterebbe, impropriamente, un “ombrello assicurativo” consentendo alle parti di rinegoziare i principali termini contrattuali (i.e. costi e tempi). 

      L’allargamento dei BRICS 

        Affrontando il tema in medias res, la “bulimia” dei BRICS (in termini metaforici) è da intendersi come il progressivo allargamento dei Paesi che vi aderiscono e, difatti, come già preannunciato nell’XV Vertice del 22 agosto scorso a partire dal 1° gennaio 2024 si sarebbero aggiunti (come effettivamente avvenuto) altri Paesi, quali Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran (l’unica assente rispetto ai membri in lista è l’Argentina). 

        Tra i vari neofiti quello che più preoccupa è l’espansionismo politico, tecnologico e nucleare dell’Iran che potrebbe rappresentare il possibile leitmotiv tra la guerra israelo-palestinese – sotto le vesti della c.d. “guerra per procura”, proxy war – e le politiche da adottare in seno ai BRICS. 

        Un breve inciso: nella situazione “analoga” del conflitto russo-ucraino per contrastare il sostegno militare dell’Iran alla guerra l’Unione Europea ha varato un insieme di misure restrittive vietando, ad esempio, l’esportazione dall’Unione europea verso l’Iran di componenti utilizzati per la costruzione e la produzione di droni (Iran: misure restrittive dell’UE – Consilium (europa.eu)). 

        I BRICS saranno in grado o, per meglio dire, saranno interessati ad attuare delle misure volte a limitare la possibile partecipazione (anche indiretta) dell’Iran al conflitto o, alternativamente, ad avviare un dialogo diplomatico?

        Gli episodi sopra menzionati, ovverosia la libertà di transito garantita alle sole navi russe e cinesi nel Mar Rosso, l’accusa di genocidio presentata dal Sud Africa, il ruolo dell’Iran nel conflitto, parrebbero delineare il progressivo rafforzamento della soft power dei BRICS nella configurazione del nuovo Ordine

        Quale sarà il breaking even point tra i conflitti armati e le guerre commerciali nel caso in cui le armi geo-politiche (i.e. sanzioni) utilizzate dall’Occidente dovessero risultare la contromisura applicata dal club dei BRICS nei confronti dell’Occidente stesso? 

        Chi avrà il ruolo di deus ex machina?

          Le precedenti considerazioni andrebbero valutate secondo un approccio olistico volto a cogliere le intricate ed interdipendenti ragioni sottese alle strategie adottate dai vari Paesi. 

          Basti pensare che la validità di quanto riportato nel presente articolo – non tanto in termini di veridicità rispetto ai singoli fatti, quanto più in relazione al verificarsi di eventuali ed ulteriori stravolgimenti – potrebbe ritenersi soggetta ad una sorta di “condizione sospensiva”, ovverosia l’esito delle prossime elezioni americane e la politica estera che adotterà il 47° presidente degli Stati Uniti, Pease che, ad oggi, risulta essere ancora il più “potente” del mondo. È facilmente intuibile quali siano gli altri due Paesi sul podio che, per pura coincidenza, fanno parte della lega BRICS.

          Vi è dunque la possibilità che la lex mercatoria (rappresentativa, fino ad oggi, di uno dei baluardi nei rapporti commerciali internazionali) subisca una metamorfosi e il paradigma delle “pratiche consuetudinarie” venga sostituito dall’affermarsi di “nuovi usi” sempre più contaminati dai principi sociali, ideologici e religiosi di uno specifico Paese? 

          Sul punto, a mero titolo esemplificativo, la legge islamica, Sharia, è un insieme di concetti che si desumono dai testi sacri cosicché le norme sociali acquistano una qualità giuridica intrinseca determinando la possibile “contaminazione” nei termini sopra citati. 

          Come può la mentalità statica dei BRICS – non tanto per la carenza di iniziativa o di progettualità, quanto più perché fondata su dogmi e certezze immodificabili – armonizzarsi con la mutevolezza della realtà e l’eterogeneità delle ideologie fondanti lo stesso sostrato dei BRICS?

          Chi sarà il “burattinaio” del nuovo Ordine Globale, il deus ex machina e/o il deus ex digitalis (visti i tempi), che orchestrerà le sorti del nuovo quadro geopolitico in cui l’unica “tragedia” – per utilizzare un’analogia rispetto alla teatralità greca – parrebbe essere l’assenza da parte dell’asse Euro-Atlantico di un piano congiunto sul triplice fronte politico-economico-diplomatico?

          Tale situazione è aggravata non solo dall’insicurezza derivante dalla percezione sociale del terrorismo ma anche dall’assenza di certezze, non perché nei decenni addietro ce ne fossero, quanto più perché sembravano esserci, per converso, meno incertezze proprio perché i paradigmi di solidità e sicurezza erano garantiti dall’autorevolezza dell’Occidente (i.e. Stati Uniti) e dei suoi organismi multilaterali (i.e. Nazioni Unite) ma questi dogmi sembrano, oggigiorno e con qualche rammarico, non più applicabili.

          The elephant is in the room: tipica espressione inglese che rappresenta al meglio il contesto in cui viviamo in cui l’oggettività dei fatti, per quanto ovvia, viene minimizzata se non, addirittura, ignorata. 

          Silvia Sbaiz

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