Brexit: ovvero, Regno Unito al voto ed Europa al bivio

Nel giorno del voto inglese sulla permanenza o meno nell’unico sistema istituzionale sovranazionale esistente al mondo, prima di analizzare i punti salienti della questione sul piano delle conseguenze geopolitiche di un’eventuale uscita, una cosa risulta certa, aldilà di ogni ragionevole dubbio: la consultazione odierna, nel caso di un Britain’s withdrawal, rappresenta uno di quei fatti storici la cui portata è difficilmente valutabile nelle sue esatte proporzioni.

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E tuttavia, le possibili implicazioni sono tali e di tale rilevanza da farci con serenità affermare che, nelle mani dei cittadini britannici, c’è oggi molto più che una scheda elettorale: c’è una scelta dalla quale potrebbero dipendere i destini dell’Europa, la sua formula istituzionale, la sua filosofia economica, e soprattutto la sua collocazione geopolitica nello scacchiere globale.

Anzitutto, sbaglia chi pensa che una eventuale vittoria del remain risulterebbe meramente “conservativa” dell’attuale status quo, e che perciò non avrebbe conseguenza politica alcuna. Quand’anche la maggioranza del popolo inglese decidesse di restare parte del progetto europeista, il referendum di oggi ha comunque infranto il tabù: quello della non-irreversibilità del processo di costruzione europea. Non è irragionevole prevedere nel breve termine che le forze antieuropeiste di vario genere e colore approfitteranno dell’esempio britannico per perorare la causa dell’uscita dall’Unione e promuovere consultazioni del medesimo tenore nei rispettivi Paesi.

Inoltre, stando alle rilevazioni sondaggistiche, il fronte filo-europeista potersi aspettare al massimo una vittoria percentualmente esigua: il vantaggio politico netto d’immagine per l’UE sarebbe di fatto inconsistente, e Bruxelles dovrebbe comunque continuare a fare i conti con un Paese per metà o quasi insofferente (se non addirittura ostile) alla causa europeista.

Decisamente più complesso è tentare un’analisi delle possibili ricadute di un esito referendario favorevole alla defezione britannica. A dispetto di una campagna referendaria fortemente caratterizzata dal dibattito sulle conseguenze economico-finanziarie, è probabile che la scomparsa della Union Flag dalla foto di famiglia delle bandiere dell’UE avrebbe conseguenze sensibilmente più decisive sul piano politico (anche politico-economico), quantomeno nel lungo medio-periodo: conseguenze che si irradierebbero, in uno schema a cerchi concentrici, partendo dalle dinamiche politiche interne all’UE quale organizzazione, per poi propagarsi al resto del continente, fino a determinare riassestamenti nella proiezione esterna dell’Unione. Nessun aspetto dell’Europa, così come oggi la conosciamo, sarebbe prevedibilmente destinato a rimanere perfettamente intatto. Andrebbero incontro a mutamenti, più o meno profondi e penetranti, l’attuale bilanciamento di poteri tra gli Stati Membri di “prima classe”, il contenuto delle politiche economiche europee e il pensiero stesso che ne costituisce il fondamento, il rapporto con gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica, e l’annoso dibattito sul futuro istituzionale del continente.

Se da una parte l’abbandono britannico avrebbe, come effetto quasi immediato, quello di offrire alle sempre maggiori spinte centrifughe, sia nazionali che nazional-regionali, l’occasione per chiedere altrettanti referendum per l’uscita dall’UE, dall’altra occorre considerare come gli effetti a medio-lungo termine potrebbero colpire i delicati equilibri politici tra gli Stati Membri: mentre i propugnatori più convinti del federalismo europeo – come da tradizione – accusano Londra di rappresentare un insormontabile ostacolo al traguardo degli Stati Uniti d’Europa, è necessario per contro ricordare come la presenza del Regno Unito nell’UE abbia costantemente garantito una sponda politica per i partner europei preoccupati dell’eccessiva incidenza tedesca nella politica comunitaria.

L’uscita di Londra lascerebbe pertanto questi governi, in primis Parigi, più soli di fronte ad uno strapotere di Berlino difficilmente arginabile nel tavolo delle negoziazioni permanenti a Bruxelles, che sotto molti aspetti, più che capitale europea, continua a rimanere sede di importanti decisioni squisitamente intergovernative, dove i voti non si pensano, si contano. Considerando come nessun Paese ad oggi potrebbe, né vorrebbe (o saprebbe) sostituire Londra nel suo ruolo di equilibratore a geometrie variabili, non è irragionevole prevedere che la vittoria dell’exit darebbe il via ad una tettonica politica che, con ogni probabilità, sposterebbe il baricentro decisionale europeo ancor più vicino a Berlino.

A trarne maggiormente giovamento sarebbero, conseguentemente, quelli che, a torto o a ragione, già oggi levano pesanti critiche contro l’UE germanocentrica. Un altro elemento potrebbe peraltro accentuare la convergenza su Berlino dei possibili nuovi equilibri europei: l’abbandono britannico determinerebbe una sovrapposizione quasi perfetta, sul piano del peso politico, tra zona Euro e Unione globalmente intesa; andrebbe così a perdersi ogni credibile contrappeso all’incidenza politica che l’Eurogruppo ed il suo azionista di maggioranza hanno nell’influenzare l’agenda politica europea nel suo complesso.  L’uscita inglese, anziché favorire una stabilizzazione virtuosa delle dinamiche politiche europee, potrebbe così determinare un ulteriore sbilanciamento di potere a favore della capitale tedesca: gli squilibri attuali pertanto cambierebbero solo residenza, certo non il loro modo di essere.

Come Londra ha saputo abilmente equilibrare il gioco dei principali attori continentali sul piano politico interno europeo, così la capitale del Regno Unito ha costantemente rappresentato un solido ostacolo alle tendenze protezionistiche mai sopite in tanta parte dell’élite euro-continentale; se da una parte il momento genetico dell’Europa unita si identifica nel tentativo di abbattere le barriere interne per consentire la libera circolazione dei fattori produttivi nel mercato unico, è pure vero d’altra parte che alcuni Paesi e una congerie di influenti movimenti politici e organizzazioni sociali sparsi in tutto il continente aspirano a trapiantare sul piano sovranazionale modelli e costituzioni economiche nazionali fortemente centralizzate, connotate da una forte componente di controllo statuale sull’economia e da meccanismi direttamente o indirettamente limitativi della piena libertà degli scambi.

Senza l’azione di equilibrio esercitata dal Regno Unito, tradizionalmente portatore di una visione ampiamente improntata alla libertà economica e alla liberalizzazione dei mercati, è ragionevole prevedere che la costituzione economica dell’UE del futuro nel medio-lungo periodo possa sì parlare il linguaggio free-trade, ma con meno enfasi e con qualche esitazione in più rispetto ad oggi. E tutto ciò con la possibile conseguenza di una contrazione generale sia delle prospettive domestiche di crescita economica (già attualmente tutt’altro che entusiasmanti) che della capacità di attrarre investimenti dai Paesi emergenti.

Anche dal punto di vista economico pertanto, le conseguenze più dolorose per il continente con ogni probabilità non sarebbero quelle immediate. D’altro canto, e sempre che l’eventuale uscita non scateni una tempesta finanziaria sui mercati europei, le difficoltà di un’uscita dall’UE della piazza finanziaria londinese potrebbero essere gestite senza troppi affanni, a mutuo beneficio tanto inglese quanto europeo, ricorrendo a diversi meccanismi di inclusione nello spazio economico europeo già esistenti (EFTA, EEA) o da creare ad hoc. Il problema principale, nuovamente, non riguarda le prospettive di breve periodo, quanto le ricadute a lungo termine: più che di economia e finanza contingente, l’uscita britannica ci porrebbe di fronte ad una questione di costituzione economica europea futura.

Da ultimo, vengono in rilievo le implicazioni “esterne”: perdere Londra per l’UE significa anzitutto perdere la sola capitale europea, assieme a Parigi, veramente capace di una proiezione internazionale a tutto campo, assistita da una solida tradizione di legami commerciali globali, di collaudati strumenti diplomatici e di soft power e di capacità militari e di intelligence. E’ ragionevole prevedere che l’Unione, già cronicamente debole sul piano dell’azione esterna, non trarrebbe vantaggio alcuno dall’uscita di scena del Regno Unito, sia nel caso che le capitali europee continuino ad agire in ordine sparso, sia viceversa nel caso di un cambio di passo (ad oggi ragionevolmente poco probabile) di Berlino, finora riluttante a intestarsi il ruolo, come capitale guida del Vecchio continente, di fornitore di sicurezza, quantomeno nell’Estero vicino.

In entrambi i casi, e come già sottolineato sul piano della politica europea e delle conseguenze sulla “filosofia economica” dell’UE, è prevedibile che gli effetti della Brexit si faranno sentire nel medio lungo periodo, segnatamente sotto forma di un probabile riallineamento geopolitico del continente. Un riallineamento ancor più accentuato nell’eventualità di un futuribile protagonismo internazionale tedesco, che potrebbe portare l’asse europeo della politica estera e di difesa a scostarsi, anche sensibilmente, rispetto alle posizioni atlantiste cui l’Europa è rimasta legata, nonostante frizioni negli anni recenti, grazie anche alla presenza e all’influenza britannica.

Difficili da valutare infine le conseguenze della vittoria del Sì tanto sulla coesione europea nella direttrice ovest-est, quanto sulla prosecuzione del dialogo e della cooperazione, politicamente asimmetrica e complicatissima, tra UE ed Alleanza Atlantica: quale sarà la reazione dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, oggi Stati Membri dell’Unione, che hanno goduto nell’ultimo biennio del convinto sostegno politico inglese alle richieste di solidarietà e rassicurazione contro la muscolarità esibita dal Cremlino? In caso di Brexit, Paesi come le Repubbliche baltiche e la Polonia difficilmente troverebbero una sponda politica altrettanto solida in un’Europa che, senza il Regno Unito quale ideale punto di approdo del ponte euroatlantico che parte da Washington per collegare le due sponde dell’Oceano, dovrebbe anche fare i conti con sentimenti di rinnovata diffidenza americana. Non è da escludersi che il negoziato sul TTIP possa subire, in seguito all’uscita britannica, un ulteriore rallentamento, così come non è irragionevole che Washington possa assistere, già nel breve-medio periodo, ad uno slittamento del baricentro esterno dell’UE, sempre più verso gli Urali e sempre meno verso l’Atlantico. Da ridisegnare sarebbe infine la strategia di cooperazione militare bilaterale tra Parigi e Londra, senza che si possa ad oggi prevedere quali potrebbero essere le alternative per il governo francese, stante l’incognita tedesca di cui sopra.

In conclusione, il voto odierno proietta l’ombra di un’Europa al bivio su tanti piani (purtroppo scarsamente portati all’attenzione del pubblico inglese, stando a quanto è emerso dal dibattito di queste settimane): l’assetto attuale probabilmente garantirebbe ancora a lungo un’Europa magari non federale e politicamente “nana”, ma meno squilibrata e meno protezionista di quanto sarebbe senza la spina britannica nel fianco (tedesco o francese, a seconda delle contingenze); un’Europa senza la partecipazione attiva e diretta del Regno Unito potrebbe coronare, secondo i più arditi fautori del federalismo continentale, il sogno degli Stati Uniti d’Europa, ma potrebbe parimenti rischiare turbolenze interne, ulteriori defezioni o addirittura il collasso, come conseguenza di un ancor più accentuato germanocentrismo, insostenibile per alcune realtà nazionali insofferenti di fronte allo strapotere di Berlino.

Oggi il popolo inglese dovrà scegliere tra exit o remain, tra salto nel buio e status quo: per chi inglese non è, si tratterà di capire, a urne chiuse e voti contati, se l’Europa del futuro sarà suppergiù la stessa del presente (magari con qualche necessario, doveroso update politico, istituzionale ed economico), oppure più sbilanciata, meno atlantica e più continentale (ed eurasiatica?). Sempre che ‘Europa Unita, in futuro, ci sia ancora.