Brexit: costi e benefici per l’ambiente

Le conseguenze di una uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea, che è un evento ormai praticamente certo, almeno in misura parziale, avrà indubbiamente conseguenze sia sulla Politica energetica dell’Unione Europea e anche della stessa Inghilterra, sia sulle politiche ambientali di entrambi questi due soggetti, e quindi anche sulla loro azione a livello mondiale. Le conseguenze insomma possono anche essere viste nella loro dimensione globale.

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Gli effetti del Brexit non sono ancora tutti immediatamente visibili. Eppure da quello che se ne può già intuire, appare sin da ora evidente che una ricerca un po’ approfondita in questo senso merita indubbiamente di essere fatta.

Sotto il profilo politico, c’è immediatamente da rilevare che alcuni dei principali esponenti della Brexit come Boris Johnson  ostentano aperto scetticismo sul fatto che il  riscaldamento ambientale abbia la sua origine nell’azione dell’uomo come trasformatore e consumatore delle risorse naturali. E questo atteggiamento demagogico ed irresponsabile è a tutto campo, George Eustice, Ministro dell’Agricoltura del Governo Cameron, un notabile conservatore favorevole al “leave”, aveva già da tempo annunciato la sua intenzione di sbarazzarsi delle Direttive Europee che proteggono la vita e l’habitat naturale degli uccelli, un soggetto un tempo assai caro all’Inghilterra tradizionale, dove prosperano le attività di “bird watching”. E, come molri altri esponenti politici favorevoli all’uscita dalla UE, si era sempre battuto per un approccio “flessibile” alla protezione ambientale.
Contemporaneamente, si è già mosso l’ambiente industriale. Tanto per fare un esempio, le aziende interessate alla tecnologia del fracking stanno già proponendo un fast track, un passaggio accelerato della legislazione in materia alla Camera dei Comuni. Ed è una questione che, se interessa evidentemente soprattutto l’Inghilterra ed una ampia zona del Mare del Nord, potrebbe portare a informazioni che, se pur risultanti da una esplorazione condotta nelle aree di controllo inglese, potrebbero mettere in luce aspetti geo-minerari generali di altre zone contigue. Il che automaticamente porterebbe alla concreta possibilità di sfruttare il gas di scisto anche nei paesi e nelle aree confinanti, rendendo più difficile ogni resistenza alle pressioni delle forze economiche interessate
In generale, la legislazione britannica oggi esistente in materia deve moltissimo alle pressioni della  unione Europea. Ed è quindi molto probabile che l’orientamento generale della produzione legislativa futura in questa materia, cambierà di orientamento una volta venuta meno la pressione proveniente da Bruxelles.
Dal punto di vista dell’applicazione, poi, già oggi le stesse misure esistenti in  ambito europeo sulle questioni ambientali vengono utilizzate dalla Gran Bretagna in una maniera che, se non può essere considerata distorta, mostra almeno uno scarso convincimento per gli obiettivi ultimi di tali misure. Così, per esempio, la Gran Bretagna che è il secondo produttore di gas a effetto serra in Europa, è anche il più grande acquirente di permessi di  emissione di gas carbonici nel quadro del cosiddetto sistema europeo di commercio dei delle emissioni (EU ETS, emission trading system). E soprattutto è il paese che ancora oggi presta maggiore attenzione alla possibilità di costruire impianti atomici per la produzione elettrica, in particolare scambiando tecnologie con la Cina, così favorendo indirettamente la stessa pericolosa tendenza dei Cinesi (che sono, con gli Americani, i più grandi produttori al mondo di gas inquinanti) a affidarsi a questo tipo di fonti di energia.
Per rendersi conto bene di quanto, e perché, l’Unione Europea sia importante in questo campo bisogna tener presente il fatto che la problematica ambientale è cominciata ad emergere – almeno a livello di consapevolezza dell’opinione pubblica o di una parte più avanzata di essa – attorno agli anni ‘60. In precedenza, la consapevolezza di tali problemi e le conseguenti preoccupazioni erano ristrette ad una piccola minoranza composta da scienziati, con scarsa udienza pubblica. La presa di coscienza collettiva, che avrà una sorta di picco nei  primi anni del decennio successivo, coincide con il periodo in cui la Unione europea e le organizzazioni che l’hanno preceduta acquistavano una quota crescente di potere a scapito dei governi nazionali.  
Essendo, in un certo senso, alla ricerca di vie per creare una super struttura statuale estesa a livello di tutta l’Europa, le istituzioni europee hanno trovato un campo facile nei problemi per i quali non sono mai esistite a livello nazionale delle strutture ministeriali ed amministrative apposite. In questi campi, perciò, la resistenza burocratica espressa dagli Stati membri era molto più affievolita. L’ambiente cioè è diventato un argomento tipico delle competenze comunitarie, come lo sono oggi tematiche quali il diritto all’oblio,  tema di cui molto si occupa il Parlamento europeo, ma molto di meno anzi per nulla i Parlamenti dei paesi membri.
Le questioni ambientali su cui ci si deve mettere d’accordo in sede EU sono all’ordine del giorno quasi ininterrottamente. Ad esempio, proprio in questi giorni i ministri EU  di cui questi problemi sono competenza devono approvare i nuovi obiettivi per ridurre da qui al 2030 l’emissione di gas inquinanti. Sarà interessante vedere cosa accadrà.
Le resistenze contro la politica ambientale  non vengono soltanto dagli interessi legati agli idrocarburi ma anche in qualche caso soprattutto negli interessi legati al carbone. La Polonia, uno dei paesi che più ha beneficiato degli aiuti comunitari in questo ultimo decennio, è che oggi  con un governo di destra che largamente riflette il sentimento razzista e provinciale della sua opinione pubblica, si permette anche di fare la voce grossa contro l’immigrazione e contro la politica estera della UE,  produce la maggior parte della propria energia ancora con il carbone.  L’ odio del Governo polacco per la Russia e per Putin,  ed il suo neanche tanto nascosto diretto coinvolgimento nella oscura alleanza transazionale che spinge per una guerra in Ucraina, non sono tanto dovuti al senso di  rivalsa per tanti anni di dominazione straniera (in realtà la Polonia non è mai stato un paese veramente indipendente,  storicamente schiacciata come tra due nazioni come i tedeschi ed i russi entrambe a forte vocazioni imperiale),  quanto all’alternativa molto più pulita che il gas naturale di  provenienza russa offre rispetto ai loro giacimenti di carbone.  D’ora in poi, però,riva dell’appoggio inglese,  la Polonia avrà meno forza per sabotare una politica ambientale comune  più favorevole alle energie rinnovabili.
Osservando la situazione sotto il profilo ambientale appare poi anche l’inconsistenza di alcune tesi secondo cui altri paesi potrebbero prendere esempio dalla decisione britannica per chiedere a loro volta un referendum di uscita dalla UE. Tra questi paesi viene spesso, ad esempio,  citata la Svezia, E talora anche la Danimarca, che entrò nella Comunità Europea insieme all’Inghilterra proprio a causa dei suoi legami commerciali con il Regno Unito, che restare fuori dalla allora esistente tariffa esterna comune avrebbe fortemente danneggiato. Ma oggi invece la Danimarca oggi è più integrata con la Germania che con l’Inghilterra.  E la Svezia è uno dei più forti sostenitori della posizione tedesca tendente  a moltiplicare le fonti di energia alternativa a chiudere prima o poi tutte le centrali atomiche oggi esistenti.
Le posizioni contrarie ad ogni iniziativa tendenze a ridurre i danni all’ambiente non si limita naturalmente soltanto ai governi dei paesi membri. Esse coinvolgono anche gli interessi privati. E se le grandi aziende britanniche in campo petrolifero come la British Petroleum, la Shell e  la meno nota ma molto potenza Centrica,  hanno fatto campagna contro il brexit non è per amore dell’azione svolta da Bruxelles in questo campo, ma al contrario per il timore che, con l’uscita del governo britannico dalla ambito comunitario, venisse indebolito il campo che all’interno della stessa Unione europea si oppone alle misure di difesa ambientale. Si sono comportate cioè non da soggetti della società britannica, ma come soggetti apolidi i cui interessi sono indipendenti, e in questo caso contrari, a quella dell’Inghilterra.
Un altro punto importante è quello della posizione della Unione Europea relativamente agli accordi presi al vertice di Parigi per la negoziazione degli accordi mondiali sul clima.  E’ improbabile infatti che, una volta priva del della forza frenante del governo britannico, la Unione Europea possa rivedere al rialzo  le proprie ambizioni e i propri obiettivi in sede di negoziato mondiale, come invece ha auspicato Christiana Figueres,  la principale responsabile delle questioni ambientali in sede  Nazioni Unite. E’ invece probabile che la posizione UE rimarrà vincolata a quanto già deciso, che è meno di quanto avrebbe potuto essere se  il Brexit se fosse avvenuto prima. Però,  anche con questi obiettivi meno ambiziosi,  il suo peso sarà obiettivamente ridotto non solo dalla uscita del blocco di circa 60 milioni di cittadini europei ( cioè di più del 10% della popolazione della UE),  ma anche della inevitabile confusione interna che per almeno un paio d’anni indebolirà ogni azione di Bruxelles.
Si tratta come si vede di una tematica che richiede immediato che serio approfondimento. E   le forze interessate alla mantenimento della vivibilità del pianeta non si possono limitare a godere la maligna soddisfazione del fatto che, con la recessione  economica che già si annuncia  in Gran Bretagna come conseguenza del brexit, si avrà per un paio d’anni una forte caduta delle emissioni di gas serra, e quindi un minor danno inflitto all’ ambiente su scala globale.