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Brexit e il confine irlandese: la difficile frontiera dei negoziati UE

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Le negoziazioni tra l’UE e la Gran Bretagna per la Brexit sono all’ennesimo stallo e questa volta per una questione ampiamente dibattuta come quella del confine irlandese. Dopo le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, è chiaro ormai che sarà l’Irlanda a determinare il futuro delle trattative e la sua tempistica. Il governo inglese dovrà ora proporre una soluzione sul tema del confine tra l’Irlanda del Nord e la repubblica irlandese che sia soddisfacente a quest’ultima ma che al tempo stesso non metta a repentaglio i fragili equilibri di pace nord-irlandesi. Ad uno sguardo più attento, la difficile questione del confine e delle sue molteplici ramificazioni emerge in tutta la sua complessità.

Innanzitutto, il confine tra Regno Unito e Irlanda risulta dalla divisione dell’Irlanda nel 1922 ed è una linea frastagliata di circa 500km che ricalca in gran parte una pre-esistente demarcazione tra contee più che tra nazioni. Esso attraversa villaggi, fiumi, laghi, e soprattutto comunità, ed ogni tentativo di ridisegnarlo durante il secolo scorso è storicamente fallito. La soluzione adottata allora per gestire un confine tra territori fino ad allora indivisi, fu la cosiddetta “Common Travel Area” (CTA), una zona di libera circolazione tra l’Irlanda, il Regno Unito, l’Isola di Man e le Isole del Canale. La CTA, simile all’area Schengen per certi versi, permette ai cittadini del Regno Unito e dell’Irlanda di muoversi liberamente tra i due paesi senza essere sottoposti a controlli routine di immigrazione o doganali.

Il cosidetto “confine morbido” è stato un fattore determinante nel migliorare le relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra i due paesi.  Esso è stato inoltre fondamentale nel recente processo di pace, dato che l’accordo del 1998 (noto come il “Good Friday Agreement”) è particolarmente legato alla comune appartenenza dei due paesi all’Unione Europea ed alla libera circolazione di persone e merci tra l’Irlanda del Nord, il Regno Unito dunque, e la repubblica irlandese. L’Unione Europea, e il presupposto che entrambi i paesi ne sono membri, ha enormemente facilitato la cooperazione transfrontaliera e contribuito allo sviluppo economico delle aree di frontiera. Basti poi pensare a programmi europei specifici come “Peace”, lanciato nel 1995 e e tuttora finanziato dalla programmazione 2014-2020 con un budget to 270 milioni di Euro, per capire il ruolo che i finanziamenti UE hanno avuto sulla riconciliazione delle comunità e il rafforzamento della pace nell’Irlanda del Nord.

L’impatto sulla continuità e stabilità della pace in Irlanda del Nord è infatti una delle conseguenze  meno prevedibili e più temute di Brexit. E’ largamente percepito dall’opinione pubblica, che ogni eventuale irrigidimento delle barriere territoriali, non farebbe che sentire i nazionalisti nord-irlandesi forzatamente distaccati dall’Irlanda costituendo dunque una minaccia reale al fragile status quo di pace. La creazione di infrastrutture per la gestione e il controllo di un confine che diventerebbe esterno dell’Unione Europea e forse anche del Mercato Unico UE, metterebbe a rischio l’economia altamente integrata delle zone di confine basata sul commercio di prodotti agricoli, movimento continuo di lavoratori, pendolarismo, condivisione di servizi, mercato unico dell’elettricità, etc. Tali infrastrutture e barriere fisiche potrebbero inoltre far riemergere tensioni silenti in queste comunità o addirittura diventare target sensibili per il terrorismo interno.

D’altro canto, l’UE ha bisogno di garanzie sufficienti che in assenza di controlli rinforzati su persone e merci, quel confine non diventi un’area grigia di contrabbando, introduzione nell’UE di merci contraffatte, e varie attività illecite e criminali. Per l’Irlanda, il Regno Unito è il principale partner commerciale, con 80% delle sue esportazioni estere dirette o trasportate attraverso il territorio britanico. Non sorprende quindi che la soluzione auspicata dal governo irlandese fosse per il Regno Unito di continuare a far parte del mercato unico. Questa proposta non è tuttavia sul tavolo come dichiarato dal governo di Teresa May. Altre soluzioni prese in rassegna dal governo inglese come quella di avere il confine tra i due paesi nel Mare del Nord invece che sull’isola irlandese, sono comunque state respinte dal partito unionista nord-irlandese che vede ogni soluzione ad hoc a favore della continuità territoriale sull’isola come una minaccia all’appartenenza dell’Irlanda del Nord al Regno Unito.

E’ evidente dunque che la questione della configurazione post-Brexit del confine con l’Irlanda, apre scenari complessi, e per certi versi imprevisti, la cui soluzione, qualunque essa sia, dovrà tenere conto di implicazioni multidimensionali e dell’inteleiatura di relazioni tra l’Irlanda, il Regno Unito e il resto dell’UE.

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