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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoDa Brest-Litovsk a Mariupol: genealogie storico-culturali del conflitto russo-ucraino....

Da Brest-Litovsk a Mariupol: genealogie storico-culturali del conflitto russo-ucraino. Intervista al Prof. Roberto Valle

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Il conflitto tra Russia e Ucraina, scoppiato definitivamente poco più di un mese fa, è di fatto la cuspide di un’iperbole di tensione che ha radici profonde e lontane, ben oltre l’annessione della Crimea del 2014 per mano di Mosca. Il ritorno della guerra in Europa come atto di invasione e conquista segna uno spartiacque per la storia del continente che, al netto della sanguinosa disgregazione Jugoslava, sembrava essere rimasto ai margini della storia. Da quella notte del 9 novembre 1989 con la riunificazione di Berlino la storia europea era rimasta come sospesa in un lungo sonno della ragione interrotto brevemente solo dalla crisi dei Balcani e, a più riprese, dal fenomeno del terrorismo.

Parafrasando il saggio di Robert MusilEuropa Inerme” gli ultimi trent’ anni europei sono stati come nuotare sott’acqua in un mare di realismo, trattenendo il respiro ostinatamente ancora più a lungo con il pericolo che il nuotatore non riemerga più. Se l’autore austriaco così tracciava il bilancio impietoso all’indomani della Prima Guerra Mondiale ad oggi queste parole assumono nuovamente valore dato che il nuotatore europeo ha continuato trattenere il fiato di fronte all’ascesa di nuovi attori globali alla ricerca di un posto da comprimari – o come alternativa all’ordine internazionale – e dinnanzi le crisi ai sobborghi del continente (Libano, Siria, Iraq, Egitto, Libia, Afghanistan, Yemen, Armenia, Azerbaijan e Ucraina solo per citarne alcune).

È necessario, quindi, comprendere Mosca nella sua prospettiva storico-culturale di lungo periodo poiché, quando le armi torneranno a tacere, non si torni al 1918. Per questo motivo il prof. Roberto Valle, docente di Storia dell’Europa Orientale e autore di diversi volumi sulla storia e cultura russa, ci parla del conflitto in atto.

Andando direttamente al nodo della questione: quali sono le cause del conflitto russo-ucraino e, nello specifico, le cause storiche di lungo periodo?

Per comprendere la complessa genealogia del conflitto russo-ucraino, tra Kulturkampf e guerra, il retaggio storico ha un ruolo preponderante, che va oltre l’asfittico presentismo dell’Attualità Planetaria, una sorta di distopia che ha prodotto l’homo zapiens (da zapping) che non è una persona, né uno spettatore ma un programma telecomandato a distanza. Nell’epoca post-industriale e post-democratica non è essenziale il consumo dei beni materiali, ma il consumo di immagini e la politica, è ricondotta alla dimensione ludico-sportiva, un agone nel quale si può strepitare senza offendere nessuno. Anche Francis Fukuyama, profeta della fine della storia, ha affermato che l’origine del conflitto russo-ucraino va cercata “nella potente narrativa storica che è stata diffusa da Putin e nella sua volontà di disfare l’ordine europeo formato dopo la Guerra Fredda”.  La questione ucraina, perciò, va considerata in una prospettiva storica, come ha rilevato lo storico e accademico russo Jurij Pivovarov in un saggio pubblicato il 22 marzo 2022 su “Novaja Gazeta”, giornale di opposizione diretto da Dmitrij Muratov , premio Nobel per la Pace nel 2021, che il 28 marzo ha annunciato la sospensione sulle sue pubblicazioni on line e su carta per aver ricevuto un avvertimento (il secondo in un mese) da parte del Roskomnadzor, il servizio federale per la supervisione di mass-media russi. La “Novaja Gazeta”, secondo la TASS, non avrebbe identificato correttamente un’organizzazione considerata un “agente straniero”. Nel saggio intitolato “Come gli amanti della geopolitica e della istoriosofia hanno portato il Paese al disastro”, Pivovarov afferma le premesse storico-ideologiche del conflitto sono rintracciabili in due interventi rispettivamente di Putin e di Vladislav Surkov, che riducono la storia a uno schema speculativo istorisofico-geopolitico che   nel lungo periodo potrebbero condurre la Russia sull’orlo del disastro. Il public philosopher Vladislav Surkov è considerato il demiurgo dell’era Putin, perché ha forgiato il concetto di democrazia sovrana, quale orizzonte assiologico e ideologico dell’idea russa del XXI secolo. La democrazia sovrana si fonda su quei canoni archetipici della cultura politica russa che coniugano la democrazia con la sovranità territoriale della patria e con il principio monarchico, quale personificazione delle istituzioni politiche. Per Surkov, Putin è un leader nazionale, quale incarnazione della Nazione, che ha la missione storica di restaurare la potenza della Russia e che è stato inviato dal destino e da Dio in tempi difficili per la salvezza del popolo russo. Fin dal 31 dicembre del 1999, nel primo manifesto ideologico “La Russia alla svolta del millennio” dell’era Putin apparso nel sito web del governo della Federazione Russa, il putinismo ha rivendicato il carattere autoctono della democrazia russa, indicando una strategia di rinascita basata sull’affermazione dell’alterità dell’originale civiltà russa e sulla restaurazione del ruolo guida dello Stato, perché per l’idea russa lo Sato forte non è una anomalia di cui liberarsi. Nell’arco di un ventennio, si è affermata una visione organicista dello Stato, quale corpo vivente, incarnata dal “lungo Stato di Putin”, che, secondo Surkov, è un modello di sovranità destinato ad avere una lunga e gloriosa storia nel XXI secolo, quale katechon all’illimitatezza reale e virtuale della globalizzazione. Surkov ha affermato che nella realtà l’Ucraina non esiste come Stato perché non ha confini stabilmente determinati. Il nucleo nazionale ucraino esiste, ma la questione delle frontiere dello Stato è l’argomento di un’aspra contesa internazionale. Dopo la secessione della Crimea, nel marzo 2014, e la guerra ibrida o degli strani tipi nell’Ucraina orientale, l’Ucraina è destinata a essere divisa tra l’Occidente e la Russia. La lotta per l’Ucraina non cesserà finché la Russia non otterrà tale risultato: gli accordi di Minsk sono considerati da Surkov come una prima legittimazione della divisione dell’Ucraina. Surkov si dichiara orgoglioso di partecipare alla riconquista dell’Ucraina, che egli considera il primo contrattacco geopolitico della Russia contro l’Occidente. La riconquista dell’Ucraina, per Surkov, si inserisce in quella creazione di un nuovo tipo di Stato che è il tratto peculiare dell’azione politica di Putin, definito l’Ottaviano Augusto del XXI, che coniuga tra loro la democrazia e l’archetipo monarchico della tradizione politica russa. Il   15 febbraio Surkov ha pubblicato un articolo  intitolato “Il nebuloso futuro del mondo osceno”,  afferma che la Russia post-sovietica è stata costretta a sopravvivere in un mondo osceno e nebuloso, perché dopo il 1991 i confini statali corrispondono a quelli stabiliti dalla pace di Brest-Litovsk del 1918 siglata tra i bolscevichi al potere e il II Reich:  in seguito a tale  pace, la Russia doveva abbandonare vasti territori degli Stati Baltici, della Bielorussia e dell’Ucraina che in precedenza le appartenevano. La Russia, in tal modo, tornava all’epoca dei torbidi dell’inizio del XVII secolo, prima dell’avvento della dinastia Romanov. La disintegrazione della Russia, iniziata nel 1917-1918 non ha trovano un katechon nell’Unione Sovietica, perché non era una fortezza ma un sarcofago come quello di Černobyl destinato ad accogliere le spoglie dell’ideologia e della geopolitica di uno Stato destinato alla disintegrazione: come ha dimostrato la risibile vicenda della perestrojka e della glasnost’, l’impero sovietico era un patchwork e una “vulnerabilità fatale” era consustanziale al sistema socialista.  Nel XXI secolo, il confine occidentale della Federazione Russa coincide con quello tracciato dal famigerato Trattato di Brest-Litovsk: per la seconda volta, la Russia è stata respinta, secondo Surkov, nei confini di un mondo osceno. La Russia è destinata ad essere la protagonista sulla scena della geopolitica del XXI secolo, perché è impensabile che possa restare inerme nei confini di un mondo osceno. Il ritorno al 1918 fa emergere il fantasma della Nerus’, la Non-Russia   inautentica inserita nel “mondo osceno” uscito dalla Guerra Fredda: la Russia autentica, invece, deve riconquistare il suo spazio storico, perché la posizione geografica determina il suo status di grande potenza. Tale idea è stata ribadita il 22 febbraio nell’appello televisivo del Presidente ai cittadini russi, che riprende nei contenuti un articolo sull’unità storica dei russi e degli ucraini, pubblicato il 12 luglio 2021 da Putin e considerato una sorta di manifesto nel quale è annunciato l’attuale conflitto. Anzitutto, Putin ha riaffermato la centralità dell’idea di Russkij Mir (Mondo Russo), quale affermazione di un paradigma identitario che assume una connotazione mitica: l’identità russa è una e trina, quale unione indissolubile tra i tre rami (russo, bielorusso, ucraino) di una stessa etnia.  Il popolo russo fu scisso in tre rami a causa dell’invasione mongola e della colonizzazione polacca. La scissione del Russkij Mir in tre rami è stata accentuata dalla nascita e dalla morte dell’Urss. Per Putin, il diritto all’autodeterminazione delle repubbliche dell’Unione sancito nel 1922 quando fu creata l’URSS è stata una bomba a orologeria che è esplosa l’8 dicembre del 1991, causando quella parata delle sovranità che continua a incedere nella sua marcia. L’indigenizzazione promossa tra gli anni Venti e gli anni Trenta dal potere sovietico ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo e nel rafforzamento della cultura, della lingua e dell’identità ucraina. L’Ucraina attuale è interamente il frutto dell’era sovietica ed è definita da Putin l’”Ucraina di Lenin”: sognando la rivoluzione mondiale e l’abolizione degli Stati-nazione, il potere sovietico ha definito arbitrariamente i confini tra le repubbliche elargendo, come nel caso della Crimea sottratta nel 1954 alla Russia, generosi doni territoriali. Il Russkij Mir si fonda anche sull’idea di Grande Russia (Velikaja Rossija) formulata da Pëtr Struve, tra i fondatori del partito operaio socialdemocratico russo nel 1898 e in seguito ideologo di quel liberalismo conservatore e patriottico, che è una delle scaturigini della filosofia dello Stato di Putin.   Nel 1914, Struve definiva la Russia uno Stato-nazione impero e stigmatizzava l’ucrainofilia, comparsa nel XIX secolo, come uno scisma della nazione della nazione russa e una come variante fratricida della russofobia, in quanto mirava a disintegrare l’Impero, decretando la fine della Velikaja Rossija, come in realtà accadde nel 1918 con la proclamazione della Repubblica Popolare Ucraina. 

Nel 1990, Aleksandr Solženicyn – dissidente e autore di “Arcipelago Gulag” – con il saggio “Come ricostruire la Nostra Russia?” definiva il secondo paradigma della visione putiniana del Russkij Mir affermando l’idea di Unione Russa, comprendente la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina, affermando che tale Unione avrebbe dovuto liberarsi del comunismo e del retaggio imperiale in Asia Centrale. Allo stesso tempo, Solženicyn lanciava un appello agli ucraini affinché non si separassero dalla Russia, chiedendo perdono per il comunismo e per la sciagura nucleare di Černobyl. Per Solženicyn, l’Unione Russa avrebbe dovuto includere la Bielorussia e l’Ucraina e il Kazakistan del nord: per gli ucraini, invece, l’unica soluzione era la creazione di uno Stato indipendente. 

Occorre risalire al XIX secolo per comprendere la genesi del Kulturkampf tra l’idea russa e l’idea ucraina. Come evidenziato dalla storica ucraina Oksana Zabuzhko il risorgimento dell’idea ucraina è iniziato nel XIX secolo con la nascita della Confraternita dei santi Cirillo e Metodio, una organizzazione politica segreta fondata nel 1845 dallo storico ucraino Nikolaj Kostomarov.  L’autocoscienza nazionale ucraina è stata forgiata in assenza di una sovranità statale che si è affermata con la formazione, nel 1918, della Repubblica Popolare Ucraina. Per comprendere le genealogie storico-ideologiche e mitopoietiche dell’attuale conflitto l’anno chiave è proprio il 1918 – come risulta evidente dalle ricostruzioni di Zabuzhko e di Surkov. Dal punto di vista del paradigma etno-nazionalista russo nel 1918 è iniziato quel processo di disintegrazione dell’unità del Russkij Mir che, con diverse vicende e in diversi contesti geopolitici, è ancora in corso; dal punto di vista ucraino, invece, nel 1918 è nato lo Stato nazionale ucraino, che è risorto nel 1991.  Quella attuale è, in realtà, la seconda guerra russo-ucraina: la prima guerra, infatti, è stata quella dal 1918 al 1921 e si è conclusa con l’intervento dell’Armata Rossa e con l’inclusione del territorio ucraino nell’Urss e con la fine della Repubblica Popolare Ucraina, definita dagli ucraini Rinascita Fucilata. Risalendo ancora più indietro nel tempo, lo storico e presidente della Repubblica Popolate Ucraina Mychajlo Hruševs’kyj considerava l’identità nazionale ucraina come un peculiare retaggio della Rus’ di Kiev (860 – 1240), che ha avuto una storia a sé stante che non può essere inclusa nella genealogia della Moscovia. Questa falsa genealogia, per Hruševs’kyj, è opera degli “scribi moscoviti” e, nel corso dei secoli, gli ucraini hanno forgiato la loro identità nazionale in base a una cultura che ha un fondamento autonomo e non è un ramo minore di quella russa. È proprio a partire da queste considerazioni geostoriche e geocultutali che hanno origine le diverse genealogie politico-culturali di questo conflitto memoria e della storia, un Kulturkampf che si protrae fino al tempo attuale. L’articolo di Pivovarov del 22 marzo riconsidera anche la questione della Rus’ di Kiev. Nella realtà storica, la dissoluzione di questa federazione ha visto confluire la parte orientale del suo territorio nella Moscovia, mentre la parte occidentale è stata inclusa e nel Granducato di Lituania. L’identità ucraina, perciò, è caratterizzata dal dualismo culturale europeo, quale coesistenza conflittuale tra due zone culturale: quella bizantino-slava e quella cattolico-slava: tale dualismo culturale è un nodo centrale dell’attuale conflitto.  

Altro passaggio fondamentale della storia russo-ucraina è stata la rivolta dei cosacchi del 1648 nel contesto della crisi politico-istituzionale della Polonia-Lituania: tale rivolta era guidata dall’atamano Bohdan Chmel’nyc’kyj, oggi considerato un eroe nazionale ucraino. La jacquerie nelle terre ucraine era nel contempo un conflitto di classe e una guerra civile di confessioni religiose e l’atamano cosacco Bohdan Chmel’nyc’kyj costituì un esercito composto per tre quarti di contadini accampato nella metropoli ucraina e ben armato, che tenacemente rifiutava la politica del negoziato. Come risulta evidente dai pregevoli studi di Domenico Caccamo sugli ambasciatori veneti in Polonia, nel contesto della guerra civile contadina si andava formando in Ucraina un potere autonomo, con armi e religione propria. I documenti diplomatici veneti presentavano sia una definizione dei confini della regione detta Ukraina, “dove trovavano accoglienza i fuggiaschi”, sia clausole per “la reintegrazione delle chiese greche nei loro beni, l’assegnazione degli uffici agli ortodossi, l’esclusione dei gesuiti e delle loro scuole”. La missione di Alberto Vimina, viaggiatore e diplomatico d’occasione, in Ucraina attestava che i rivoltosi guidati da Chmel’nyc’kyj avevano un progetto politico: “unire intorno all’elemento militare cosacco le classi subalterne, la ‘plebe minuta’, conquistare ‘libertà’ alla ‘nazione’”. Chmel’nyc’kyj si rivolse anche allo zar Aleksej convincendo i cosacchi riluttanti a porsi sotto la protezione della Russia ortodossa. Con il trattato di Perejaslav del marzo 1654 fu istituito l’Etmanato cosacco sotto il dominio russo. Il trattato di Perejaslav è al centro di una controversia storiografica tra studiosi russi e ucraini. Per gli storici russi, nel 1654 fu realizzata la “riunificazione” (vossoedinenie) tra la Russia e l’Ucraina, per cui anche la vicenda della Rus’ di Kiev era incorporata nella storia dello Stato russo. La storiografia ucraina, invece, contesta la tesi di una riunificazione pacifica tra due popoli fratelli: nel XVII secolo gli ucraini avevano chiesto solo la protezione di una potenza slavo-ortodossa, etnicamente e linguisticamente affine, contro il predominio polacco-cattolico. Venendo meno alle dichiarazioni di quel patto, la Russia incorporò l’Ucraina assumendo, in tal modo, una dimensione imperiale.

L’ integrazione dell’Ucraina nell’impero russo ha generato una diatriba nell’ambito della storiografia russa, perché con tale integrazione ha avuto origine “occidentalizzazione” dell’Impero Russo.  Su tale questione si sono confrontati tre orientamenti istoriosofici: 

  • Occidentalista, che considera positivamente l’integrazione dell’Ucraina nell’Impero, quale porta d’accesso all’Europa
  • Slavofila, che considera l’occidentalizzazione un’alterazione dell’identità russa originaria, quale processo di pseudomorfosi
  • Eurasista, formulato negli anni Venti del XX secolo da Nikolaj Trubeckoj, considera l’annessione della Ucraina all’Impero come una disgrazia nazionale. L’occidentalizzazione e l’ucrainizzazione dell’impero avrebbe distolto la Russia dalla sua missione storica nell’Eurasia. Secondo gli eurasisti, della Russia avrebbe dovuto far proprio il retaggio dell’impero mongolo di Gengis Khan, perché la sua missione storica è realizzare l’unità dell’Eurasia. Tale esodo verso Oriente, preconizzato dagli eurasisti, è sostenuto anche, a partire dagli anni Novanta dal neo-eurasismo. L’ideologo del neo-eurasimo Aleksandr Dugin afferma che il conflitto russo-ucraino è una sorta di guerra santa delle civiltà, perché la Russia è in lotta contro l’egemonia culturale dell’Occidente e, instaurando una alleanza storica con la Cina, porrà fine all’unipolarismo dell’ordine mondiale sorto dopo la fine della Guerra Fredda. 

Nella cultura politica russa coesistono due diverse idee di impero: quella occidentalista che ha come punto di riferimento la figura di Pietro il Grande, un’idea di Terza Roma che include anche l’Ucraina; quella eurasista che considera l’esodo verso Oriente come il compimento del destino imperiale della Russia. 

 Nel 1992 ho curato un dossier per “Lettera Internazionale sulla rinascita di uno Stato indipendente ucraino con la traduzione del saggio di Trubeckoj e dell’accademico ucraino Ivan Dzjuba. Nel mio saggio dal titolo “Goodmorning, Ucraina!”  prevedevo l’insorgere di un contenzioso tra la Russia e l’Ucraina che avrebbe assunto un carattere permanente, sia perché dell’ucrainofilia tornava a essere considerata variante fratricida della russofobia, sia perché l’Ucraina intendeva evitare che risorgessero le mai sopite tentazioni imperiali del nazionalismo russo.  La questione ucraina è divenuta una sorta di ossessione geopolitica: nei primi anni 2000, Putin sosteneva la non esistenza dell’Ucraina, considerando la sua rinascita statale come frutto di un complotto occidentale. D’altro canto, nel XIX secolo gli zar reputavano l’ucrainofilia un’invenzione dell’Impero Asburgico. L’attuale conflitto, perciò, è iniziato nel XIX secolo con il Kulturkampf tra l’idea russa e l’idea ucraina, intensificatosi sia con la prima guerra russo-ucraina del 1918, sia con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, che ancora attualmente continuata con altri mezzi. Quanto sta accadendo può essere considerato una sintesi diacronica nella disgregazione dell’Impero Russo e della disintegrazione dell’URSS. Per gli intellettuali ucraini, infatti, l’Ucraina ha tentato nel 1918 di porre fine all’esistenza dell’impero russo, che è risorto come Urss; nel 1991 la secessione dell’Ucraina è stata determinante per la scomparsa dell’Urss, anche se la Russia di Putin ha riaffermato l’idea nazional-imperiale russa; nel 2022 la vittoria dell’Ucraina potrebbe determinare il crollo definitivo di un impero e di un’idea imperiale che ha avuto inizio con la prima eclisse del 1918. 

Comprese le cause storiche del conflitto un altro aspetto fondamentale che deve essere approfondito è il retaggio culturale russo per quanto concerne le forme di potere. La Russia è da sempre un terreno in cui la democrazia, come viene intesa in occidente, ha fatto estrema fatica a trovare spazio a favore di una sua versione autoctona. Quali sono le peculiarità del potere in Russia alla luce del processo di personificazione del potere e del culto della personalità?

Il tema del culto della personalità in Russia non nasce, come generalmente si pensa, all’epoca di Stalin, pur essendo consustanziale ad essa, ma ha una prima ipostasi nel XIX secolo nel dibattito storiografico su Pietro il Grande, definito da Voltaire un genio politico che aveva tratto la Russia dal nulla e l’aveva trasfigurata, creando un potente impero.  Il culto dello Zar-Demiurgo è stato celebrato in Russia dagli occidentalisti. Il populista libertario Aleksandr Herzen affermava che Pietro il Grande era un rivoluzionario incoronato che epitomava in una sola persona l’intera Convenzione giacobina riassunta in una persona sola, quale paradossale   sintesi tra l’impero impero e la rivoluzione che diventerà una costane nella storia russa tra il XIX e il XX secolo. A fine secolo XIX secolo, il culto della personalità trovò espressione anche in ambito letterario con la figura dell’artista superuomo, soprattutto nel contesto del decadentismo e del simbolismo russo.

Il culto della personalità è tornato al centro del dibattito politico-culturale dopo il XX Congresso del PCUS del 1956 con il rapporto segreto Chruščëv che attribuiva tutte le colpe dei crimini per perpetrati all’epoca del Grande Terrore degli anni ’30 e ’40 a Stalin. Il culto della personalità di Stalin era stigmatizzato come una deviazione dalla retta via indicata da Lenin per giungere all’inveramento storico del comunismo. Chruščëv, infatti, difendeva il sistema socialista sorto dalla Rivoluzione d’ottobre, perché nella sua essenza era portatore di un messaggio di emancipazione dell’umanità di portata universale. Con la destalinizzazione, l’URSS avrebbe potuto riprendere il suo peculiare percorso storico verso la realizzazione del comunismo. Dal canto suo, Stalin affermava che in Unione Sovietica si stava realizzando la monocrazia del proletariato ovvero una sorta di socialismo in un uomo solo. Il leader sovietico si presentava come la migliore incarnazione dell’idea comunista. Per alcuni intellettuali russi emigrati in Occidente dopo la rivoluzione bolscevica, lo stalinismo aveva realizzato la nazionalizzazione del bolscevismo e ad alcuni appariva come una sorta di fascismo russo. Attualmente, Putin è accusato di aver operato una sintesi paradossale tra la visione imperiale di Pietro il Grande e quella dittatoriale di Stalin, ovvero tra il retaggio dell’impero petrino e il culto della personalità in senso staliniano. L’attuale paradigma nazional-patriottico della storiografia russa fa risalire l’origine storica della Russia di Putin alla vittoria nella Grande Guerra Patriottica: pur riconoscendo l’atrocità criminale del Grande Terrore, all’epoca staliniana è riconosciuto il merito di aver elevato l’URSS allo status di grande potenza mondiale, dotandola di un arsenale nucleare e collocandola nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.  Al di là della sintesi tra zarismo e stalinismo, che risulta spesso fuorviante, il putinismo si è dotato un proprio statuto ideologico, quale alternativa alla democrazia occidentale, considerata declinante e obsoleta, e ambisce ad assurgere a modello politico del XXI secolo. Tale modello si fonda su un retaggio specificatamente russo ed elaborato negli anni ’30 e ’40 del ‘900 dall’intelligencija emigrata in Occidente dopo la rivoluzione del 1917.  Dopo il crollo dell’Impero autocratico nel 1917, la scena politica fu dominata dal dualismo di potere tra il governo provvisorio di orientamento democratico e il soviet di orientamento socialista-bolscevico.  Tra le due parti in lotta comparve un terzo orientamento, rimasto poco conosciuto ma che oggi ha assunto un’importanza rilevante: l’idea di Kornilov, quale idea di dittatura nazionale o di democrazia autoritaria. Nell’agosto del 1917, Lavr Kornilov tentò, senza successo, un colpo di Stato per impedire l’avvento di una rivoluzione più radicale e socialista. A tal proposito il filosofo russo Ivan Il’in – spesso citato da Putin – emigrato in Occidente nel 1922 con la “nave dei filosofi”, nel 1925 tenne una conferenza sull’idea di Korinlov e su come combattere il male con la forza. L’idea di Kornilov, quale forza di resistenza al male bolscevico, era l’antitesi del sentimentalismo e del nichilismo spirituale del tolstoismo.  L’ascesa al potere di Putin è sostenuta dall’idea del potere forte. Putin, infatti, appartiene alla cerchia dei siloviki, una élite nazionale proveniente dai ministeri della forza, essendo un ex agente del KGB. Nell’opera di Il’in si possono enucleare tre idee fondamentali che sono alla base della Weltanschauung putiniana:

  • Dittatura nazionale
  • Democrazia autoritaria
  • Leader nazionale, quale incarnazione della nazione.

  Negli anni ’30 e ’40 del XX secolo, nell’emigrazione russa in Occidente è stata creata l’impalcatura concettuale e politologica del putinismo: sulla questione ucraina lo stesso Il’in afferma l’indissolubilità dell’identità russa come una e trina, considerando l’ucrainofilia una ideologia disgregatrice. 

Nell’ambito del ventennale vicenda della Russia di Putin si possono distinguere due fasi. La prima fase si è imperniata sull’idea di democrazia guidata con l’avvento degli siloviki che dovevano liberare la Russia dal caos sociopolitico prodotto dal bolscevismo di mercato dell’epoca di El’cin, contrastando la cleptocrazia degli oligarchi attraverso l’instaurazione della dittatura della legge. Gleb Pavlovskij, primo ideologo del putinismo e ora oppositore di Putin, riteneva la democrazia guidata sia determinante per poter ricostruire la società russa sotto la guida della verticale del potere, sia una necessaria fase di transizione verso una autentica trasformazione democratica.  Nel 2008 sembrò che, con l’elezione alla presidenza di Medvedev, la Russia potesse approdare a una forma di democrazia più compiuta. La seconda fase è iniziata con il terzo avvento di Putin alla presidenza nel 2012. La svolta della seconda fase era stata annunciata dallo stesso Putin con il discorso tenuto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, quale plateale contestazione della visione dell’ordine mondiale unipolare dominato dall’Occidente. Radicalizzando il concetto di identità nazionale, Putin ha iniziato a sostenere la necessità di creare un ordine internazionale multipolare e a formulare l’idea della Russia come grande potenza con un’influenza sovranazionale nel vicino estero, quale affermazione di una sorta di dottrina Monroe (o Monrovskij) nello spazio pos-sovietico considerato come zona di influenza sovranazionale.  Il terzo avvento di Putin del 2012 fu preannunciato dalla pubblicazione di una serie di articoli, poco conosciuti in occidente ma di importanza capitale per comprendere la situazione attuale. In questi articoli Putin sosteneva il rafforzamento del potere presidenziale, definito da Surkov il sistema del Solus Rex, e venivano indicate le nuove prospettive orientali della geopolitica russa, orientata a creare un polo di gravitazione mondiale nell’Eurasia: nel 2015, infatti, è stata fondata l’Unione Economica Eurasiatica. Da un decennio, Putin appare irretito dalla propria narrazione geopolitica, come ha rilevato ironicamente Gleb Pavlovskij nel “Dizionario delle astrazioni del Cremlino”.  La creazione di ideologemi nazional-patriottici, spesso desunti da astrazioni istiorisofiche e geopolitiche, nella prima fase avrebbe avuto un effetto positivo (come nel caso della democrazia guidata), nella seconda fase, invece, avrebbe favorito una svolta autoritaria. L’idea sovranità si è ulteriormente radicalizzata e fa esplicito riferimento alla concezione del nomos della terra formulata da Carl Schmitt, quale fissazione di un ordine giuridico e territoriale basato su uno stato di eccezione permanente che ci caratterizza come una “soglia di indeterminazione” fra democrazia e dittatura totalitaria. Tale stato di eccezione si basa anche sull’idea di controrivoluzione preventiva, al fine di contrastare le rivoluzioni di velluto o colorate in Georgia e in Ucraina fomentate da quella Internazionale Rivoluzionaria Globale guidata dall’Occidente.   Nel 2008, la guerra contro la Georgia a sostegno delle repubbliche separatiste dell’Ossezia del Sud e Abkhazia è stata un rilevante episodio della controrivoluzione preventiva. Nel 2013, nell’ambito del partenariato orientale, l’UE ha offerto all’Ucraina un accordo di associazione: tale offerta è stata considerata dal governo russo come una variante dell’attivismo dell’Internazionale Rivoluzionaria Globale. Nel 2014, la Rivoluzione della Dignità in Ucraina non è stata di velluto e la controrivoluzione russa ha avuto come obiettivo principale la decostruzione dell’Ucraina a cominciare dalla secessione della Crimea e dalla guerra ibrida nel Donbass.

Il conflitto russo-ucraino può essere suddiviso in due fasi:

  • 2014-2021: decostruzione dell’Ucraina
  • 2022: intervento militare 

Lo scopo dichiarato dell’”operazione militare speciale” è quello di separare la parte orientale del paese – come dimostra l’accanimento su Mariupol – e creare una zona cuscinetto al confine occidentale della Russia. Peraltro, si può notare come con il passaggio dalla guerra ibrida ad una guerra combattuta sul campo abbia in secondo piano il capo di stato maggiore generale Valerij Gerasimov. L’idea della Russia intenzionata a espandersi in tutta l’Europa orientale è uno spettro si aggira in alcuni palazzi del potere europei e nell’universo mediatico, ma in realtà le operazioni militari hanno lo scopo primario di re-incamerare i territori che nel 1918 furono attribuiti all’Ucraina a seguito della pace di Brest-Litovsk.  La scelta bellica della Russia è stata paragonata anche al Patto Molotov-Von Ribbentrop, perché il discorso televisivo di Putin del 22 febbraio appare simile a quello pronunciato da   Molotov il 31 ottobre 1939.  Molotov considerava la Polonia un frutto avvelenato della pace di Versailles; dal canto suo Putin sembra vedere l’Ucraina come il frutto avvelenato della disintegrazione dell’Urss e del nuovo ordine mondiale unipolare.

Quali sono stati i rapporti tra Russia ed Europa dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. In particolar modo come la Russia ha gestito il dualismo tra la sua tendenza occidentalizzante e la sua natura eurasiatica.

La Russia si orientata verso l’UE all’epoca della perestrojka con l’idea della Casa Comune Europea affermata da Gorbačëv, un orientamento occidentalista confermato da El’cin. Questa idea di europeità della Russia ha avuto un certo sviluppo anche quando Putin è andato al potere dato che è originario di S. Pietroburgo – definita come la città più europea della Russia – e ha prestato servizio come agente del KGB   in Germania orientale assistendo anche al crollo del Muro di Berlino nel 1989. Putin conosce da vicino l’Europa e ha tentata di sviluppare un rapporto privilegiato il vecchio continente, in special modo con la Germania), collocandolo non in una prospettiva transatlantica ma “eurasiatica”, creando un mercato unico da Lisbona a Vladivostok.

La potenza economica cardine dell’Europa è considerata la Germania sia per motivi geopolitici, sia geconomici. Putin ha, infatti, instaurato un rapporto di fiducia reciproca sia con la cancelliera Angela Merkel, sia con il suo predecessore Gerhard Schröder, che dopo la fine del suo mandato è stato nominato da Gazprom a capo del consorzio North Stream AG. Tale gasdotto trasporta il gas dalla Russia in Europa occidentale, passando per la Germania senza attraversare la Polonia, i paesi baltici, la Bielorussia e l’Ucraina. I polacchi considerano il North Stream come la versione geo-economica del Patto Molotov-Von Ribbentrop.

Fino al 2014 Putin stesso ha sostenuto che, nella creazione dell’Unione Economica Eurasiatica, il modello di riferimento era l’UE ma i rapporti sono peggiorati a seguito all’offerta di un accordo di associazione tra l’UE e l’Ucraina, considerata come una manifestazione della russofobia europea. Dal 2014, i rapporti si sono progressivamente logorati, fino all’attuale guerra economica e finanziaria totale. 

A proposito del concetto di russofobia questo come si è evoluto negli ultimi, difficili, anni di rapporti tra Mosca e l’UE. Questa visione trae origine nell’800, quale è stata la sua evoluzione da una prospettiva storica?

In un articolo pubblicato il 22 marzo sulla “Rossijskaja Gazeta”, il politologo Mark Nejmark afferma che l’internazionalizzazione della crisi ucraina ha messo in evidenza l’essenza più profonda della russofobia: in Occidente, la demonizzazione della Russia ha raggiunto vette vertiginose. La russofobia appare non solo come un’idea-passione, ma anche come un fenomeno sistemico. Tuttavia. La russofobia è una visione del mondo che si estrinseca a due livelli: 

  • Manifestazione propagandistica destinata al consumo di massa da parte dei media occidentali i quali descrivono la Russia come male storico e inevitabile dell’occidente.
  • Manifestazione ideologica che riguarda l’élite politico-culturale delle società occidentali e che si trasforma in azioni politiche.

La russofobia deriva da una conoscenza parziale della storia e della cultura russe dato che, secondo Nejmark, anche alti esponenti dell’establishment occidentale hanno ammesso la loro ignoranza in materia. Tale ignoranza coinvolge la stessa cultura occidentale, perché, per Nejmark, non solo è stata ingaggiata una crociata russofoba, ma le élite culturali hanno ignorato il giudizio espresso da George Kennan nel 1998 riguardo all’allargamento della NATO a Est. Pur essendo stato l’artefice della politica di contenimento dell’Urss all’epoca della Guerra Fredda, Kennan ha affermato, infatti, che l’espansione della Nato a  Est è stato un tragico e fatale errore  della politica estera americana dopo la fine dell’URSS: tale espansione ha segnato l’inizio di una nuova guerra fredda, perché la Russia ha avuto una reazione negativa e, a partire dalla guerra del Kosovo del 1999, ha denunciato la trasformazione della Nato da alleanza difensiva ad alleanza offensiva. Di fatto l’allargamento della NATO e le dichiarazioni USA sul nuovo ordine mondiale unipolare sono considerate da Mosca come una seconda Versailles.

Dopo il 2014, a seguito della crisi ucraina, il termine rusofobija è entrato stabilmente nel lessico dell’establishment russo per stigmatizzare gli orientamenti dell’Occidente e del governo ucraino. Putin stesso ha paragonato la russofobia all’antisemitismo e alla inveterata avversione dell’Occidente per i popoli slavi. La russofobia è una idea-passione che, nel corso del tempo, è diventata uno strumento propagandistico per suscitare la paura della minaccia russa. Il termine russofobia è stato coniato in francese e in senso ironico nel XIX secolo dal poeta e diplomatico russo Tjutčev, il quale lo utilizzava per stigmatizzate i liberali russi ammiravano l’Europa e demonizzavano l’autocrazia russa.

Per il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, la russofobia è parte integrante della politica statunitense e all’epoca presidenza Obama anche i paesi europei hanno iniziato ad adottare un orientamento negativo nei rapporti già complessi tra l’UE e la Russia. Con l’inizio della pandemia Covid-19, per Lavrov, la russofobia è divenuta quindi un riflesso incondizionato simile a quello dei cani di Pavlov. Inoltre, la russofobia consente di vivere comodamente e di ricevere sostegni interessati da parte di alcuni Stati.

Considerando la politica estera russa in una prospettiva geostorica e geoculturale, Lavrov ha affermato che la russofobia è diventata parte integrante delle relazioni internazionali, per cui la politica estera occidentale è condizionata da questa idea-passione.  L’Occidente, per Lavrov, sta perdendo il monopolio sui processi di globalizzazione e percepisce gli attuali sviluppi come una minaccia alla sua stessa esistenza. Lavrov rileva il ruolo speciale e indipendente della Russia nella storia dell’Europa e dell’Eurasia. Dopo il crollo dell’URSS, in Occidente la vicenda della rivoluzione bolscevica è stata raffigurata come un colpo di stato barbarico che ha inaugurato l’epoca dei totalitarismi, equiparando tra loro il comunismo e il nazismo. Diversamente dalla Germania nazista, potenza sterminatrice, l’URSS con la Grande Guerra Patriottica non solo ha liberato i popoli dell’Europa orientale dal nazismo, ma ha anche fornito un contributo determinante nella costruzione del nuovo ordine europeo e mondiale che si è rivelato essere stabile e sicuro. La scomparsa dell’Unione Sovietica non è stata causata dalla vittoria dell’Occidente nella Guerra Fredda: tale interpretazione, secondo Lavrov si basa su un paradigma russofobo. La disintegrazione sovietica è scaturita da una scelta del popolo russo che esigeva un cambiamento radicale. La Casa Comune Europea non si è realizzata, per Lavrov, a causa l’espansione ad est della NATO. Lo stesso Lavrov fa appello al monito di Kennan sull’errore fatale dell’Occidente. L’unilateralismo dell’Occidente ha di fatto creato, nell’arco di un trentennio, il nuovo disordine mondiale e in questo scenario la russofobia è uno strumento propagandistico per attribuire le colpe dell’Occidente alla Russia.

 La russofobia è diventata strutturale e condiziona i rapporti tra la Russia e l’Occidente, a causa di quella colpa originaria che Lavrov fa, invece, ricadere sull’Occidente, che ha violato il diritto internazionale con gli interventi armati in Serbia nel 1999, in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011. 

Dal punto di vista storico, la russofobia, come idea-passione, si manifestò nella prima metà dell’800 per configurare negativamente l’immagine minacciosa dell’altro, al fine di ingaggiare un conflitto imagologico contro l’Impero russo. La polemica sulla russofobia tra la Russia e l’Europa fu originariamente suscitata dalla pubblicazione del libro di uno scrittore-viaggiatore francese, il marchese Astolphe de Custine, “La Russie en 1839” che esprimeva il diffuso sentimento fobico nei confronti della barbarie russa, che, dopo la sconfitta di Napoleone, era dilagata in Europa.  La Russia era vista come una potenza aliena nemica della civiltà europea, essendo la sintesi tra l’espansionismo mongolo e la restaurazione autocratica: essendo un sostenitore della monarchia costituzionale, Custine considerava l’autocrazia russa come l’antitesi della civiltà europea e come l’emblema dell’arretratezza, del dispotismo asiatico e della barbarie. Nel 1848, Donoso Cortés collocò la Russia in una prospettiva apocalittica, considerandola una potenza devastatrice dell’Europa al pari della rivoluzione.  Il conflitto imagologico tra alcuni pensatori europei e l’intelligencija russa diede corpo agli spettri della Russia creando un fondamento psico-ideologico e istoriosofico alla russofobia. Questa idea-passione diviene di fatto una escatologia negativa della storia europea in cui il ruolo diabolico era attribuito   alla Russia.

 L’idea di minaccia russa forgiata nel XIX secolo da Custine, da Donoso Cortés e da Marx fu rielaborata e ricodificata all’epoca della Guerra Fredda. Kennan, infatti, ha dedicato un libro a Custine, considerandolo il profeta del XX secolo, in quanto l’URSS era vista come la metamorfosi ideocratica dell’Impero Russo. Per comprendere l’espansionismo sovietico globale era quindi necessario riconsiderare l’opera di Custine, che aveva tracciato un limes invalicabile tra la libertà occidentale e il dispotismo russo. All’insorgere della Rivoluzione della Dignità in Ucraina, Guido Ceronetti in un articolo pubblicato su “La Repubblica” il 13 marzo esorta a rileggere il libro di Custine, perché il piano di potere imperiale di Putin è poco conforme al XXI secolo ed è una espressione terminale e paradossale di quella predatrice Russie éternelle raffigurata da Custine. 

Come la russofobia ha influenzato l’idea di Russia creatasi presso le leadership europee?

Dopo la scomparsa dell’Urss, secondo Stephen Cohen, l’Occidente ha promosso una crociata fallita al fine di trasformare la Russia in un paese democratico, redimendola dai suoi peccati storici: nel XIX secolo, infatti, la Russia imperiale era una minaccia, in quanto paladina della Restaurazione; nel XX secolo, l’Urss era un pericolo permanente per l’ordine mondiale, in quanto esportatrice della rivoluzione socialista. Nel XXI secolo, per 

Richard Sakwa, la russofobia è risorta in Occidente, perché la Russia è considerata una potenza revisionista dell’ordine mondiale scaturito dalla fine della Guerra Fredda. Secondo tale ricostruzione, l’azione politica e culturale dell’Occidente nei confronti della Russia è stata condizionata da due pregiudizi:

  • l’immediata democratizzazione della Russia al tempo di Gorbačëv e di El’cin 
  • la suspense interrogativa posta dalla Russia di Putin ha smarrito la retta via della transizione verso la democrazia 

Tale suspense interrogativa, già posta da Herzen nel XIX secolo, si ripropone come un enigma tormentoso nel XXI secolo: in Russia la democrazia è un futuro che muore?

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