Brasile 2018: la candidatura di Lula è al capolinea?

Il 4 aprile il Tribunale Supremo Federale del Brasile ha respinto la richiesta di habeas corpus avanzata dalla difesa di Luiz Inácio Lula da Silva nel processo Lava Jato che vede incriminato lo stesso ex presidente per riciclaggio di denaro e corruzione. Una sentenza dura che se dovesse trovare conferma nell’esito del ricorso sottoposto al Tribunale federale della IV regione porterebbe Lula definitivamente agli arresti e con ogni probabilità fuori dalla campagna elettorale delle presidenziali del prossimo ottobre.

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Con il verdetto del Tribunale Supremo Federale sembrerebbe che per il Partito dei Lavoratori Brasiliano (PT) la corsa alle presidenziali 2018 si appresta a divenire una ripida salita. Infatti, sin dalla destituzione di Dilma Rousseff dalla presidenza (2016), il PT aveva puntato tutto su una candidatura del suo leader carismatico per un ripristino della propria leadership nel paese. Tuttavia, proprio il 2016 aveva aperto scenari non proprio favorevoli al PT che sin dai primi mesi si era trovato a perdere le proprie certezze all’interno del parlamento con l’uscita dalla coalizione di maggioranza da parte del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB). Discordanze interne a quanto pare, ma che nei fatti hanno portato il PT ad un isolazionismo istituzionale pericoloso dove il PMDB, pur abbandonando la coalizione di governo mantiene strategicamente la carica di vicepresidenza della nazione. È Michel Temer a rimanere quindi nella propria posizione istituzionale quasi ad attendere quanto di lì all’estate 2016 sarebbe poi avvenuto.

Intanto il PT vive con preoccupazione anche le vicissitudini giudiziarie del Caso Petrobras, ovvero l’inchiesta che è stata aperta nel 2014 e che ha visto coinvolti i massimi dirigenti dell’azienda petrolifera nazionale in una rete di clientelismo che non ha risparmiato nemmeno i dirigenti delpartito. Ma a peggiorare la situazione è stato un “attacco” diretto alla presidente Dilma Rousseff accusata di aver alterato i conti pubblici per gli anni 2014 e 2015. Accusa grave che è giunta proprio nel momento in cui la maggioranza non era più tale all’interno del parlamento e nel bel mezzo di una stagnazione economica che ha portato il gigante carioca a vivere una crisi strutturale importante: ingenti investimenti sia sul piano sociale che in opere internazionali, la crisi del mercato petrolifero e una crescente classe media che non ha trovato sbocchi in un paese che ancora necessita di un implemento infrastrutturale e di uno sviluppo economico nelle regioni più periferiche (nord e nord-ovest). Situazione fattasi ancora più difficile con l’avvicinarsi delle Olimpiadi 2016 che hanno richiesto una gestione più attenta di quanto avvenuto con il Mondiale 2014 soprattutto per quanto riguarda l’impatto mediatico internazionale. Ma tutte le cautele del caso non possono sottrarre il PT dall’ennesimo problema: il magistrato che ha tra le mani il caso Petrobras, Sergio Moro, ha aperto una nuova inchiesta questa volta avente sul banco degli imputati il leader massimo del partito ovvero Lula. Si è aperto così il caso Lava Jato e tutto ciò è avvenuto in modo eclatante il 4 marzo 2016 con il prelievo di Lula per un interrogatorio in commissariato.

Da qui ha avuto inizio un calvario per l’intero partito che in pochi mesi ha visto il concretizzarsi dell’impeachment ai danni della presidente Rousseff e il prosieguo del processo per corruzione e riciclaggio di denaro ai danni del suo leader indiscusso. Il caso ha voluto che a giovare della situazione sia stato proprio il partito che ad inizio 2016 aveva abbandonato la coalizione di governo ossia il PMDB che con Michel Temer si è aggiudicato la presidenza del paese aprendo a un periodo transitorio di riforme in contrapposizione alla programmazione socialista sino a quel momento sostenuta. Il Brasile è tornato quindi dopo 14 anni ad una visione economico-politica neoliberale e lo ha fatto in un contesto regionale favorevole con un pressoché totale allineamento ideologico con l’Argentina di Macri e il Paraguay di Cartes. Si è creato un blocco interessante quindi che pone un duro arresto alle politiche socialiste regionali e nazionali del kirchnerismo (Argentina) e del lulismo (Brasile) e che si proietta verso il Venezuela chavista in chiave antagonista.

Il PT, di tutta risposta, dal 2016 ad oggi non ha inteso fare a meno della candidatura di Lula alla presidenza del 2018, nonostante i concreti rischi di una ineleggibilità derivante da una condanna in seno al processo in corso. La risposta popolare è sembrata favorevole a tale strategia e un’eventuale candidatura di Lula porterebbe con ogni probabilità al ripristino della leadership del PT nel paese, ma proprio la sentenza dello scorso 4 aprile mette a rischio tale certezza e riporta all’ordine del giorno un problema insito nei movimenti socialisti latinoamericani: l’imprescindibilità del singolo nella definizione del progetto politico di medio-lungo periodo. Un personalismo che allontana pericolosamente il popolo dal riconoscimento di un progetto a prescindere dai suoi interpreti e che porta, per forza di cosa, prima o poi alla crisi del progetto stesso una volta in cui viene meno il carisma dell’unico leader riconosciuto.

I prossimi giorni comunque sapranno dare un verdetto finale sulla possibile candidatura di Lula alle elezioni presidenziali del 7 ottobre 2018 e ancor più importante, riveleranno se il PT brasiliano avrà le capacità di proporre una valida alternativa al suo massimo esponente, magari mettendo in risalto un progetto sostenibile e di lungo periodo. Intanto il leader del PT dal 7 aprile è in carcere in attesa di ogni verifica sulle sue colpe e con il forte rischio di dover scontare la sua pena di poco più di dodici anni per riciclaggio di danaro e corruzione, ma, ancor più rilevante è che lo scorso 24 aprile il il Tribunale Supremo Federale ha indicato il caso Lava Jato come di non competenza del giudice Moro. Un ribaltone che porta il processo nelle mani della Giustizia Federale di San Paolo e che quindi riapre le speranze di un riesame per l’ex presidente brasiliano.

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