Bosnia Erzegovina: donne in attesa di giustizia

Nell’aprile di poco più di vent’anni fa cominciava uno dei conflitti che avrebbe rimodulato i confini e, soprattutto, distrutto l’unità e la pace di una nazione. Nell’aprile di poco più di vent’anni fa la Jugoslavia veniva smembrata da una guerra civile ed etnica che diede vita a nuovi stati sovrani e lasciò dietro di sé una scia di brutali abusi ai danni della popolazione civile e, soprattutto, femminile.

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Il conflitto deflagrò in nazioni diverse in momenti diversi; nel caso della Bosnia Erzegovina si svolse dal 1992 al 1995. La commissione investigativa incaricata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affermò, nel 1993, che gli stupri di guerra vennero principalmente inferti alle donne musulmane su “larga scala” e come “evidente parte di un piano organizzato”.

Secondo il Rapporto Finale della Commissione di Esperti delle Nazioni Unite il numero delle vittime oscillò tra 20.000 e 50.000. Tra queste, molte -moltissime- donne: per la maggior parte brutalizzate e violentate. Le violenze venivano perpetrate da aguzzini serbi e venivano commesse con variazioni nel modus operandi e nei luoghi, svolgendosi sia in pubblico che al chiuso delle abitazioni private.

Stando ad un rapporto pubblicato da Human Rights Watch nel 2000, le violenze venivano attuate anche da forze dell’ordine, dall’esercito jugoslavo, dalla polizia serba o da paramilitari.

Gli stupri erano un fenomeno noto alle istituzioni, sia serbe che jugoslave, che chiudevano un occhio e non intervenivano per fermare gli episodi e le brutalità sempre più frequenti. A distanza di più di vent’anni le atrocità commesse nei territori dell’ex Yugoslavia e, nello specifico in Bosnia Erzegovina, lasciano ancora strascichi e vuoti legislativi da colmare.

Due sono le fonti da cui si evince che i processi di riparazione e giustizia per le donne violentate durante la guerra non sono andati a buon fine e permangono in fase di stallo: da un lato i report delle Organizzazioni Non Governative che hanno lavorato, e lavorano, sul territorio in questione e, dall’altro, le statistiche concernenti il lavoro del Tribunale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (da qui in poi, ICTY) e la percentuale dei condannati.Il Tribunale è di sicuro, insieme al tristemente famoso gemello istituito per il Rwanda, un benchmark nel panorama delle istituzioni operanti nel campo dei crimini contro l’umanità, di cui lo stupro etnico con finalità di genocidio è un esempio.

Eppure la Corte della Bosnia Erzegovina, fino al marzo del 2013, contava 42 casi concernenti violenze di genere e, di questi quarantadue casi, cinque in primo grado e due in secondo. Il preoccupante dato viene altresì confermato da ONG operanti nel settore dei diritti umani, con Amnesty International in prima linea. Le associazioni denunciano a gran voce quanto in realtà le voci delle donne vittime degli stupri di guerra rimangano inascoltate, e quanto il processo di riparazione ai danni subiti non sia mai stato finalizzato.

Il termine “riparazione” circoscrive tre differenti concetti giuridici: restituzione, compensazione e riabilitazione. La standardizzazione di questi termini deriva dalla definizione data dai princìpi di Van Boven/ Bassiouni, cui si rifà il lavoro dell’ICTY, princìpi su cui si basa l’intero corpus di leggi concernenti i meccanismi di riparazione e giustizia transizionale. Una considerevole porzione dei processi di riparazione, in Bosnia Erzegovina, è portata avanti dal lavoro delle ONG che operano sul campo, specialmente per quanto concerne la riabilitazione. Le associazioni offrono assistenza psicologica e provvedono ad offrire riparo e consulenza legale alle vittime di stupri.

Secondo queste ONG (per citarne alcune, internazionalmente conosciute o attive solo al livello locale: TRIAL, Amica e.V., Amnesty International, Žene Ženama, Medica Zenica, Stop Rape Now, Impunity Watch, Human Rights Watch, Kvinna Till Kvinna, FIDH- Mouvement Mondial des Droit de l’Homme) le vittime sono costrette a convivere ancora con il fardello della violenza senza aver ricevuto alcuna compensazione: l’impunità è palese così come l’assenza dei processi di riparazione. Molte associazioni denunciano, Amnesty in prima linea, quanto le leggi siano in realtà antiquate e mai aggiornate.Altre ancora, come FIDH ed Impunity Watch, sostengono che le vittime, traumatizzate, finiscano per ritrovarsi in situazioni stigmatizzanti, per poi finire catapultate in un vortice di reclusione e solitudine.

Alla stigmatizzazione si aggiunge il rifiuto del ritorno in patria -moltissime le donne e le famiglie che hanno lasciato il paese durante la guerra- l’impossibilità di accedere ai servizi sanitari pubblici e locali, e il rigetto delle comunità di appartenenza. Il paradosso più grande per le vittime di stupri è, per finire, la possibilità di incrociare per strada il proprio aguzzino.

Il punto sottolineato da molte ONG è, inoltre, che le misure di ‘restituzione della proprietà’ non siano state implementate e, anche nel caso in cui lo fossero state, non hanno soddisfatto le necessità delle vittime. La legge regolante la materia delle ‘restituzioni di proprietà’, il Piano di Implementazione della Legge di Proprietà nella Federazione della Bosnia Erzegovina e nella Repubblica Srpska, dovrebbe garantire alle vittime di guerra che hanno abbandonato la patria durante il conflitto un ritorno ‘sicuro e dignitoso’. Eppure, l’esatto significato di ‘sicuro e dignitoso’ non è stato mai specificato né nel testo in questione né in altre leggi.

Come riportato in un report di Amnesty International, la testimonianza di una donna: “Quando giro in macchina nel mio villaggio li vedo tutti (…) sono tutti miei vicini, nessuno di loro è stato arrestato. Ho testimoniato molte volte. Li conosco tutti – i loro nomi e cognomi. Sono sopravvissuta a tre sparatorie. Sono stata portata via da casa dal mio vicino Goran! Comunità? Che genere di comunità è questa? Non esiste più!”.

A distanza di più di vent’anni dalle brutalità in Bosnia Erzegovina i Tribunali, internazionali e locali, non hanno mostrato abbastanza determinazione nell’implementare i processi di riparazione, nonostante la necessità sia stata largamente riconosciuta come impellente; e la responsabilità, troppa, ad oggi grava ancora  sulle spalle delle ONG, i cui appelli e denunce rimangono inascoltati.