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Bosnia ed Erzegovina: una crisi in standby e le voci di una nuova guerra

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Le crisi politiche in Bosnia ed Erzegovina e le minacce di secessione della Republika Srpska non sono novità. Di solito sono usate dai leader dei partiti nazionalisti nei comizi elettorali o per attirare l’attenzione della comunità internazionale quando si riduce l’afflusso dei fondi essenziali per tenere in vita il complesso sistema di poteri del paese. Tuttavia la crisi politico-istituzionale innescata dal membro serbo della presidenza Milorad Dodik negli ultimi mesi sembra più seria e preoccupante di altre, perché comporta delle azioni precise e non solo uno scontro dialettico.

Lo stato della crisi

L’avvio della crisi nella scorsa estate e la sua evoluzione durante l’autunno sono stati descritti in un articolo d’inizio novembre. Da allora poco è cambiato: le minacce sono rimaste tali, la tensione perdura e i toni non si sono abbassati. La legge per ritirare l’entità serbo-bosniaca dalle istituzioni di difesa, giudiziarie e fiscali centrali è stata approvata a inizio dicembre dalla Camera dei Rappresentanti della Republika Srpska e attende di passare al Senato. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni e divieti di viaggio a Milorad Dodik che però ha risposto con toni sprezzanti nei confronti dei funzionari statunitensi giunti a trattare con lui. E intanto si è consumata l’ennesima spettacolare provocazione: il 9 gennaio 2022, andando contro il divieto costituzionale imposto nel 2015, è stata celebrata in pompa magna a Banja Luka la festa per il trentesimo anniversario della fondazione della Republika Srpska. Al centro della cerimonia, un’imponente parata delle forze di sicurezza dell’entità ha trasmesso il messaggio che il nuovo esercito dell’entità è pronto per essere costituito e che la “secessione silenziosa” sarebbe già in corso.

C’è davvero il rischio di una nuova guerra?

Questo scenario ha fatto parlare di un’imminente nuova guerra in Bosnia ed Erzegovina, esito che molti analisti non escludono (e che qualcuno ha giudicato per decenni come inevitabile). Forse però è una conclusione troppo affrettata. In effetti sul campo mancano tre degli elementi essenziali che consentirono lo scoppio della guerra negli anni ’90: mezzi, risorse umane e motivazione. Oggi in Bosnia ed Erzegovina non c’è nulla di paragonabile alla quantità di armamenti che vi erano ammassati nel 1991; inoltre diversamente da allora, la popolazione potrebbe difficilmente essere mobilitata per un conflitto perché la leva militare non esiste più da quasi vent’anni e sono pochi e anziani coloro che hanno ricevuto l’addestramento obbligatorio in epoca jugoslava. Non solo, uno dei problemi maggiori che oggi affliggono la società bosniaco-erzegovese, l’invecchiamento della popolazione a causa del calo delle nascite e soprattutto della massiccia emigrazione dei giovani, potrebbe paradossalmente risultare molto positivo perché farebbe mancare coloro che fisicamente dovrebbero combattere un’eventuale nuova guerra.

Ma in fondo manca soprattutto la motivazione reale per scatenare un nuovo conflitto. La guerra degli anni ’90 aveva già raggiunto l’obiettivo strategico principale per tutte le parti in conflitto: l’eliminazione della convivenza tra le tre componenti nazional-religiose con la creazione di territori popolati in maniera sostanzialmente omogenea, con un solo gruppo chiaramente dominante in ciascun luogo e le minoranze separate dalla parte maggioritaria della popolazione. Quindi una nuova guerra non servirebbe più a riunificare sotto uno stesso governo le parti disperse della propria comunità, perché i pochi che vivono “nel territorio sbagliato” sono ormai solo una popolazione anziana e numericamente marginale. Inoltre nessun cittadino bosniaco sarebbe disposto a combattere sotto la guida di questa classe politica da tutti considerata inetta, corrotta e mossa solo da interessi personali nel mantenere il potere.

Dunque forse si può alleggerire l’ansia di una guerra imminente; sarebbe però pericoloso restare impreparati ad altre evenienze, quali un’indipendenza de facto della Republika Srpska o l’esplosione di episodi di violenza locali. Inoltre nei conflitti più recenti (e anche nelle stesse guerre jugoslave degli anni ’90) si è osservato come non debbano essere necessariamente le forze locali a combattere. La Russia ha dimostrato di essere in grado di inviare unità paramilitari addestrate ed efficienti in diversi teatri di conflitto nel mondo e la Republika Srpska è da sempre trattata dal Cremlino come un alleato e uno strumento di potenziale ripicca nei confronti dell’Occidente per la questione kosovara, in maniera analoga a quanto già fa con gli stati de facto nello spazio post-sovietico. La Russia, infatti, svolge tradizionalmente un ruolo di protettore dei popoli ortodossi e in particolare dei serbi nella regione balcanica, per cui ha sentito l’intervento della NATO del 1999 come un’ingerenza nella propria sfera d’influenza e in ultima analisi una propria sconfitta in un momento di debolezza; più in generale anche lo scacchiere balcanico rientra nella politica russa di contenimento dell’influenza statunitense per affermare un nuovo multipolarismo. Inoltre tutti quei fattori che finora hanno in qualche modo impedito alla Bosnia ed Erzegovina di disintegrarsi sembrano perdere sempre di più credibilità: la forza europea di stabilizzazione Althea è ridotta ai minimi termini; l’Alto rappresentante delle Nazioni Unite è sempre più delegittimato agli occhi dei serbo-bosniaci e dei loro alleati, a partire dai russi che da tempo ne chiedono la cessazione del mandato; la prospettiva dell’integrazione nell’Unione europea è sempre meno realistica nel medio termine; le speranze suscitate nella società civile dai governi non nazionalisti dei primi anni 2000 e poi, soprattutto, dalle proteste contro la corruzione e le privatizzazioni del 2014 sono ormai svanite nella disillusione che non c’è via d’uscita dallo stallo politico in cui sguazza la classe dirigente del paese.

La strategia politica della tensione

Però rimane un motivo per cui si parla così tanto di guerra: la strategia politica della tensione. I politici nazionalisti hanno ormai imparato che questa tecnica funziona sia internamente che esternamente. Per quanto riguarda la politica interna nell’autunno di quest’anno ci saranno le elezioni per rinnovare la presidenza e i parlamenti statale, delle entità e dei cantoni e la classe dirigente del paese si presenta di nuovo a questo appuntamento delegittimata da scandali ed episodi di corruzione. Per continuare a mantenere il potere allora i politici adottano una retorica fortemente nazionalista che propone una narrazione di contrapposizione tra “noi” e “loro”, invocando la necessità di restare uniti nel difendere gli interessi del proprio gruppo contro le intenzioni ostili degli altri. In questo modo a ogni appuntamento elettorale i leader nazionalisti riescono a riprendere i voti non per quello che fanno o propongono, ma solo per il messaggio ideologico-identitario che intendono incarnare.

Ma questa strategia funziona anche verso l’esterno: i leader nazionalisti della Bosnia ed Erzegovina hanno imparato a sfruttare a loro favore lo status di osservato speciale permanente da parte della comunità internazionale. Dal momento che il loro potere si basa sui fondi che ricevono dalla comunità internazionale per tenere in vita la costosa e complessa struttura istituzionale creata dagli accordi di Dayton, devono mantenere desta la preoccupazione nelle potenze straniere: minacciare un conflitto è infatti una strategia funzionale a richiamare gli stati che devono sorvegliare sull’attuazione dell’accordo di pace a prendere nuovi impegni, garantire nuovi finanziamenti e concedere qualcosa ai governanti locali per far calare la tensione ed evitare una nuova crisi alle porte di casa.

Dopo aver raggiunto un nuovo compromesso per risolvere momentaneamente questa crisi, sarebbe finalmente opportuno pensare di avviare una riflessione per trovare una soluzione a lungo termine, ascoltando l’insofferenza che monta nella società civile e per evitare che, in occasione della prossima provocazione, si torni alla stessa situazione.

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