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TematicheAmerica LatinaAnomalia brasiliana: l’isolamento di Bolsonaro, la diplomazia di Lula

Anomalia brasiliana: l’isolamento di Bolsonaro, la diplomazia di Lula

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Ad un anno di distanza dalle elezioni presidenziali, la corsa al Planalto è quanto mai incerta. La bassa popolarità di Bolsonaro e l’isolamento internazionale emerso in occasione degli ultimi vertici multilaterali, il dirompente ritorno al centro della scena politica di Lula e la sua campagna internazionale lasciano presagire una corsa elettorale dall’esito non scontato, le cui ripercussioni si faranno sentire ben al di là dei confini brasiliani.

Un presidente debole: le tensioni interne e l’isolamento internazionale nell’ultimo anno della presidenza Bolsonaro 

Insediatosi nel gennaio 2019, a seguito di una campagna elettorale in cui si è presentato come leader anti-establishment – nonostante la lunga carriera politica alle spalle – portando avanti un discorso fortemente populista, Jair Bolsonaro è arrivato al Planalto promettendo di risolvere i grandi problemi del Brasile: corruzione, violenza criminale e crisi economica. In un Brasile che stava ancora lentamente cercando di uscire dalla recessione che aveva caratterizzato gli ultimi anni della presidenza di Dilma Rousseff – forte contrazione del PIL e netta crescita del debito pubblico – Bolsonaro, fin dal suo primo anno al governo, ha voluto dare continuità al percorso già intrapreso dal suo predecessore Temer, tentando di ridurre la spesa pubblica – partendo dalla riforma delle pensioni – e attuando un’ulteriore massiccia campagna di privatizzazioni che, solo nel 2019, ha garantito circa 26 milioni di dollari alle casse dello Stato. Tuttavia, dopo aver chiuso l’anno con una modesta crescita del Prodotto Interno Lordo (+1,4%), inferiore a quella del 2018, il Brasile nel 2020 ha dovuto iniziare a fare i conti con le problematiche legate al diffondersi del COVID-19. La crisi causata dalla pandemia ha avuto conseguenze drammatiche dal punto di vista sanitario ed economico in tutto il mondo, ma l’approccio di Bolsonaro è stato tra i più discussi e controversi.

Fin dai primi mesi del 2020, il presidente brasiliano ha adottato una posizione scettica nei confronti del virus e sulle relative misure di contrasto. Bolsonaro ha espresso in più occasioni la sua contrarietà verso le chiusure e le misure di distanziamento adottate in molte parti del mondo, seguendo una linea molto simile a quella dell’amico ed ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Entrambi promotori dell’idrossiclorochina – farmaco antimalarico considerato inefficace, se non addirittura dannoso per prevenire il contagio – Bolsonaro e Trump hanno portato avanti una campagna di minimizzazione che ha avuto forti ripercussioni dal punto di vista sanitario. Prendendo il caso del Brasile, le cifre ufficiali fanno registrare attualmente un totale di oltre 615.000 decessi a causa del COVID-19, con un tasso di mortalità su 100.000 abitanti tra i più elevati al mondo (291,70). Bolsonaro ha altresì ritardato l’avvio della campagna vaccinale, arrivando a dichiarare in un video pubblicato su YouTube e Facebook – successivamente rimosso dalle stesse piattaforme – che i vaccini aumentano il rischio di contrarre altre malattie infettive come l’AIDS. 

Alle oltre 100 richieste di impeachment da parte di cittadini e organizzazioni, tutte bloccate dal presidente della Camera Artur Lira, negli ultimi mesi si sono aggiunte almeno altre due inchieste rilevanti nei confronti di Bolsonaro. La prima riguarda la richiesta dello scorso ottobre, presentata da una commissione del Senato, di messa in stato d’accusa del presidente per nove reati che riguardano la sua gestione della pandemia: l’elenco comprende epidemia colposa, violazione delle misure sanitarie preventive, istigazione al crimine, falsificazione di documenti, uso irregolare di risorse pubbliche, promozione di farmaci dall’efficacia non testata, nonché crimini contro l’umanità. Secondo i senatori che lo accusano, Bolsonaro sarebbe responsabile di oltre 300.000 decessi causati dal Covid, quasi il 50% del totale. Lo scorso 3 dicembre un giudice della Corte Suprema ha poi ordinato l’apertura di un’inchiesta nei confronti di Bolsonaro per aver diffuso notizie false sui vaccini, con anche la richiesta di sospensione degli account social del presidente. 

Se l’impatto giuridico della vicenda può considerarsi ancora incerto – a causa dei lunghi procedimenti formali e della affinità politica con il presidente di molte figure che dovrebbero decidere sui procedimenti, tra cui il Procuratore Generale Augusto Aras – le conseguenze maggiori per Bolsonaro potrebbero essere politiche. In vista delle elezioni del 2022, l’indagine rischia di fornire un’immagine di ulteriore fragilità del governo: il basso indice di gradimento non regala certezze a Bolsonaro e la gran parte dei sondaggi di opinione assegna un netto vantaggio nelle intenzioni di voto all’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

Alla complessa situazione interna si sommano poi le difficoltà a livello internazionale, con Bolsonaro che deve fare i conti con un isolamento sempre più evidente. Al G20 di Roma, Bolsonaro è apparso scarsamente coinvolto nelle discussioni con gli altri leader dei più importanti paesi al mondo e, addirittura, non ha effettuato nessun incontro bilaterale, se si escludono le riunioni con il segretario generale dell’OCSE e il direttore generale dell’OMS. Un evidente retrocesso diplomatico, soprattutto se paragonato alla prima esperienza al G20, a Osaka nel 2019, dove Bolsonaro effettuò nove riunioni bilaterali. Il presidente brasiliano non ha poi preso parte alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26). Un tema, quello dell’ambiente, che è costato al governo di Bolsonaro pesanti critiche sul piano interno ed internazionale. Nonostante l’assenza del presidente, alcune posizioni sono state prese dal Brasile in seno alla COP26 (riduzione delle emissioni di gas serra del 50% entro il 2030, ritiro dell’obiezione agli adeguamenti sul commercio di crediti di carbonio), ma si tratta di impegni generici che non garantiscono azioni concrete. Il progressivo isolamento di Bolsonaro si contrappone oggi all’attivismo diplomatico dell’ex presidente Lula, recentemente riabilitato e protagonista di un particolare tour europeo che sembra porre le basi per la sua prossima candidatura al Planalto.

L’anomalia Lula: diplomazia presidenziale del (probabile) candidato forte

L’ex presidente è tornato prepotentemente al centro della scena politica brasiliana nel corso degli ultimi mesi. A marzo, il giudice della Corte Suprema Edson Fachin ha dichiarato illegittima la sentenza di condanna emessa dal giudice federale Sergio Moro – che aveva riconosciuto Lula colpevole di corruzione e riciclaggio – nel luglio del 2017; Moro – allora giudice del distretto di Curitiba e successivamente entrato in politica al fianco di Bolsonaro – non aveva giurisdizione sul caso e, dunque, il procedimento contro l’ex presidente si sarebbe basato su un vizio di fondo che, secondo la nuova sentenza, ne giustificherebbe l’annullamento. Sebbene non abbia scagionato Lula dalle precedenti accuse, il verdetto della Corte Suprema ha di fatto sospeso la pena detentiva dell’ex presidente – in carcere per quasi due anni – e annullato quella accessoria di interdizione dai pubblici uffici. Con un clamoroso colpo di scena, nel pieno della pandemia e della crisi di popolarità di Bolsonaro, Lula è quindi rientrato in campo, immediatamente riconosciuto come il principale sfidante del presidente in carica per le elezioni del prossimo anno. 

A conferma del peso politico del personaggio, la notizia della scarcerazione e riabilitazione di Lula ha avuto un’eco in tutta la regione e non solo. Come preventivabile, molti leader sudamericani hanno espresso la propria soddisfazione per la sentenza e il ritorno sulla scena di Lula. Tra questi, ad esempio, Evo Morales e Alberto Fernández. Ma anche diversi esponenti della sinistra europea – come la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ed Enrico Letta – si sono accodati, segno tangibile dei legami internazionali dell’ex presidente.

Va detto che la figura di Lula resta altamente divisiva all’interno della scena politica brasiliana, e la sua riabilitazione ha suscitato tanto entusiasmo e speranza nei suoi sostenitori quanto allarme e preoccupazione tra i suoi più fieri oppositori. La polarizzazione, che già dilaniava il Paese al momento della brusca interruzione della presidenza Rousseff e che l’ha fatta da padrone negli anni dell’amministrazione Bolsonaro, rischia ora di esplodere ulteriormente. Consapevole di questo rischio e della possibilità di bruciare troppo rapidamente le tappe, la posizione di Lula nel corso degli ultimi mesi è stata paradossale. Da un lato, viene considerato a tutti gli effetti lo sfidante più credibile di Bolsonaro per le prossime elezioni. E lui stesso, già prima della scarcerazione, aveva lasciato intendere attraverso varie sortite pubbliche di volersi ricandidare. Allo stesso tempo, però, l’ex presidente ha evitato di formalizzare tale candidatura e di prender parte alle grandi manifestazione di piazza che si sono svolte nel corso degli ultimi mesi per protestare contro Bolsonaro e richiederne l’impeachment.

In questo contesto di incertezza, nello scorso mese di novembre, la campagna di Lula ha fatto però registrare un importante salto qualitativo. L’ex presidente ha infatti intrapreso un lungo e molto pubblicizzato viaggio europeo, accolto dai leader politici e presidenti europei con tutti gli onori e i tributi solitamente riservati ai capi di stato stranieri. Nel primo di questi incontri, tenutosi a Berlino, Lula si è riunito con il cancelliere in pectore Olaf Scholz. Il leader brasiliano ha poi fatto tappa al Parlamento Europeo, prima di dirigersi a Parigi. Qui, oltre ad una conferenza tenutasi presso l’università Sciences Po, Lula ha partecipato ad un incontro con il mandatario francese all’Eliseo, solitamente riservato alle visite di stato ufficiali. Infine, l’ultima tappa è stata la riunione con il presidente spagnolo Pedro Sánchez a Madrid.

Sebbene Lula abbia a più riprese ribadito la volontà di attendere prima di ufficializzare la propria candidatura, nel corso del tour europeo si è di fatto speso contro l’attuale governo e delineato i passaggi necessari per ristabilire il ruolo brasiliano a livello internazionale. In sostanza, Lula ha parlato da futuro presidente, approfittando dell’accoglienza tributatagli e della visibilità riservata a questo sorprendente tour nel vecchio continente. Un volano importante in vista delle prossime elezioni, una mossa con cui Lula ha voluto rimarcare la distanza che lo separa dall’attuale presidente, isolato e criticato dai partner europei, e il beneficio che la sua rielezione potrebbe trarre al Paese nei consessi internazionali.

“In quasi 60 anni di vita diplomatica, non ricordo di aver mai visto un ex presidente e possibile candidato alla presidenza esser ricevuto come un vero capo di Stato”, ha dichiarato Celso Amorim, già ministro degli esteri durante il governo Lula, presente all’incontro con Macron a Parigi, sottolineando l’anomalia del viaggio europeo. Una anomalia che non è giustificata dal solo, indiscusso, prestigio del ex presidente; a concorrervi c’è anche l’impopolarità di Bolsonaro e l’instabilità del suo governo e, soprattutto, l’interesse europeo a riallacciare stretti rapporti con il partner sudamericano, alleato di straordinaria rilevanza in molti settori – da quello commerciale a quello ambientale e della lotta al cambiamento climatico. 

La forzatura diplomatica dei leader europei non è passata di certo inosservata. Se Lula ne ha giovato, l’immagine di Bolsonaro ne è uscita ulteriormente indebolita. Il presidente brasiliano non ha tardato a far sentire la sua voce, bollando come atto provocatorio il tour europeo del leader del PT. Particolarmente veemente è stato l’attacco a Macron, già protagonista di numerosi screzi con il presidente brasiliano, colpevole – a detta di quest’ultimo – di voler interferire nella vita politica del paese e di preferire “una persona passiva, corrotta come Lula piuttosto che qualcuno come me alla guida del Brasile”. Bolsonaro ha sfruttato l’occasione per rispolverare un suo vecchio cavallo di battaglia, il sentimento anti-establishment che vuole Lula alleato delle élites europee e dei grandi gruppi economici stranieri contro cui il presidente si erge ad unico argine in difesa degli interessi brasiliani. Se questo sentimento è stato una delle chiavi della vittoria del 2018, però, non è chiaro se potrà avere ancora un’incidenza significativa alla prossima tornata elettorale, quando il disastroso bilancio della presidenza Bolsonaro peserà come un macigno.

Oltre ai legami europei, Lula continua poi a tessere la propria rete anche in America Latina. Recentemente, l’ex presidente si è recato a Buenos Aires per incontrare il presidente Alberto Fernández e per partecipare alla “Giornata della democrazia e dei diritti umani”, nel corso della quale ha ricevuto l’appoggio ufficiale di altri storici suoi alleati nella regione: la vicepresidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e l’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica. L’amicizia tra Alberto Fernández e Lula, ribadita durante l’evento di Plaza de Mayo, potrebbe aver indispettito ulteriormente Jair Bolsonaro, il quale ha deciso di spostare in videoconferenza il vertice dei presidenti del Mercosur del 17 dicembre (inizialmente previsto in presenza). Le motivazioni ufficiali di tale scelta riguardano la diffusione della variante Omicron del virus, ma potrebbero nascondersi anche ragioni di carattere diplomatico. Nonostante varie smentite, pervenute anche da Buenos Aires, la scelta di Bolsonaro potrebbe essere letta nell’ottica del tentativo di far fronte alle tensioni con gli altri membri del blocco, dovute non solo  alla sgradita visita di Lula in Argentina, ma anche alle divergenze economiche con l’Uruguay, contrario alla riduzione della Tariffa Esterna Comune (da tempo richiesta dall’esecutivo di Brasilia). 

Incertezze e rilevanza della prossima tornata elettorale

La corsa alla presidenza brasiliana è più incerta che mai. I probabili candidati sono tutti, per ragioni diverse, particolarmente divisivi. L’attuale inquilino del Planalto, come già detto, gode di bassissima popolarità, ma dispone anche delle risorse necessarie per tentare una insperata risalita nei sondaggi. Ne è un esempio l’ultima iniziativa di Bolsonaro, Auxilio Brasil, il programma di contrasto alla povertà che sostituirà la Bolsa Familia, il sistema ideato da Lula e fortemente criticato dalla destra brasiliana. Lula, dal canto suo, è dato in testa in tutti i sondaggi, ma non è chiaro quale piattaforma politica lo sosterrà e le forze politiche di centro sembrano intenzionate a restare equidistanti dall’ex presidente e da quello attuale. Infine, il terzo candidato è proprio l’ex giudice Sergio Moro, principale accusatore di Lula, prima alleato con Bolsonaro e poi divenutone fermo oppositore. Una candidatura, questa, che non sembra riscuotere grandi consensi, ma che è tuttavia significativa – visti i recenti capovolgimenti giudiziari – della polarizzazione in atto nel paese.

Se l’esito delle prossime consultazioni non è per nulla scontato, è però indubbio che la partita per la presidenza brasiliana sia di assoluta importanza. Per il Paese, che deve riemergere dalla crisi economica dell’ultimo decennio e lasciarsi alle spalle le perdite drammatiche della pandemia. Per tutta la regione latinoamericana, che beneficerebbe della ripresa e stabilità economiche brasiliane – in particolare i restanti paesi del Mercosur. Infine, anche per i partner europei, che – come dimostrato dalla calorosa e anomala accoglienza riservata a Lula – sperano di poter aprire un nuovo capitolo nelle relazioni con il gigante sudamericano, ritrovando un partner affidabile sui tanti temi comuni che interessano (e dividono) le due sponde dell’Atlantico – dal commercio agli investimenti, dalla lotta al cambiamento climatico alla tutela del patrimonio ambientale amazzonico. 


Carlo Catapano, Università Roma Tre e Centro Studi Geopolitica.info
Riccardo Biagi, Centro Studi Geopolitica.info

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